[INTERVISTA] Groovin’ Connection di Dj Vale: “Goodness come modo di vivere”

Abbiamo intervistato uno dei protagonisti della prima generazione della disco e del funk, Valentino “Vale” Crovara, che, sabato 12, allo Spazio 211, presenterà il suo primo album di inediti, “Groovin’ Connection”, con una grande festa che ospiterà amici, ospiti e numerosi artisti.

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_di Roberta Scalise

Sono passati più di 30 anni da quando, con strumentazioni embrionali e tutta l’incertezza degli inizi, Valentino Crovara ha poggiato per la prima volta una puntina, forse un po’ tremolante per l’emozione, sui solchi di un vinile.
Una genuina e incontenibile trepidazione cui, nel corso dei decenni, ne sono, poi, susseguite innumerevoli altre, tra cui quella scaturita da 25 anni di “residenza” sul palco del Da Giau – in qualità di dj resident e di autore di una delle serate black più longeve della scena torinese, “Afrodisiak” – e dalle numerose e proficue collaborazioni con artisti del calibro di Africa Unite, Miriam Makeba, Capleton, Caparezza, Sun Sooley e molti altri, confluite, in seguito, nei progetti più recenti, quali Vibez a Gwaan – con Bunna –, Funky Goodness – con dj Ciaffo – e Vena Funk – con Tony Negro e Igor “Funky Criminal” Moretti.

Un’esistenza costellata di sorprese, viva passione e stimolanti scoperte e ricerche musicali, dunque, a consacrazione delle quali è giunto, ora, il primo album di inediti, “Groovin’ Connection”: 14 tracce dal sapore caldo, avvolgente e “old school” e collettrici dei generi che hanno contraddistinto la carriera di dj Vale – dal reggae alla dub, fino al nu funk e all’electro – e di alcuni degli artisti che hanno arricchito la sua carriera – come, tra gli altri, Paolo Parpaglione e Gianluca “Cato” Senatore dei Bluebeaters, il percussionista Vito Miccolis e Madaski degli Africa Unite.

Ne abbiamo parlato con dj Vale, protagonista indiscusso della prima generazione della disco e del funk – e, quindi, del djing – che ci ha svelato i suoi esordi, i suoi ricordi e le sue considerazioni: senza mai perdere, negli occhi, la scintilla di un amore per la musica che, ancora oggi, scalda le sue vene impregnate di blackness e sonorità del sole.

Con noi, anche Igor Moretti e dj Ciaffo, tra gli ospiti dell’album e del release party che, sabato 12 ottobre, ne presenterà i brani al pubblico dello Spazio 211, in un grande clima di festa e condivisione all’insegna della pura “goodness”.

Partiamo dagli esordi: come, quando e perché è nata la tua passione per il djing?

Come penso per la maggior parte dei dj, la mia passione è sorta acquistando dei dischi, soprattutto di musica nera: un amore stimolato anche da mio padre, acuto ascoltatore al quale non mancavo di fare notare che quando a cantare fossero “i musicisti di colore”, le sonorità mi piacessero maggiormente. Così, ha iniziato a regalarmi i 45 giri di James Brown e, in generale, di tutti gli esponenti del funk, dell’afro e della world music.

In seguito, ho, poi, acquistato il mio primo impianto stereo – a rate! – e ho iniziato a comperare album e, soprattutto, a frequentare gli eventi dei dj degli anni ‘80 che più ammiravo e seguivo, tra cui dj Mozart, Daniele Baldelli e tutti i protagonisti delle cosiddette “serate afro” – che però, di afro, avevano ben poco. Ricordo che, in quelle occasioni, ballavo poco e concentravo tutta la mia attenzione sulla consolle, osservando i mixaggi dei professionisti che si esibivano e il modo peculiare di lavorare di ciascuno. E poi, ho iniziato a mixare anche io.

E che cosa hai provato, quando hai cominciato anche tu?

All’inizio avevo un solo giradischi e mi sembrava un po’ di “zoppicare”. Successivamente, però, ho iniziato a costruire la mia piccola consolle e a immedesimarmi nei diversi dj dai quali ero affascinato, tentando i primi dj set e mixaggi – che gli amici “sordi” apprezzavano anche!
Di qui, ho cominciato a fare qualche serata e, soprattutto, a vendere le prime cassette con i miei lavori, a consacrazione dei quali è giunta, verso la fine degli anni ‘80, l’occasione di divenire dj resident al Da Giau, dove ogni mercoledì sera avevo l’opportunità di esprimermi e, al contempo, continuare a imparare i segreti di questo mestiere.

Quando hai capito di essere bravo e che questa fosse la tua strada?

