Futura 1993 X OUTsiders | Intervista senza filtri agli Eugenio in Via di Gioia

Freschi dell’uscita del doppio singolo “Altrove/ Il Tuo Amico Il Tuo Nemico Tu”, i torinesi Eugenio In Via Di Gioia tornano in scena dopo un’intenso tour estivo. Per procrastinare ancora un po’ l’arrivo dell’inverno, facciamo un tuffo nella torrida fine dell’estate quando Futura1993 ha incontrato per noi gli Eugenio In Via Di Gioia al completo a Home Festival. Tra una carbonara e un ricordo dei tempi del Politecnico, Giorgia Salerno ci guida nel delirante mondo degli Eugeni.


_Giorgia Salerno

Tra le ultime tappe del nostro tour, siamo state all’Home Festival di Treviso, dove abbiamo incontrato tantissimi artisti. Il backstage del festival – un vero incrocio di culture e generi musicali – era un continuo scambio di chiacchiere e saluti: noi ne abbiamo approfittato per parlare ancora un po’ con gli Eugenio In Via Di Gioia che avevamo incontrato all’inizio dell’estate in quel di Caprarola, a Eco Sound Festival. Quest’ultimo ci è stato davvero utile per approfondire la nostra conoscenza sugli artisti e anche il loro legame con l’ecologia: infatti, come Home Festival, anche Eco Sound è un evento portavoce di innovazione. È uno dei primi festival italiani che riesce a portare le sperimentazioni musicali fuori dai palcoscenici tradizionali per inserirle in parco naturale allestito con materiali di recupero. Proprio qui, abbiamo scattato una marea di Kodak ai ragazzi della band: leggete e guardate tutto, ecco cosa ci hanno raccontato gli Eugenio In Via Di Gioia.

Sappiamo che i vostri fan vi portano da mangiare mentre siete in tour: come ha avuto origine tutto questo? E soprattutto, qual è il vostro rapporto con il pubblico? Come siete riusciti a creare questa vicinanza?

Ah, pensavamo ci chiedeste: “com’è il vostro rapporto con il cibo?” (ridono).

Beh, se volete raccontarcelo, va più che bene!

Paolo: La cosa del cibo in tour è nata per caso a Roma, in uno dei nostri “Raduno In Via Di Gioia”; facevamo dei raduni per strada, nelle piazze, arrivava la gente e condividevamo la musica. Quella sera, durante il primo Raduno In Via Di Gioia a Roma, arriva un ragazzo con una pentola piena di carbonara! Abbiamo pensato: “no, non è possibile”. Allora io ho fatto una storia su Instagram e da lì è nato tutto. Poi abbiamo fatto il raduno a Genova e ci hanno portato focacce, canestrelli… ad un certo punto i fan si sono sentiti quasi in dovere di portarci il cibo: noi abbiamo cavalcato l’onda, cioè, io (ride).
Eugenio: Noi dicevamo: “Paolo, ti prego, smettila! Ci portano troppa roba”, perché alla fine, ad un certo punto, non riuscivamo più a mangiarla.

La cosa più strana che vi hanno portato?

Eh, ha vinto un ragazzo a Viterbo, che ci ha portato il cinghiale, cucinato da lui! Ha vinto per l’idea e per il gusto. E qual era la seconda domanda? Ah, qual è il rapporto con il cibo… niente, pesiamo 95 kg, le donne non ci vogliono più (ridono), ma noi amiamo il cibo lo stesso.

Ma no, dai, sarete pieni di groupies.

Mangiamo anche le groupies! (ridono). Comunque, il rapporto con il pubblico è interessante perché, essendo noi nati per strada, ripetiamolo all’infinito, quando suoniamo ci piace proprio stare a parlare e messaggiare con i nostri fan.

Eugenio in via di Gioia, lo sappiamo, è un gioco di parole con tutti i vostri nomi: qualora un giorno uno di voi volesse abbandonare la nave, cosa succederebbe?

Eh, infatti, abbiamo stipulato un contratto per cui chi abbandona la nave deve sfornare un figlio con lo stesso nome e lo stesso cognome e deve darci tanti soldi quanti abbiamo in previsione di guadagnarne da adesso ai cinquant’anni.

