Siamo stati alla prima Boiler Room in Italia

Tra clubbers in estasi e poser a favore di videocamera, la prima Boiler Room italiana a Milano – in collaborazione con Ray Ban ed Elita – non ha deluso le aspettative, confermando il suo status di culto contemporaneo.


_di Lorenzo Giannetti

Dopo il forfait del 2013 (con l’annullamento della date annunciate a Firenze e Venezia che prevedevano ospiti del calibro di Tessela e Dukma) l’anno di Expo è davvero quello buono per il battesimo tricolore della crew di Boiler Room. Lo showcase a invito più cliccato del web arriva in Italia fuori tempo massimo, ma, per usare un eufemismo, riesce comunque a fare piuttosto rumore. La spasmodica attesa legata ad un evento come la Boiler Room rimane per molti un’iperbole ingiustificata, ma è innegabile che a conti fatti la serata sia da promuovere in toto. Il format è ormai di dominio pubblico: lo streaming in mondovisione targato Boiler è il modo migliore per vedere all’opera i dj più in voga del momento, restandosene in panciolle sul divano; ma anche un’interessante vetrina per segnare in agenda volti nuovi. Essere pizzicati per una session è di fatto una tappa obbligata per coloro che cercano fortuna dietro alla consolle (pensate ad una versione per clubbers di KEXP o, per i nostalgici, delle esibizioni di chiusura al David Letterman) e i vertici della Boiler Room si dimostrano, dopo più di dieci anni in pista, una garanzia di qualità.

La location prescelta (comunicata 24 ore prima del fischio d’inizio) è l’ex cartiera Bazzi, in zona Ventura, tra i blocchi di cemento della periferia milanese. L’ingresso ai “guest” è garantito solo entro le 22 e già alle 21.30 l’incrocio di via Crespi è un crocevia di automobili, smartphone e sneakers. Mentre la coda aumenta a macchia d’olio, all’interno, le basse iniziano a far tremare i vetri. E’ partito infatti il set di Fabrizio Mammarella, unico italiano in campo, annunciato solo in mattinata: peccato, dato l’indubbio valore artistico del producer di Chieti. Il pretesto perfetto per far passare il tempo ritornando sulle polemiche relative alla line up “orfana” di italiani – fatta eccezione per il last minute di Mamamarella, appunto. Semplicemente, sostenere il glocal non è la prerogativa di Boiler Room, che sul suo radar monitora un po’ di tutto (solo qualche giorno prima del gran galà all’Ex Bazzi sponsorizzava sul suo profilo Facebook il nostro “tuscan speedball” Clap! Clap!…). Da un lato non si vuole cedere all’automatismo del chilometro zero dall’altro deve chiaramente rapportarsi con degli sponsor “a molti zeri”. Personalmente spero che i vari Populous, Godblesscomputer o Vaghe Stelle vengano chiamati per una Boiler Room, sì, ma all’estero. Avanti così, allora, al netto di polemiche comunque pacate e placate (di fronte ad una line up di tutto rispetto e alle paroline magiche “open bar”).

Oltre che piacevole sorpresa per alzare il coefficiente alcolico dei partecipanti, i drink omaggio si rivelano un kit di sopravvivenza base date le temperature tropicali dell’ex cartiera, che sotto il bombardamento di decibel e luci della Boiler Room sembra essere appena un numero civico più avanti del Centro della Terra. “Boiler Room” nomen omen, come la sala caldaie dalla quale tutto è cominciato nel lontano 2010, probabilmente in un ventoso ottobre londinese e non nella giungla meneghina di metà giugno. Una sauna con la migliore colonna sonora che possiate sperare: si danno il cambio nell’ordine Suzanne Kraft, Midland e Marco Young, ovvero, tanta elettronica con la pinna, il fucile e gli occhiali a goccia (Ray Ban, come da sponsor, of course).

La qualità dei set è direttamente proporzionale alla ridicoolness di certi outfit e agli atteggiamenti enfatici a favore di telecamera ma, ehi, fa parte del gioco. Che sia una cubista uscita da un manga o un damerino in giacca e papillon (uscito forse dall’aperitivo di qualche ora prima al party di Tommy Hilfiger in piazza Oberdan) chi sono io per giudicare? Giusto così, purché rimanga nota di colore e le casse continuino a pompare roba di qualità.

“Thanks to all who joined us in person and online for the biggest gig of my life. With the support of Rayban and Boiler Room, Young Marco, Midland, Suzanne Kraft, Donavan’s Light show and I had one of the greatest, sweatiest warehouse parties for all the world to enjoy”  – Dj Harvey sul suo profilo Facebook

Anche perché per il resto il pubblico, tra l’altro molto più numeroso del previsto (non proprio l’oligarchia Boiler con tetto a 200 persone ma quasi 700 anime), è formato in larga misura da abitué del dancefloor più “aware”, curioso ma ben consapevole della natura stessa del brand Boiler e più che altro sinceramente curioso. Impara l’arte – party hard – e mettila da parte, quindi?

Mentre in pista si continua a sudare tipo le comparse del video “I’m a slave for you” di Britney Spears (l’élite mi perdonerà) realizzo che ci sono buone possibilità che l’accessorio dell’estate sia il ventaglio maschile e prendo fiato nella lounge adiacente, dove i pallet rappresentano l’unica e più ambita seduta e la folla si crogiola in rituali ancestrali come la battaglia di cubetti di ghiaccio o lo scrocco di sigarette.

In maniera piuttosto inusuale, forse disorientati nel non poter offrire cocktail (ricordate l’open bar?) ad eventuali partner sessuali per coadiuvare il loro approccio (secondo l’altrettanto antico e sessista codice del galateo) i ragazzi assediano i bagni maschili, solitamente lande desolate dimenticate da Dio.

La security è ben presente ma non invasiva, dei gendarmi-fantasma. L’atmosfera del resto è davvero rilassata, al di là del tour de force sul dancefloor. A mettere la parola fine con l’autorevolezza del veterano ci pensa Dj Harvey – che si presenta in consolle con giubbino multicolor dal guardaroba del Principe di Bel-Air, occhiali da sole retro-futuristici che neanche i Daft Punk on the beach, barba incolta e ghigno da compagno di bevute del Drugo. Di mestiere e con classe, Harvey spiazza un po’ tutti con un set tribale, sciamanico, barbiturico che parte con una intro jazzy un po’ cartoonesca e sfodera pulp da salotto sempre pronti al colpo di scena e allo spargimento di sudore sul dancefloor, fino all’epica chiusura coi chitarroni a spettinarci i capelli e manda tutti a casa.

La prima Boiler Room italiana finisce così (nel migliore dei modi): vadano in pace detrattori e non. Non si griderà al miracolo, ma per molti clubbers la trasferta a Milano è stato un pellegrinaggio in Terra Santa.

OUTsiders webzine ci tiene a ringraziare lo staff di Zero.eu e di Boiler Room per la disponibilità dimostrata prima, durante e dopo l’evento. 

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