[INTERVISTA] I “Cercatori di sogni” di Giors

Il cantautore piemontese Giors ha rilasciato un singolo che guarda al futuro, tra sogni, ambizioni e nuove aspirazioni. Perché «se non sai sognare non vivi, non disegni il futuro, non cambi le cose e non riconosci le altre persone».

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Cantiamo a noi / cercatori di sogni / con gli occhi più grandi / per vedere oltre il buio. / Cantiamo a noi / che non cerchiamo gloria / ma solo una stella / che ci porti al futuro. / Cantiamo a noi / per una vita diversa / noi che regaliamo un fiore / per scoprire un sorriso.

Mai come in questo periodo storico il futuro è quotidianamente oggetto nei nostri pensieri, discorsi, desideri. Quello che attende il nostro cammino umano è, infatti, incerto, ma è forse proprio questo il momento migliore per elaborare una nuova idea di mondo e di società. E, per farlo, non si può che partire dai nostri sogni.

È la convinzione del cantautore Giors, elegantemente espressa in Cercatori di sogni, il nuovo singolo disponibile su tutte le piattaforme digitali a partire da venerdì 26 marzo 2021. Sospinto da una melodia malinconica e da un ritornello dal respiro internazionale, l’artista intende condurre l’attenzione del suo uditore sulla “nuova normalità” che incontreremo non appena l’emergenza pandemica sarà conclusa. Una normalità di cui ancora non conosciamo la fisionomia, ma che, per essere tale, dovrà senz’altro attingere al nostro bagaglio di desideri e aspirazioni.

Di qui, l’importanza dei “cercatori di sogni”: figure positive, trascinanti e fonte di benessere per coloro che ne gravitano attorno, fondamentali per ricordarci il senso del vivere insieme e dell’inseguire i nostri obiettivi. Spesso dietro le quinte e alla ricerca non della gloria, bensì solo di una «stella» che ne guidi il percorso, essi sono, dunque, gli individui dai quali lasciarci ispirare e mediante le cui esperienze possiamo imparare come gestire la paura invasiva e maneggiare il coraggio.

Per navigare nell’incertezza e nel buio che la avvolge come un manto, infatti, è necessario richiamare alla memoria i nostri progetti di vita, i nostri scopi, i nostri “sogni”, ossia il punto da cui siamo partiti e il motore delle nostre azioni quotidiane. Senza lasciarsi sommergere dalle preoccupazioni dell’attimo, ma traendo, da queste, energia utile da volgere verso ciò che ancora aspetta di essere vissuto. Perché, come afferma Giors, «se non sai sognare non vivi, non disegni il futuro, non cambi le cose e non riconosci le altre persone».

Cercatori di sogni, quindi, è, al contempo, un inno alla potenza dei nostri desideri e un monito a non lasciarli disperdere nel grumo nebuloso del presente, invitandoci, così, a osservare i sogni che ci cullano a occhi aperti e a coltivarli, giorno dopo giorno. Anche in un clima di sospensione e anormalità come quello dei tempi odierni.

Il brano, pubblicato da Lo Studio Records, apparirà nel terzo album dell’artista, in uscita nel 2021. Ne abbiamo parlato direttamente con Giors.

C’è un sogno che sta cercando più degli altri?

Il mio sogno più grande sarebbe quello di fare un concerto, ma so che ora è improponibile – soprattutto per la fatica e l’impegno richiesti. Un altro sogno è non smettere di sciare, o vedere l’economia del mondo andare verso una nuova normalità, dove ci siano meno disuguaglianze e dove le persone possano lavorare insieme, senza ansia e preoccupazioni. E poi vorrei vedere i bambini educati “bene”: essere parte di una collettività e non centro di una collettività.

Ha speranza nelle nuove generazioni?

In certe occasioni mi trovo quasi incapace a rispondere a certe domande, soprattutto quando riguardano l’educazione e i ragazzi e le ragazze. Al contempo, però, mi stupisco dell’innocenza dei bambini di “prendere a calci il mondo”, di essere irriverenti e genuini, con le loro domande e le loro azioni. Rendono le cose molto più semplici, rispetto a noi, ricchi di cristallizzazioni e sovrastrutture.

Come si supera la paura?

La paura è un anticorpo, qualcosa che ti mette in guardia. Quindi non è necessariamente una componente negativa. Però bisogna fare un po’ di esercizio del coraggio per riuscire a vincerla. E questo si fa tutti i giorni. Arriva un momento in cui ti dici: devo fare qualcosa per superare questo blocco – relazionale, comunicativo, sportivo e simili. Ed è in questo caso che bisogna recuperare il sogno che ci ha messo in moto, il progetto di vita che ci ha dato l’abbrivio. Ogni tanto dobbiamo richiamarlo alla memoria, perché è da qui che siamo partiti. Ed ecco perché essere cercatori di sogni è fondamentale: se non sai sognare non vivi, non disegni il futuro, non cambi le cose, non riconosci le altre persone…

A chi è rivolto il brano? C’è un target preciso?

No: il target può essere un bambino di sei anni che canticchia il testo, così come un ragazzo di 90 ancora in grado di salire sul tetto e cambiarsi le tegole da solo. I cercatori di sogni non hanno età. Sono coloro che – dotati di buona salute – esercitano il loro modo di vivere con una certa positività, incassano spesso la negatività degli altri e sembrano sovente più giovani dell’età anagrafica. Ti trascinano e ti fanno stare bene.

Come ha preso forma la scrittura di Cercatori di sogni e perché la scelta di un ritornello in inglese?

