“A proposito di niente”: la versione di Woody

Sono un uomo praticamente «analfabeta e disinteressato a tutte le cose accademiche» ma gli altri mi ritengono un genio, quindi forse valgo la pena di essere letto. 

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_di Francesca Fazioli

 

Qualcuno già aveva profetizzato che l’inferno sono gli altri e Woody Allen dal canto suo aveva apprezzato e si era tenuto in disparte, per trent’anni ha taciuto sull’affaire che l’aveva visto coinvolto in un caso di molestie che aveva sconvolto l’America più della pandemia. Ma questa volta ha deciso che non l’avrebbe fatto quindi ha scaricato il buon senso e ha ritenuto che fosse tempo di offrire la sua versione degli eventi. Queste cento pagine sono tristi e scoraggianti, mentre le restanti trecento che compongono questo buffo memoir sono impregnate del suo umorismo più nero. 

A proposito di niente è un lungo monologo, intriso di ricordi, fantasie e sogni.

Allen entra e esce dalle sue stesse storie, tocca un argomento, lo abbandona e lo riprende più in là con sagacia e facilità. Descrive i suoi genitori, Martin e Nettie Konigsberg, come sposati da tempo ma non adatti l’uno all’altra, «come il protagonista di Bulle e pupe e Hannah Arendt, non c’era nulla su cui andassero d’accordo, a parte Hitler e le mie pagelle» o quando da giovane desiderava ardentemente il giorno in cui sarebbe potuto andare in un bar di Manhattan e dire: «Il solito».

L’avversione per la scuola, l’amore per la radio, il jazz di New Orleans.

È come stare in un cinema in cui ci sia l’orchestra dal vivo e un vaudeville tra un film e l’altro. Eccolo lì, lui a tener i fili, a burlarsi di te, suo adoratore, mentre si definisce un verme, qualcuno che con i milioni che ha ottenuto durante la sua carriera non è riuscito a compiere il grande passo e a fare un capolavoro, e lì pensi a Io e Annie, a Manhattan e Zelig e ti senti quasi offeso. Ma lui fa così, si denigra allo sfinimento fin quando non appare un Igmar Bergman che gli fa i complimenti per il suo lavoro, o un Arthur Miller che lo invita in un caffè per disquisire quanto l’uomo sia alla ricerca di un Dio in un universo inutile e violento. Per non parlare di Tenesse Williams o Cary Grant che lo va a sentir suonare il clarinetto.

Un inetto, un rifiuto che percorre a zig zag ogni film che ha fatto durante la sua prolifica carriera, partendo dalla sceneggiatura sgangherata di Ciao Pussycat da cui voleva che togliessero il suo nome, alle prime aspirazioni drammaturgiche con Don’t Drink the Water, all’incontro con la più fedele delle amiche, Diane Keaton, la versione femminile di Huckleberry Finn e con un personal shopper degno di Buñuel.

Due matrimoni proprio come il personaggio che interpreta in Annie Hall, Harlene la prima moglie i cui genitori non avrebbero mai dovuto concedergli la mano e la meravigliosa Louise Lasser, in queste pagine Allen raggiunge vette di crudeltà comica quando la descrive, lasciando però trapelare l’affetto e l’amore che li ha travolti.

Una sequela di incontri maldestri, non manca un commento su ogni attrice che abbia mai frequentato, concedendosi quella brutale onestà che in questo momento definiremmo politicamente scorretta.

Ed è lì quando parla dei suoi film che ti struggi mentre lui continua inesorabilmente a prenderti per i fondelli, perché il suo processo di scrittura, il suo gusto per gli attori, le sue lotte creative sono tutte riconducibili alla fortuna, «non riesco proprio a interessarmi abbastanza a un film per girare fino a tardi», lui vuole sprofondare sul divano e guardarsi una partita di basket. I suoi attori sono liberi di cambiare i dialoghi, durante il casting si affida ad altri, «Non mi piace incontrare persone. Non riesco mai a far uscire l’attore abbastanza in fretta. Non ho niente da dire a nessuno di loro» addirittura con alcuni neanche parla, ma questo ve lo lascerò scoprire insieme alla costruzione della sequenza d’apertura di Manhattan. Lui vive in una bolla e pur raccontandoci molte cose non capiamo mai cosa si nasconda appena sotto la superficie.

Un’altra dimostrazione, ci suggerisce cosa gli è piaciuto e cosa no, ma poi tutto a un tratto si ferma e afferma «chi se ne frega di ciò che penso – è giusto?» e no, non lo è per niente caro Woody Allen, qui pendiamo dalle tue labbra e mi piacerebbe tanto sapere cosa non ti è piaciuto de La vita è meravigliosa, ma ormai è andata così, lui fa spallucce e noi restiamo sconcertati ma pur sempre affascinati. 

Quindi sì, leggetelo e come lui non prendete sul serio quello che scrivo io, come Woody volgetevi dall’altra parte e ditevi «non ho alcun interesse per la valutazione o l’analisi del mio lavoro da parte di altre persone»