[INTERVISTA] Marco Trisciuoglio e l’Architettura del paesaggio

Paesaggio è un termine di dominio comune, utilizzato e alle volte abusato. Ha nella sua storia, il senso dei luoghi ma anche delle loro trasformazioni. Per capire meglio abbiamo fatto due chiacchiere con il professor Trisciuoglio, al crocevia tra architettura, Europa, Cina e insegnamento, partendo dalla sua ultima pubblicazione intitolata “L’architetto nel paesaggio. Archeologia di un’idea“. 



_di Alessio Moitre

Partiamo dal principio, com’è nato il libro?

È un libro di un’altra generazione, diciamo così, perché è nato vent’anni fa. All’epoca ero a Genova e studiavo per il dottorato. Ci occupavamo di ricostruire la storia delle idee che animavano il dibattito tra gli architetti e del paesaggio si parlava tantissimo. A me interessava approfondire il ruolo del rapporto tra paesaggio e architettura all’interno del “discorso architettonico”. Ho sempre guardato con sospetto all’idea che esistano una specifica architettura del paesaggio e una specifica pianificazione del paesaggio (con i loro specialisti), mi interessava molto di più il fatto che gli architetti avessero sempre disegnato finestre e terrazze per contemplare il bello della natura…
La tesi ha avuto un certo successo, è stata anche premiata. Però, non so se per pudore o per pigrizia, non l’avevo mai pubblicata. Ne ho invece fatto il punto di partenza per conferenze, seminari, corsi, svariatissimi approfondimenti. Poi, anche sulla spinta dei miei studenti e di alcuni amici/maestri, con i quali avevo condiviso molte delle discussioni pubbliche su quel tema, ho preso la decisione di farne un libro.

Quali problemi hai riscontrato nella stesura?

Il tema del paesaggio contemplato (con l’architettura che si fa macchina per ammirarlo), che anticipa il tema del paesaggio trasformato dalla mano dell’architetto, mi era chiaro sin dalla prima stesura. Il problema più grande è sempre stato per me il linguaggio: noi accademici abbiamo un nostro slang, una lingua oscura, a volte incomprensibile ai lettori. Bisogna invece scegliere il tipo di linguaggio in base al pubblico, interrogandosi sulle sue aspettative (e su quelle che ti poni come autore). Io mi rivolgo spesso, per lavoro e passione, agli studenti e questo è stato per me un termine di riferimento importante.

Ogni anno vedo molti testi sul paesaggio.

Si, parecchi. Al fondo del mio libro c’è una bibliografia cronologica dei testi sul paesaggio del Novecento e di questi primi due decenni del nuovo secolo. Soprattutto degli ultimi anni i volumi si sono moltiplicati, anche perché la parola stessa “paesaggio” è stata molto utilizzata, è diventata un termine passe-partout, un po’ per moda e un po’ come metafora, e ha anche aiutato gli editori a vendere molto, forse perdendo un po’ di vista la centralità dell’estetica della natura nella nostra cultura.

Come s’insegna il paesaggio?

Come ogni altra “materia”: andando all’origine delle cose e cercando di ripercorrerne lo sviluppo. Ritengo importante sottolineare il sottotitolo del libro “Archeologia di un’idea”: è un omaggio a Michel Foucault e alla sua “archeologia del sapere”. Io ovviamente mi muovo dal punto di vista dell’architetto. Quando ero studente, la maggior parte dei miei professori non partivano dal grado zero e tanti aspetti di quel mestiere (le tecniche, l’etica, la forma, la costruzione) erano date per scontate.   Ho provato a incominciare con una domanda semplice: che cos’è il paesaggio? La risposta, che è altrettanto semplice, apre a dei ragionamenti: il paesaggio è quello che si vede da una finestra. Ecco, questo libro racconta la storia di un’idea partendo da quella finestra. A un certo punto, un uomo ha cominciato a guardare fuori dalla sua finestra, poi ne è uscito fuori. Ha costruito un giardino che poteva essere simile a quel paesaggio che aveva contemplato, ma “rifatto” dentro un recinto. In un secondo tempo l’uomo ha superato il recinto del proprio giardino per costruire parchi e altro, andando in mezzo alla natura, magari per attraversarla o attraversarne il senso. Così il paesaggio è diventato luogo dell’arte: la Land Art è un po’ il punto di arrivo di questa storia, con la sua pretesa di scappare dalle stanze delle gallerie della New York degli anni Sessanta e la sua resa quasi immediata, con l’esposizione in quelle stesse gallerie delle fotografia delle opere totali immerse nel paesaggio. Che cosa è una fotografia esposta su un muro bianco se non un quadro o la memoria di una finestra?