In questi mesi, ascoltando le persone parlare con mascherina o senza, leggendo giornali o facendo del web-browsing, ho visto che una delle speranze enunciate più frequentemente – e mi pare continui a esserlo – è stata quella di tornare alla normalità, a un sottointeso “conosciuto di prima”. Poi ho cominciato ad ascoltare voci più sporadiche che invitavano a pensare che la “nuova normalità” post-pandemia probabilmente sarà diversa da ciò che conosciamo. Dunque presumo che sarà un momento fantastico per chi crede nei propri sogni o per chi condivide i sogni altrui, come lo è ogni momento che richieda una qualche ripartenza dove la pazienza, la forza d’animo, l’impegno e l’allenamento alla fatica sono utensili fondamentali. In un mondo che deve cambiare, per intraprendere nuove strade mi sembra necessario che le persone possano considerare le cose sotto prospettive nuove, anche quando ciò vuol dire provare un po’ d’ansia per il futuro – che sapremo davvero come sarà soltanto quando diventerà presente. Spesso, però, le persone che cambiano le cose lavorano in silenzio, non hanno i benefici delle luci della ribalta. Credo, dunque, che il riconoscersi nell’intenzione di lavorare e vivere insieme per realizzare un modo di vita migliore, non incentrato sull’ego, necessiti di coraggio per superare le paure che possono attanagliarci, e così ho immaginato che tutti quei Sognatori coi piedi per terra potessero rincuorarsi cantando insieme e ritrovandosi nel ritornello del mio brano, con le braccia al cielo per rafforzare l’idea che ce la si farà. Perché in inglese? Semplicemente perché cercavo poche sillabe che musicalmente potessero accompagnarsi bene con la melodia.

Il processo compositivo del cantautore moderno è ricco di strumenti digitali per cogliere l’attimo d’ispirazione o l’approccio alla scrittura rimane saldo a carta e penna per aver il tempo di riflettere sulle parole?

Per quanto mi riguarda, utilizzo sia strumenti elettronici di scrittura, sia la penna che mi accompagna quando leggo o rileggo. Quando hai qualcosa che davvero senti di dover dire non credo la riflessione trovi molto spazio: è un momento quasi “impressionistico”. Semmai, lasciato riposare il tutto per almeno una notte, nella rilettura successiva, quasi con più distacco, ci si può fare domande sul senso di ciò che si è scritto, domandarsi “ma perché ho scritto questo?”, a volte ci si può persino sorprendere per un significato di una frase che in prima battuta aveva radici e finalità diverse. Un po’ come quando si rivede un film che ci è piaciuto parecchio: si scoprono nuove sfumature, nuove incisività in dialoghi che non ci si rammentava, in scene che scopriamo più nostre perché in quel momento la nostra vita sta vivendo situazioni simili.

Le sue copertine sono curate dal giovane illustratore Matteo Baracco, segno di una visione artistica in grado di andare oltre la musica. Com’è nata questa collaborazione e qual è il suo rapporto con il mondo dell’arte?

A me pare che la vita sia un insieme di arti, che mi piace immaginare come tessere di un mosaico infinito. Se ami la vita e ne comprendi almeno per un briciolo il valore, allora non puoi non amare l’arte in qualunque forma si manifesti, quella che si comprende col cervello della pancia, che ti fa dire “Bello!” senza dover spenderti in ragionamenti complessi: la Bellezza penso sia soprattutto semplicità di tratto, di pensiero, di parola, di racconto, di suono, di percezione. I miei brani non sono supportati da video, ma raccontano immagini che ogni ascoltatore può tradurre nel suo immaginario o adattare al suo reale. Le immagini dunque nascono nella mente e nel cuore di chi ha tempo da dedicare all’ascolto e non da un qualcosa di preconfezionato. Penso che Matteo sia un autore di “Semplicità” (sì, con la “S” maiuscola) e quindi un compositore di immagine alla ricerca di quel tratto da cui si può partire per provare anche a disegnare qualcosa di più grande attraverso la nostra immaginazione, la nostra fantasia, il nostro vissuto, l’elaborazione delle parole in musica ascoltate di cui si è percepito il significato e non soltanto un ritmo. Una delle cose che mi affascinano maggiormente è il contrasto tra chiaro e scuro che trovo si accompagni molto bene col piano e forte musicale: un contrasto di luce, di suono che dà e trasmette forza a chi vuole vedere, a chi vuole ascoltare.

Con le riaperture estive si respira un clima di rinnovato entusiasmo: da cantautore qual è il suo sguardo su questo mondo che sta lottando contro la pandemia da Covid-19?

Ho scritto alcuni brani durante l’ultimo anno quasi come canti di speranza contro la pandemia che non è ancora finita (Così distanti così vicini, Insieme (a Te), Andiamo a ballare, ndr), pensando comunque che dovremmo attrezzarci ed allenarci per affrontare non solo questa, ma anche quelle che dovessero presentarsi in futuro. E il mio auspicio di cercatore di sogni è quello che impegnandoci nel quotidiano con piccoli gesti possiamo vederne realizzati almeno alcuni di sogni, utili a conservare questa nostra Madre Terra in buon stato; a recuperare il senso della socialità che, inutile negare, abbiamo perso seguendo il pifferaio denaro; a stimare una persona non per i soldi che possiede, ma per ciò che sa fare per se stesso e per il contesto in cui vive; a riscoprire il valore dell’ascolto e del silenzio; a ritrovare la bellezza del rispetto delle persone di qualunque genere siano. Insomma, la speranza di vedere un mondo capace di rimettere le lancette dell’orologio a posto dove le bimbe e i bimbi di ogni età possano essere felici e ridere anche se un po’ a scapito della buona educazione e di quell’insopportabile e falso ‘politically correct’ purtroppo anche lui virale.