In realtà non l’ho mai capito: trovo sempre dj più bravi di me, questo è il problema!
Ma ho capito potesse essere la mia strada quando ho compreso che il djing fosse ciò che mi riuscisse meglio. La musica, d’altronde, ha sempre fatto parte della mia esistenza: mia madre, per esempio, è stata la prima a spronarmi e a dirmi che fossi nato per fare questo, dandomi, così, un profondo supporto e spingendomi a tentare.
E, sperimentando, ho notato che le persone apprezzassero ciò che, a me, veniva spontaneamente: direi, quindi, che è così che ho capito che il djing potesse diventare il mio lavoro, per seguire il quale ho abbandonato il mestiere precedente e dato avvio a questa esperienza.

Secondo te, che cosa vuol dire essere un “bravo” dj?

Per come la vedo io, fare ed essere un dj, oggi, non significa esclusivamente possedere dischi rari, utilizzare solo il vinile o prediligere il controller, ma è il risultato equilibrato di una confluenza di fattori: la tecnica, in primo luogo, e, in particolare, il gusto, la scelta dei brani idonei al momento corretto, la capacità di interpretare la pista e l’abilità nel creare la propria impronta sonora, unica e indistinguibile.

A proposito dello stile, dopo più di 30 anni di carriera, come si alimenta il gusto?

Dal mio punto di vista, è abbastanza semplice: io, per esempio, ascolto moltissimo e apprezzo tutti i sound della world music, e questo mi consente di essere creativo, reinventarmi continuamente e trovare correlazioni tra generi distanti, misurando le sonorità e scovando le trait d’union tra un brano e l’altro.

Quali sono le fasi di preparazione di una serata?

L’iter è sempre il medesimo: in base al supporto che dovrò utilizzare, comincio a ragionare sul genere che sarà predominante, passando in rassegna i miei vinili/dischi o recandomi, con gli amici dj, nei negozi fisici, per cercare le produzioni nuove e le ultime uscite – anche quelle delle giovani leve. Poi, una volta in serata, do inizio al “viaggio” e lascio fluire la musica e le impressioni, ideando i miei mixaggi rigorosamente sul momento.

A questo riguardo, quando si è in consolle e si è nel peculiare e delicato momento del mixaggio, qual è la “magia” che si crea? Che cosa succede e qual è l’intuizione che conduce alla cernita di un determinato brano?

La maggior parte di questa magia deriva dal “potere del pre-ascolto”: avendo i brani in cuffia, vi è un momento in cui solitamente si pensa “Questo è il suo”, e le tracce si abbracciano. Oppure, il brano in corso fornisce delle prime idee, e indirizza, così, la scelta di quello seguente.
Molte volte, per esempio, mi capita di passare un pezzo e pensare già a come arrivare, poi, ad altri generi musicali in maniera continuativa e coerente.
In definitiva: più conosci musica, più queste scelte avvengono in maniera spontanea, consentendoti di spaziare il più possibile e di non cadere nelle medesime successioni musicali.

Immagino, però, che tu abbia elaborato anche degli escamotage per tutte quelle volte in cui la canzone successiva proprio non ti viene in mente…

Certamente: i “salva-pista” non mancano mai! Io stacco direttamente la corrente al locale [ride].
A parte gli scherzi, in questi casi – o quando il disco scelto non si trova – si interviene cambiando un po’ la direzione musicale e dando un nuovo slancio al dj set.

Ritornando ai tuoi esordi: ti ricordi che cosa provavi, una volta sul palco?

Sicuramente, le prime volte la manina tremava un po’. Ma ancora adesso, quando mi fronteggio con serate che “sento”, l’emozione e l’adrenalina continuano a scorrere.
In generale, quando sono in consolle, sono consapevole che il mio lavoro so farlo bene, quindi mi diverto e mi rapporto esclusivamente con la musica, canalizzando la mia concentrazione su ciò che si verifica sul palco.

In quanto protagonista indiscusso del dancefloor torinese, avrai osservato, nel corso dei decenni, mutazioni e novità rispetto all’approccio e alla modalità di svolgimento di questo mestiere. A tale proposito, com’è cambiata la figura del dj, negli anni?

Quando ho iniziato, la figura del dj era differente. Oggi, vi sono ancora alcuni locali che ne rispettano la caratura artistica, ma molti, ormai, hanno iniziato a declassarne l’importanza. Nel corso degli anni, infatti, si è assistito a una sorta di “svilimento” del ruolo, derivato sia dai titolari dei locali, sia da alcuni dj “improvvisati”. Si è perso, dunque, il ruolo primigenio della figura.