Beh, sembra esserci una coesione pazzesca.

Oooh! In realtà ci odiamo… è un “odi et amus”, come direbbero i latini che non sanno il latino.

Come vi siete conosciuti?

Emanuele: Paolo ed Eugenio si conoscono dal liceo… ma ora ti spiego la storia completa. Emanuele ed Eugenio si conoscono all’università, ok? Eugenio mi stava proprio antipatico, perché era un secchione della prima fila. Faceva a gara con un altro per fare le domande al professore.

Eugenio: ma non è vero! Semplicemente ero interessato, mentre lui pensava già alla musica, solo alla musica.

Emanuele: si e poi com’è andata a finire? Io avevo previsto tutto (ridono). Comunque, quando ho visto che suonava per strada, ho pensato che essendo uno studente fuorisede potevo racimolare qualche soldino, al che mi sono detto: “caspita, per convenienza mi conviene farmelo amico, così vado a suonare con lui!” Conoscendolo poi ho capito i suoi problemi, abbiamo iniziato ad andare d’accordo e…

Va beh, anche tra me e Francesca è andata così ragazzi!

Eugenio: allora mi capirai. Comunque ora tocca a me, ancora non vi ho spiegato perché lui mi stava antipatico. Emanuele frequentava il gruppo Erasmus, facevano quelli, sai, che stavano in fondo all’aula… Ma questa ve la devo raccontare: a un certo punto, eravamo in una sede nuovissima, tutta bella pulita, e praticamente questo amico di Emanuele, un writer, ha iniziato a scrivere sui muri, dentro ai bagni, le aule, su tutto.

Emanuele: e poi c’è stato un incontro all’università, indovina su cosa? Sul writing. Arriva questo writer famoso, alla fine chiede: “ci sono domande?” ed Eugenio: “Sì! A me stanno sulle palle quelli che vanno nei bagni e sporcano i muri che erano tutti puliti!” Però lì aveva ragione. Bon, finita la storia. Ma sinceramente perché ti stavo sul culo?

Eugenio: perché facevi parte di quel giro lì (ride)!

Tutto questo succede a Torino, giusto?

Paolo: Sì a Torino, brava, riassumiamo. Hanno iniziato a suonare, poi Eugenio doveva fare una serata vicino a Torino, ci siamo rivisti per strada dopo due anni dal liceo, non ci vedevamo da tempo e mi fa: “ti va di venire a una serata? Magari suoni le percussioni”. Doveva finire a quella serata lì, solo che al pubblico siamo piaciuti molto e sono stati loro a dirci di provare a fare qualcosa insieme. Colpa di quelle tre persone insomma! Poi è arrivato il buon Federici, con una storia assurda, che ha dell’incredibile. Inizio 2013, Londra, Piccadilly Circus, camminavamo così e sentiamo uno che suona il contrabbasso con davanti duecento, trecento persone. Abbiamo pensato: “magari è un australiano” e invece era un umbro del cavolo (ridono), e nel parlare abbiamo scoperto che lui doveva venire a Torino dalla sua (ex) ragazza. Da Londra a Torino! Pensa tu.

Sono curiosissima di sapere che rapporto avete con il cinema, dato che ne siete appassionati.

Allora, il nostro prossimo obiettivo è fare un film in cui siamo anche gli attori. Abbiamo iniziato a fare queste canzoni che un po’ avevano anche una parte teatrale, poi però abbiamo questa attitudine a fare gli scemi sul palco, e a dire quello che ci viene in mente; dopo che abbiamo fatto lo spettacolo teatrale, invece di fare le scene improvvisate, abbiamo dovuto imparare una parte e ci è piaciuto tanto! Poi uno di noi compone anche colonne sonore, quindi abbiamo detto “se nessuno lo chiama per fare un film, prima che compia un gesto estremo, facciamo un film per metterci una sua colonna sonora” (ridono).

Quindi partire dalla colonna sonora per arrivare al film.

Esatto: ci si adatta alla musica, non il contrario (battono le mani).

Uno dei nostri pezzi preferiti è “Giovani illuminati”: chi sono oggi i giovani illuminati, per voi?

