“Io posso”: due donne, due giornalisti e sessanta milioni di lettori contro la mafia

Io posso. Due donne sole contro la mafia di Pif e Marco Lillo: la vicenda delle sorelle Pilliu, vessate da un costruttore legato alla mafia, non racconta tanto la prepotenza delle organizzazioni criminali quanto la profonda mancanza dello Stato, colpevolmente assente là dove avrebbe dovuto intervenire con più forza e decisione. Pif e Marco Lillo raccontano le difficoltà enormi affrontate da due persone piccole nel corso di più di trent’anni.

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_di Anna Celentano

“Immaginate di tornare un giorno a casa vostra e di trovare un costruttore legato alla mafia lì davanti. Immaginate che vi dica che quella non è casa vostra, ma sua. E che, qualche anno dopo, ve la danneggi gravemente per costurirci accanto un palazzo più grande. E immaginate di dover aspettare trent’anni prima che un tribunale italiano vi dia ragione. Immaginate che, dopo tutto questo tempo, vi riconoscano un compenso per danni che nella realtà nessuno vi pagherà mai […]. Immaginate, infine, che bussando a un comitato che gestisce un fondo per aiutare le vittime di mafia vi sentiate dire: “Mi spiace, ma per noi voi non siete vittime di mafia”

Adesso immaginate di aver comprato il libro di Pif e Lillo, di essere arrivati all’ultima pagina e di aver deciso di fare i grandiosi e scriverci sopra un commento.

La reazione più immediata e più naturale per chiunque legga questo libro, credo che sia – molto volgarmente detto – l’incazzatura. Non contro la mafia, però. 

La mafia esiste, fa parte dello Stato, è orribile, è un’immonda schifezza, e tutti, direttamente o indirettamente, abbiamo imparato a conoscerla come quella sorta di tumore maligno che infesta il Paese da decine di anni senza che lo si riesca mai ad estirpare del tutto. Conosciamo le vicende raccontate da giornalisti, sociologi, testimoni, abbiamo visto le interviste, seguito le inchieste, letto le storie, scosso la testa e sperato di restarne per sempre intoccati.

Ma qui non è la mafia che fa incazzare.

Leggendo la storia delle sorelle Pilliu, riportata nei dettagli, l’incazzatura che sale a chi man mano impara a conoscere i fatti non è quel risentimento nobile verso un male oggettivo che non dovrebbe esistere. No, è l’incazzatura frustrata di chi ha dovuto fare code interminabili e corse assurde negli uffici pubblici, di chi ha aspettato mesi per sbrigare delle pratiche all’Agenzia delle entrate, di chi ha ricevuto un appuntamento dal medico dopo settimane, di chi è stato mandato a sessanta chilomentri da casa per fare una visita specialistica, di chi ha dovuto litigare con le poste e di chi le segreterie del comune non rispondono mai al telefono.

Non è con la mafia che ci si incazza, ma con lo Stato. Perché la mafia è brutta e cattiva, e su questo non ci piove. Ma lo Stato che te la fa sbrigare da solo, lasciandoti in balìa delle cose e costringendoti ad affidarti al buon cuore del tale o talaltro funzionario o impiegato pubblico che forse, forse eh, se Dio vorrà, farà il suo lavoro e ti sbroglierà dalle questioni varie e se non vorrà allora pazienza. Lo Stato è il vero criminale, colpevole di una profondissima incuria nei confronti dei suoi cittadini in tutte quelle situazioni in cui le persone non se la possono cavare da sole. 

La rabbia, la frustrazione, lo sconforto delle sorelle Savina e Maria Rosa sono sentimenti che tutti conosciamo in misure diverse. Ecco perché la loro vicenda ci tocca così nel profondo, ecco perché la prima reazione suscitata dalla lettura è l’incazzatura.

Cosa si può fare davanti a fatti del genere? 

Quello che a me è venuto spontaneo è stato cercarmi un corso di finlandese e sbrigare le pratiche per l’emigrazione. Ma il fatto è che le consonanti finlandesi mi terrorizzano, e da quelle parti secondo me la corbonara non la sanno fare, quindi ho lasciato perdere e mi sono seduta a scrivere.

“Io posso” è la frase che gli autori portano ad emblema dell’arroganza di chi, in una maniera o un’altra, agisce oltre le leggi e le regole per arrivare esattamente dove vuole, e perché no, anche a scapito di chiunque gli si trovasse tra i piedi. 

Ma con la pubblicazione di questo libro, negli obiettivi di Pif e Lillo, oltre ai tre dichiarati nel finale (liberare le Pilliu dall’enorme debito contratto presso l’Agenzia delle entrate, ricostruire le loro casette danneggiate dalla società Lopedil e far loro ottenere il riconoscimento di vittime di mafia), ce n’è anche un quarto: convertire la frase <<Io posso>> da motto dei bulli ad arma di difesa. Non tu che sei fuori dallo Stato, ma io, io che vivo onestamente, io che ho la coscienza di quello che è il bene comune, io che so vivere in quello che non è il mio pollaio ma che è la casa di tutti noi, io posso. Io posso vivere in un paese per bene, perché io sono lo Stato, e tu no. 

Con questo commento abbiamo cercato di fare un po’ lo Stato anche noi.