Secondo te, quando e come è avvenuta questa inversione di marcia?

Una volta, vi erano locali dedicati esclusivamente alla musica da club, con gruppi, dj e serate create appositamente. Ora, invece, tutto è mischiato e confuso, e i dj diventano spesso “strumenti” per arricchire ristoranti o aperitivi.
Le risorse, poi, sono cambiate: in passato, infatti, fare il dj non era per tutti, perché gli strumenti erano piuttosto costosi. Oggi, al contrario, tutti possono improvvisarsi tali, e i locali, mancando spesso di cultura musicale – e anche di impianti adeguati –, si accontentano di dj non professionisti.
Il dj, al momento attuale, è spesso considerato l’ultimo protagonista della serata, a causa di gestori che non si rendono conto dell’importanza che questi può ricoprire al funzionamento della stessa.

Pertanto, oltre a far divertire la pista, il dj possiede, dal tuo punto di vista, anche un ruolo “sociale”?

Certamente, perché la musica in sé riveste un forte messaggio sociale: convogliando l’energia sulla stessa, può succedere, per esempio, di aiutare determinate fasce della popolazione, come gli adolescenti e i giovani. E dedicando a questi delle serate specifiche, è possibile tramandare qualcosa e trasmettere insegnamenti anche a chi desidera fare questo mestiere.
Il dj, d’altronde, aveva in origine la funzione di creare comunità e coinvolgere più persone possibili.
Le serate, infatti, sono veri e propri riti collettivi, laici: per questo, io preferisco stare al livello del dancefloor, per entrare in contatto con le persone che ballano, vederle in faccia e osservarne il divertimento. Sul palco, invece, sto bene solo con i musicisti o in situazioni molto particolari.

Dopo oltre 30 anni di carriera, è tempo di bilanci: quali sono state le tue più grandi soddisfazioni? Rimorsi o rimpianti?

Rimorsi o rimpianti non direi. Il fatto di aver avuto la possibilità di osservare dal vivo la bravura di gruppi come gli Africa Unite o i Tribà e, in seguito, l’opportunità di collaborare con loro e di provare stima reciproca, è stata forse una delle mie più grandi soddisfazioni.
Per esempio, il rapporto con Bunna [fondatore degli Africa Unite, N.d.R.] è nato così, in maniera spontanea: l’ho conosciuto in un locale, in occasione di una serata, e qui mi si è avvicinato dicendomi che avesse sentito parlare di me e sapesse fossi bravo. A partire da tale attestazione di stima, e dopo aver scoperto la sua curiosità per il djing, abbiamo, dunque, iniziato a fare serate in giro per l’Italia, coinvolgendo spesso anche Vito Miccolis alle percussioni.
E lo stesso schema si è ripetuto con tutti gli artisti con cui collaboro e ho collaborato nel corso dei decenni.

Occasioni mancate di cui ora, invece, ti penti?

Al momento non mi sovvengono, ma sicuramente si saranno verificate. In generale, però, io, di carattere, non tendo a propormi, non mi oso e non stresso: forse avrei dovuto avere un po’ più di faccia tosta, ma questo modo di fare non mi appartiene.
Per esempio, poco tempo fa Madaski mi ha chiesto di mettere i dischi in occasione del live di Africa Unite e Architorti al Castello di Miradolo: nonostante gli anni di carriera, queste richieste ancora mi stupiscono e lusingano, perché si tratta di artisti per i quali nutro, prima di tutto, una profonda stima. La “presa bene” non mi è mai passata!

Una “presa bene” che, sicuramente, avrà contraddistinto la tua storica serata al Da Giau, “Afrodisiak”: quali ricordi hai di quest’ultima?

Sono stati anni bellissimi: al Da Giau ho davvero visto passare generazioni. Poco tempo fa, per esempio, è venuta a trovarmi una ragazza con una mia cassetta, dicendomi che fosse dei genitori e che volessero farmela vedere.
Potremmo dire che le serate al Da Giau siano diventate una sorta di “marchio di fabbrica”: spesso, infatti, soprattutto fuori Torino, mi si chiede di farne in quello stile.

Ciò che più ha funzionato, secondo me, è stato il modo in cui lo staff ha collaborato: una grande “famiglia” che ha lavorato e cooperato per valorizzare il locale e farlo splendere, sia a livello musicale – perché tra i pochi che proponesse musica alternativa –, sia a livello globale.

Un’esperienza fondamentale che, recentemente, ti ha poi fatto sbarcare ai progetti attuali, Funky Goodness e Vena Funk. Partiamo dal primo: com’è nata la collaborazione con dj Ciaffo e come avviene la vostra interazione, una volta in consolle?