Eugenio: Questa canzone è anche la mia preferita ed è stata scritta nel 2016, quando ancora non avevo uno smartphone. Prima di prenderlo ho atteso tanto perché non mi piaceva l’idea e fino all’ultimo non ho voluto, anche se ora che ce l’ho sono felicissimo perché è comodissimo. All’epoca però mi ci sentivo distante e non era ancora così comune vedere la gente in metropolitana, per dire, tutta presa dal cellulare a scrollare: ora è normalissimo, non ce ne accorgiamo più, è un po’ come vedere i cani vestiti per strada. Allora invece mi faceva tanto effetto, come il fatto che prima quando volevamo ascoltare la musica usavamo il walkman, quando volevamo leggere tiravamo fuori un libro, quando dovevamo fare dei calcoli usavamo una calcolatrice, insomma, c’era un oggetto per ogni cosa. Lo smartphone invece le racchiude tutte quante e oltre a racchiudere tanti oggetti è come se avesse racchiuso anche tutta la nostra memoria. Mi sono quindi immaginato i giovani illuminati, tutti noi, però a risparmio energetico, perché quando ti finisce la batteria diventiamo scatole vuote, no? I giovani illuminati siamo tutti noi, oggi.

Volendolo usare come termine positivo, reale, come dovrebbe essere? Una persona analogica?

Mah, non è detto, perché una persona analogica oggi sarebbe fuori dal mondo, quindi non è facile. Secondo me bisogna saper usare l’oggetto, senza farsi usare. Ah, hai visto il video del pezzo? È un hyperlapse, con 42000 foto.

Si! Insomma siete un po’ ostili a tutta questa tecnologia, però sui social vi vediamo molto attivi.

Per forza! È un lavoro, lo vediamo comunque come parte del lavoro del musicista. Usare i social è estraniante perché li usiamo troppo, ma è parte del gioco. È sempre la solita storia: siamo attratti dalla tecnologia perché comunque ti apre dei mondi incredibili, dall’altra parte però è giusto non esserne assorbiti. Bisogna usarla e cercare il giusto equilibrio. Anche perché se i nostri social fossero gestiti da qualcun altro non sarebbe la stessa cosa, quindi dobbiamo farlo noi e alla fine è anche piacevole. Ti avvicina ai fan, ma ti allontana dal mondo reale: c’è questa doppia cosa, però noi cerchiamo, alla fine dei concerti, di restare vicino ai fan, per far capire che noi preferiamo quello. I social rimangono solo un mezzo per poterci incontrare. Paradossalmente a volte siamo vincolati all’uso dei social: dicevamo prima del cibo in tour, a volte arriva gente con cibo da regalarti, tu vorresti stare lì con loro e ringraziarli, invece la prima cosa che dobbiamo fare è prendere il cellulare e fare un video, perché loro se lo aspettano! Secondo noi bisogna dimostrare che si usa il cellulare solo quando ne hai bisogno, un po’ come si fa con i bambini: si fa la storia su Instagram ma poi si mette via il cellulare e si sta insieme: è così che fai passare il messaggio.

Qual è il concerto che oggi a Home Festival non volete assolutamente perdervi?

Ti dico, è la quarta volta in un mese che ci vediamo Caparezza e fa sempre piacere. Ci piacerebbe sentirmi meglio Motta. Poi anche Joan Thiele, di cui prima abbiamo sentito il soundcheck, e anche la Michielin.

Ultima domanda: con chi vorreste collaborare?

Caparezza (ridono). O Neffa! Anche Giovanni Truppi, Andrea Lazslo de Simone, o anche Jovanotti.

Lorenzo: a me piacciono i Coma_Cose, anche se forse non sarebbe facile combinarsi.

Eugenio: Io dico Cesare Cremonini.


Futura 1993 è il format radio itinerante creato da Giorgia Salerno e Francesca Zammillo che attraversa l’Italia per raccontarti la musica come nessun altro. Segui Giorgia e Francesca su Instagram, Facebook e sulle frequenze di RadioCittà Fujiko, in onda martedì e giovedi dalle 16:30.