Prima mi dicevi che ogni anno insegni qualche mese anche in Cina. Sul paesaggio ci sono delle distanze culturali? Che cosa hai potuto capire?

Noi occidentali abbiamo grandi debiti verso il mondo cinese, che abbiamo anche magari virtuosamente frainteso. Quando il famoso primo uomo è sceso in mezzo alla natura, di cui parlavamo prima, si è reso conto che non si potevano fare solo dei giardini squadrati, come quelli dei chiostri medievali o delle ville rinascimentali, ma si potevano creare dei giardini “più naturali della natura” per paradossale che questa espressione possa sembrare. Gli inglesi per primi si accorsero delle tecniche cinesi di composizione dei giardini e cominciarono ad immaginare dei modi per replicarli, inventando così un nuovo gusto, il cosiddetto pittoresco. La parola pittoresco però viene dai dipinti dei vedutisti europei, che gli inglesi assumevano come riferimento visivo per rifare quello che i Cinesi avevano già fatto.

Il tuo interesse per la Cina da dove è nato?

È stato un caso. Quando ero bambino, l’unico posto in cui non sognavo d’andare era la Cina. Mi sentivo figlio del Mediterraneo e della Mitteleuropa. Sognavo l’America del cinema, la Malesia di Salgari, il Medio Oriente dei miei studi da archeologo. Circa dieci anni fa, per caso, ho cominciato ad avere studenti e dottorandi cinesi. Mi hanno intrigato con la loro cultura, la loro lingua, il loro modo di pensare e le loro storie. Mi sono trovato all’improvviso là io fondo all’Asia, dove ho costruito dei rapporti lavorativi e di amicizia oggi molto solidi e dove sempre più mi sento a casa. La Cina resta per me un costante esercizio di auto-conoscenza, il modo migliore per interrogarsi sulla cultura occidentale, sulla maniera di pensare che appartiene alla nostra Europa. Andando fuori dai nostri confini e per di più così lontano capisci e relativizzi tanto.

Tu in Cina dove lavori?

A Nanchino, prevalentemente.

C’è un architettura aggressiva a Nanchino?

Sì, come in tutta la Cina e forse in tutta l’Asia estrema, ma devo dire che la cultura nanchinese cerca di difendersi. La scuola d’architettura di Nanchino, una delle più importanti in Cina, cerca di difendere una tradizione costruttiva legata prima agli Stati Uniti della bell’époque (modello imprescindibile alla fine degli anni Venti per la “nuova” capitale repubblicana), poi al modernismo colto di stampo occidentale, quindi alla ricerca di questi ultimi anni sui materiali e le forme cinesi autoctone, restando fedele al rapporto strettissimo con la Scuola Tecnica di Zurigo.

Però i cinesi hanno subito uno stravolgimento del loro paesaggio, cittadino soprattutto…

Avvertono il cambiamento, questo è chiaro, però non hanno l’attenzione protezionista che abbiamo noi europei verso il paesaggio. Hanno un’attenzione per così dire turistica. I Cinesi di oggi preservano i prodotti di un’epoca e di un luogo per poterli “vendere” democraticamente a tutti, alla ricerca di una sempre più ampia condivisione di valore identitario…


E i Cinesi vogliono ancora venire in Italia?

Come turisti e come studiosi assolutamente. L’Italia è ancora un El Dorado per loro, soprattutto per la qualità della vita.

Nel futuro, secondo te, il paesaggio sarà ancora da insegnare o sarà un valore acquisito?

Domanda complicata. Vent’anni fa, quando ho cominciato a scrivere questo libro, il termine paesaggio dava adito a molti fraintendimenti e molte confusioni. Oggi le cose non sono cambiate di molto. Secondo me non è tanto importante insegnare il paesaggio, ma far capire che nella nostra cultura ci sono state persone, idee, progetti che dimostrano come il paesaggio in sé sia stato apprezzatoe che l’ha sviluppato in varie forme. Ricordandoselo soprattutto.

Progetti futuri?

Vorrei scrivere un libro sulle stanze e i cortili, le architetture, le città e i paesaggi della Cina, in maniera diversa dal solito, con l’occhio di chi le scopre mano a mano, senza essere paludato, provando a essere scientifico, ma non pedante. Vorrei spiegare il perché di certe cose, far compiere un viaggio al letttore insomma. Sto cominciando a lavorarci proprio in questi giorni…