Dj Vale: Io e dj Ciaffo ci siamo conosciuti, nel 2011, al Free Music Village di Nichelino, in occasione del concerto dei Persiana Jones cui io e Bunna abbiamo fatto un after show. Prima del quale, tuttavia, abbiamo ascoltato il gruppo e siamo rimasti particolarmente colpiti dagli scratch di Ciaffo, che già conoscevo, ma non personalmente. Di qui, Bunna mi dice: “Sarei curioso di vedere che cosa potreste combinare insieme, perché siete bravi entrambi ma avete tecniche totalmente differenti”. Quando è finito il concerto, perciò, Bunna ci ha presentati e ha poi pensato di montare il giradischi a fianco al nostro, e da quella prima sperimentazione è nata la nostra collaborazione.

Dj Ciaffo: Una preparazione preliminare vera e propria non c’è: nel corso del tempo, abbiamo elaborato dei modelli che sappiamo funzionino, ma il dj set si nutre spontaneamente, in serata, del contesto, dell’atmosfera e del pubblico: ogni sera, dunque, l’esibizione prende una piega diversa. Gli artisti sono, infatti, collegati al pubblico, e tutti gli umori sono direttamente proporzionali.

E per quanto riguarda i Vena Funk? Come si dialoga in tre?

Igor Moretti: Il progetto originario, in realtà, è stato avviato da Tony Negro e da un artista che dipinge e mette i dischi: insieme, proponevano serate molto peculiari che, però, non hanno poi trovato una foce adeguata. Una volta incontratici, abbiamo, quindi, deciso di unirci e di dare questo nome, attinto dalla copertina di un disco in cui la puntina, come un ago, incontrava la vena di un braccio.

Dj Vale: Per quanto riguarda il dialogo, quando si lavora con persone che sanno fare bene il proprio lavoro, tutto è più semplice. Tony, per esempio, è bravissimo e ha un gusto e una conoscenza molto raffinati, mentre Igor, da quando ha ricominciato a mettere mano ai dischi, ha una predilezione profonda per il vinile. Con loro è tutto facile, perché ognuno ha ruoli definiti che dialogano bene.

Igor: Esatto. Inoltre, nel corso delle serate Vena Funk, ciascuno di noi ha il proprio suono, ma tutto è inserito nel medesimo filo conduttore. La cosa più importante, poi, è che, quando lavoriamo insieme, ci divertiamo molto, e non pensiamo mai “Ora tocca a me, ora a te”, anzi: spesso succede che chi sia in consolle chiami l’altro per cedergli il posto e farlo suonare.

Dj Vale: La cosa bella, anche con dj Ciaffo, è che non vi è mai competizione: è il risultato finale che conta, il fatto di sembrare un “unico dj”, con una sonorità precisa e riconoscibile.

La stessa che caratterizza anche il tuo primo album di inediti, “Groovin’ Connection”: qual è il significato di questo album?

Ho concepito il disco alla stregua di un dono: rivolto a me, alle persone che animano le mie serate e agli artisti che mi hanno accompagnato lungo il percorso, di cui molti, infatti, figurano nei brani che lo costituiscono, arricchito proprio dal feeling umano e artistico instauratosi (come, tra gli altri, Bunna e Madaski – Africa Unite –, Marcello Coleman – Almamegretta, Tullio De Piscopo e Renzo Arbore – e Gianluca “Cato” Senatore e Paolo Parpaglione – The Bluebeaters – N.d.R.).

Quali sono state le fasi principali della sua gestazione?

Le tracce rispecchiano tutto ciò che ho sperimentato nel corso della mia attività: l’afro, il funk, la world music, ma anche le sonorità più moderne, come il nu funk. Ho, quindi, creato delle basi e, in seguito, ho contattato i colleghi e amici coinvolti per costruire, sul loro profilo, i brani finali, poi impreziositi dal peculiare apporto derivante da ciascuno di loro.

Ma come è avvenuta tale creazione: è arrivata prima la base o questa è stata influenzata dall’artista di riferimento?

Si sono verificate entrambe le situazioni. Nel caso del singolo, “Funky Goodness”, per esempio, sono entrato in studio con un riff di chitarra ben preciso, che avevo solo nella testa e non avevo nemmeno registrato, al quale ho poi aggiunto una batteria molto potente e ritmiche che rispecchiassero le mie idee. Così, alla conclusione del lavoro, ho compreso che fosse un brano in pieno stile “funky goodness”, perciò ho chiamato Ciaffo e, con lui e il suo estro, ho ultimato la base.

