Il lato oscuro della natura umana tra le pagine di Blast

Sopraffatti e vinti dall’orrore, dalla tristezza, dalla poesia ma soprattutto dall’impossibilità di raggiungere il bene in quell’ultimo sguardo che scorre sulla pagina finale di Blast. A pervaderti è uno stato di disperazione profonda, lenta e invadente. Il magnifico e ingombrante fumetto di Manu Larcenet è lungo 800 pagine, raccolte nella nuova edizione integrale di Coconino Press, un lavoro disumano che l’autore francese ha iniziato dieci anni fa.


_di Francesca Fazioli 

Polza Mancini ha 38 anni, è un critico gastronomico che un giorno ha deciso di andarsene, di abbandonare tutto. È un uomo con il corpo di una balena e il naso lungo come il becco di un uccello. È calvo e ha piccoli occhi tondi e curiosi. È seduto in una stanza degli interrogatori, i due detective sospettano che abbia aggredito una donna. Polza è un manipolatore, distorce a suo piacimento la storia, ma non cerca mai di abbellire o nascondere la sua viltà di fronte ai fatti.

Parte dall’inizio, la visione del corpo emaciato di suo padre morente, un cumolo pietoso di ossa mangiato dal cancro, la voglia compulsiva di ingurgitare barrette al cioccolato, l’alcool come ghiotto placebo, la sua vita al di fuori di percorsi comuni. Una rinnovata libertà, l’assenza di ogni vincolo familiare convince Polza a gettarsi nel mondo fisico a conquistarne l’essenza. Entra in uno spazio «infinito e sgombro da ogni morale», ecco cos’è per lui il Blast, un’epifania che porta ordine e diventa un’ossessione da rincorrere. Una ricerca frenetica e spasmodica di quell’esperienza, di quella esplosione, un’ondata travolgente, uno shock emotivo di cui ha bisogno, un’allucinazione in cui appaia un moai, un elegante e gigantesca statua dell’isola di Pasqua. Ecco perché tremante per il freddo, imbevuto di alcool e sotto la pioggia battente persiste nel suo cammino. Il Blast è l’unica cosa che per lui abbia senso, un orgasmo assoluto che lo faccia sentire in vita.

«È un grande teatro quello orchestrato da Manu Larcenet
nel quale riecheggia solo il suono del lutto»

Di fronte ai poliziotti Polza sembra altrove, tutti si sentono liberi di fissarlo come se fosse un errore macabro e irreparabile, le umiliazioni fanno parte di un passato che lui stesso ha disintegrato. La verità, i sentimenti, le azioni si annidano nei suoi silenzi, nelle sue pose, in quelle sequenze in cui Polza si accontenta di vivere privandosi completamente del contatto con il resto dell’umanità.

Larcenet procede di flashback in flashback, il lettore resta incagliato nella soggettività del personaggio, segue questo enorme uomo sulla nuova via intrapresa, osserva i suoi errori, accumula buone ragioni per odiarlo, capace com’è di far crollare sotto il suo peso etica e giustizia, quel complesso sistematico di principi o valori a cui noi ci atteniamo e a lui sembrano totalmente estranei. Senzatetto per scelta, Polza fa ritorno a uno stato quasi primordiale della vita, uno stato selvaggio scandito da incontri casuali e impasse esistenziali.

Barboni, alcolizzati, sedicenti cittadini di una repubblica basata sulla miseria, ma anche un brutale spacciatore che usa farsi chiamare santo dai suoi discepoli, i ridicoli residenti di un ospedale psichiatrico da cui evaderà e un aggressore sessuale e stupratore recidivo con l’ossessione per le vagine pelose.  Ma sarà Carole, colei che ha dentro qualcosa di danneggiato, colei capace di far sprigionare l’amore di Polza, una creatura quasi aliena al suo sguardo, a lasciare timidamente che risorga quel desiderio di sedentarietà in lui completamente smarrito.

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È un grande teatro quello orchestrato da Manu Larcenet nel quale riecheggia solo il suono del lutto. I suoi disegni in bianco e nero con quella linea slanciata, veloce e a volte violenta tratteggiano quello spazio appartenuto a qualcuno che ha subito un trauma indicibile e inconsolabile. I colori, usati quando si presentano i Blast, sono il manifesto di una follia difettosa e incendiaria, la sicurezza dell’approdo che svanisce ancora più lontana dalla vista mentre Polza viene travolto alla deriva.

L’epilogo di un’odissea mostruosa dopo essersi immersi nella complessità di un essere umano la cui testa è un ricettacolo di emozioni incontrollate.