Il 10 settembre, all’Ippodromo Snai San Siro, A$AP Rocky ha firmato uno degli show rap più esplosivi e significativi dell’anno. Un viaggio trasversale nella sua discografia che si trasforma in un rito di passaggio, chiudendo un cerchio tra l’adolescenza e la consapevolezza.
Sono arrivata all’Ippodromo Snai San Siro giusto in tempo per l’inizio, convinta di tuffarmi nel cuore della folla. Per un errore di percorso, però, mi sono ritrovata confinata nel posto più sbagliato possibile: incastrata tra le influencer, circondata da pose plastiche e schermi perennemente alzati, lontanissima dall’energia sudata del pit.
Mentre cercavo di isolarmi da quel contorno, ho iniziato a pensare perché mi desse così tanto fastidio quella plastica e la mia mente è tornata al 2015. Avevo 14 anni, vivevo nella provincia di Torino e non sapevo letteralmente che pesci prendere nella mia vita. A quell’età l’innocenza era il motore di tutto, ma la necessità più urgente era seguire gli altri, cercare disperatamente un senso per la propria persona attraverso l’appartenenza, gli amici diventavano molto più importanti e il giro di persone un po’ iniziavano a definirti. Trovai quel rifugio in un gruppo che abitava in periferia: chi si avvicinava alle sostanze leggere, chi abbozzava i primi graffiti, e i più audaci che si buttavano a ballare hip-hop. Eravamo uniti dalla noia, dal bisogno di definirci e dal sogno della grande città, quel miraggio dove, prima o poi, “le cose si realizzano”. In mezzo a tutto questo c’era la musica di Notorius Big, Snoop Dog, Kendrick Lamar e di A$AP Rocky.
Oggi, a 25 anni, con dieci di supporto attivo alla sua carriera, ritrovarmi qui è stato come guardare allo specchio due percorsi di crescita paralleli: il suo e il mio.
L’elicottero e l’inizio del viaggio
Quando lo show si apre, ogni frustrazione del pre-concerto sparisce. A$AP Rocky arriva letteralmente dall’alto: scende da un elicottero brandendo un megafono sulle note di “Stole Ya Flow” e “A$AP Forever“, il brano che nel 2018 ha chiuso il cerchio del lutto e aperto quello della maturità. E’ chiaro il messaggio. Oggi Rakim è padre, marito e autore di Don’t Be Dumb (un disco che vanta collaborazioni con Tim Burton), ma quando l’elicottero si stacca e lui tocca terra, l’urgenza performativa è quella degli esordi.
Da qui in avanti, la scaletta è un attraversamento nudo e crudo della sua storia. Si passa dal presente di “Trunks” e “HighJack” alla carica frontale di “Riot” e “Praise The Lord”. La potenza scenica lascia presto spazio all’interazione: Rocky chiama il pubblico a raccolta chiedendo di far roteare le magliette bianche. È un tributo a “Raise Up” di Petey Pablo, ripreso e trasformato in “Helicopter”, che dal vivo diventa un rito collettivo di appartenenza.
Chiede anche di aprire i cerchi per il moshpit. Dal mio angolo di prigionia lo vedo benissimo: le aree del pubblico divise per settori non aiutano e, se dal versante pogo shoegaze punk l’Italia risponde benissimo, sulla fisicità rap c’è ancora qualche limite. Ma in quel tentativo, in quella richiesta di contatto fisico, ritrovo la stessa spinta a sfogarsi che avevamo noi a Settimo dieci anni fa.

Il ritorno alle origini
A ricordare da dove tutto ha avuto inizio ci pensa “Goldie”: non più il racconto della strada in prima persona, ma il paradosso del successo e la paranoia celata sotto il lusso, un brano che Rocky indossa ancora oggi come una cicatrice più che come un trofeo.
Il momento che trasforma davvero il concerto in una navigazione intima tra i ricordi arriva però con “LVL” e “Wussup”. Sentire i pezzi fondativi di Live.Love.A$AP suonati dal vivo non mi fa scattare una semplice nostalgia. Mi fa capire, finalmente, che l’acronimo A$AP non significava “fare le cose il prima possibile” per assecondare la frenesia dell’adolescenza, ma “Always Strive And Prosper”: lottare sempre per prosperare. La narrazione visiva si stringe e si fa più intima quando Rocky sale su un molo proteso verso il pubblico, circondato da ballerini vestiti da agenti di polizia: un’estetica che dialoga direttamente con i temi di Don’t Be Dumb.
È in questa cornice minimale ma pesantissima che prende vita “LSD”, un brano viscerale dove la dichiarazione d’amore e la fragilità si uniscono, segnando chiunque abbia attraversato con lui quel periodo di smarrimento. Da lì, Rocky torna a immergersi nell’energia del pubblico chiudendo il corpo centrale dello show con “Smoked Away My Brain” e “LPFJ2”, rialzando bruscamente i battiti prima dell’atto finale.
Un finale frammentato e catartico
Negli ultimi venti minuti la logica della scaletta tradizionale salta del tutto. Rocky non esegue i brani, li “sfoglia” ad alta voce: arrivano ritornelli e frammenti incastrati uno nell’altro, come in un flusso di coscienza. C’è spazio per un inaspettato tributo a “Smells Like Teen Spirit“ dei Nirvana a 35 anni esatti dalla sua uscita, un cortocircuito perfetto. Subito dopo, la chiusura definitiva con l’omaggio alla Mob: “Yamborghini High”, “Telephone Callz” e “Work Remix” con A$AP Ferg, a ribadire che si può essere solisti, ma non si smette mai di essere parte di un corpo collettivo.
Il suo debutto in Italia è stato un live magistrale, ma per me è stato qualcosa di più. Lasciandomi alle spalle le influencer e il rumore di quella “grande città” che un tempo idealizzavo, ho capito che questo concerto è stato il ponte perfetto tra l’innocenza dei 14 anni e la consapevolezza dei 25. Siamo cresciuti entrambi, io e A$AP, ma la necessità di dare un senso alla nostra storia non è mai scomparsa.