Con Madaski, invece, è andata diversamente: una volta coinvolto, ho creato una sonorità in chiave dub e l’ho affidata a lui, che ha, così, contribuito ad arricchirla – nonostante, dal suo punto di vista, andasse già bene nella mia versione.

Ancora, nel caso del brano con i Vena Funk, “La Nuit”, tutto è iniziato con un giro di basso di Tony sul quale abbiamo aggiunto, in seguito, batterie e un riff di chitarra curato da Igor.

In generale, tutti i pezzi sono rimasti quasi del tutto aderenti a quelli originali, perché il lavoro sulle basi si è rivelato una vera e propria collaborazione: gli artisti, infatti, mi chiedevano pareri, e io stesso ho cambiato idea in seguito al confronto con le loro visioni. Il processo creativo, quindi, si è nutrito di interazioni e raffronti costanti.

C’è un brano cui sei particolarmente affezionato?

Mi piacciono tutti, ma sì, sussiste: si tratta proprio di “Funky Goodness”, il primo pezzo registrato in studio (con Alessandro Manassero, che ringrazio per il lavoro minuzioso che ha svolto) ed elaborato – come accennato – insieme agli scratch di dj Ciaffo. Una traccia che intende veicolare lo spirito con cui è stata creata, ossia benessere, allegria e tanta voglia di ballare: vera “goodness”!

Quali desideri nutrivi, nel corso della preparazione del disco?

Nel corso di questi anni, avevo il timore di essere criticato, ma quando ho constatato che l’album stesse prendendo la forma da me desiderata, ho deciso di proseguire e, finalmente, “osare” un po’. Soprattutto, risulta fondamentale, per me, che gli artisti e i professionisti che lo hanno ascoltato mi abbiano detto sia un buon lavoro: i loro pareri e le recensioni entusiastiche che tuttora leggo, ancora mi emozionano e stupiscono.

Come sarà, allora, il live allo Spazio 211 del 12 ottobre?

Sebbene non sia semplice – come sembra – organizzare un release party, l’intento è quello di riprodurre l’interconnessione tra tutti i musicisti coinvolti sperimentata nell’album. Il live, quindi, sarà caratterizzato da una “base” costituita da me e Ciaffo cui, di volta in volta, si aggiungeranno i vari artisti, alcuni dei quali rimarranno anche con me sul palco – in base ai brani. I pezzi, inoltre, saranno arrangiati nel modo più simile al disco, e, a essi, si affiancheranno parentesi musicali free e molti ospiti. A curare l’apertura, invece, vi sarà Mastafive.

Tornando al comparto emotivo… Dopo 30 anni di carriera, hai qualche paura artistica?

Al momento, non direi: so che, prima o poi, cesserò di svolgere questo mestiere, ma, a differenza di quanti sono rimasti legati a immaginari non più attuali, ho sempre cercato, nel mio piccolo, di creare qualcosa di nuovo. Ancora non mi pongo, dunque, la domanda di quando smetterò, perché ho diversi progetti e idee da realizzare. La consacrazione dei quali è proprio il disco, nato dall’esigenza di lasciare qualcosa che mi identificasse e che fosse rappresentativo del mio percorso.

In definitiva, sono sereno: sto vivendo a pieno questo momento e cerco di pensare al presente.

E se ti dicessi che potessi condividere la consolle con artisti del passato o del presente che ammiri particolarmente, chi sceglieresti?

Premettendo che i musicisti e i colleghi/amici con cui l’ho condivisa mi abbiano già profondamente soddisfatto, ammetto che, sicuramente, l’evento che si terrà il 19 ottobre all’Arteficio con Claudio Coccoluto (https://www.facebook.com/events/2174816302817127/) rappresenterà un piccolo sogno che si avvera. Io e Claudio, infatti, ci siamo sempre incrociati, ma questa sarà la prima volta che condividerò la consolle con lui.

Tra gli artisti con cui vorrei condividere il palco, poi, ci sarebbe anche il dj statunitense Nicky Siano.

E per quanto concerne la scena torinese? Che cosa ne pensi?

Credo che il panorama torinese sia in salute: tra le vecchie e le nuove leve, infatti, sono molti i dj stimabili.
Importante, poi, secondo me, è tramandare qualcosa e stimolare soprattutto queste ultime a seguire tale passione, a insistere e a studiare continuamente per far sì che essa si tramuti in professione.

Per concludere, una curiosità: Vale, che cos’è la “goodness”, per te?

La “goodness” è la presa bene: è qualcosa che ti fa divertire, ballare, sorridere.

La “goodness” è uno stile di vita!

Tutti i dettagli della serata del 12 ottobre qui: https://www.facebook.com/events/463523451045147/ .