Riflessioni intorno al secondo romanzo del palermitano Carlo Calabrò pubblicato in Italia da Marsilio Editori nella collana Farfalle. Un thriller-noir politico ambientato in Brasile tra speculazione edilizia e diseguaglianza sociale, corruzione e attivismo. A cura di Elisa Palumbo.
Alle otto e mezza del mattino, lungo il rio Pinheiros, era tutto fermo. Come al solito. Le quattro corsie di lungofiume intasate, il metrò bloccato da un guasto e l’acqua, densa di scarichi industriali e liquami delle favelas. Everton Barros, giornalista sulla trentina, sta pedalando verso il lavoro finché non frena di colpo e chiama il 190: nell’ansa del fiume, tra i rifiuti, c’è un cadavere.
È così che comincia Cemento e sangue (Marsilio, 2026), secondo romanzo di Carlo Calabrò, scrittore e giornalista italiano che a San Paolo ha vissuto e lavorato davvero: prima in banca, poi con una propria azienda di mobili in legno amazzonico sostenibile. In ogni caso, così come quando ha presentato Meccanica di un addio (primo romanzo, ndr) ha dovuto specificare che no, non è stato un narcotrafficante, anche in questo caso no, mi dice in tono divertito durante questa chiacchierata, non ha ammazzato nessuno e non gli è capitato di trovare un cadavere davanti alla bicicletta.

Hai vissuto e lavorato a San Paolo. Quanto di quell’esperienza diretta è confluito nella San Paolo di Cemento e sangue, dai quartieri al traffico di legnami in Amazzonia?
Nelle vicende di Cemento e sangue c’è molto della mia esperienza professionale e umana a San Paolo. Una volta stabilito che la narrativa è uno strumento per portare pezzi ed elementi di realtà e di autenticità in una chiave diversa, c’è tantissimo della mentalità brasiliana in questo romanzo, e in tutti i personaggi. Una delle cose che più ho sofferto post pubblicazione di Meccanica è stato il continuo chiedermi quanto di me ci fosse in Florian Kaufmann. Non mi è mai capitato invece che mi chiedessero “quanto c’è di te nel cattivo?”. Tantissimo, altrimenti sarebbe un cattivo artificiale e inesistente, invece secondo me è giusto prestare molto dell’umanità dell’autore ai suoi personaggi, quali che siano.
Seguendo anche un po’ il trend dell’autofiction per cui c’è chi riversa la propria vita privata nella propria narrativa, Carlo fa un’operazione a metà: mette qualche elemento di sé in ogni elemento del romanzo.
Non sono un autore di autofiction e non mi viene in mente di chiamare un personaggio come me o dargli delle caratteristiche che mi somigliano troppo. Allo stesso tempo ho studiato un po’ di recitazione (poca) e se penso soprattutto al method acting o a Stanislavskij, uno deve partire dalle proprie condizioni emotive, dal proprio bagaglio di esperienza e applicarlo alle circostanze date. Vale per l’autore di una messa in scena come di un romanzo. Se vuoi possiamo chiamarla autofiction, per me è qualcosa di più: il mestiere dello scrittore, dare universalità umana a dei personaggi che altrimenti sarebbero piatti come le figurine.
Il titolo del libro viene da una battuta di Everton, il protagonista: “questa città è fatta di cemento e di sangue”, a cui Diana risponde citando Caetano Veloso “è fatta di soldi, che costruiscono e distruggono cose belle”. Come è nato questo dialogo a due voci sulla città, con la versione più intransigente di Everton come titolo e Diana in una versione più diplomatica?
Ho fatto una fatica tremenda a scrivere questo dialogo in questa maniera perché nel romanzo precedente il personaggio di Diana è quello più intransigente. Eccoci qua appunto ad evitare che i personaggi diventino le figurine (tipi fissi e immutabili, piatti). L’intransigenza di Diana sarebbe stata troppo ovvia e scontata su questo tema in particolare; lo è in altri momenti, viene accusata di esserlo quando non lo è. In quel contesto, in quel momento lì, invece, è semplicemente una persona che ha un’opinione; posto che ha in comune con il suo amico molti valori e una determinata visione della vita, possono essere in disaccordo riguardo un fenomeno politico. Così dev’essere secondo me. È importante vivere la complessità di oggi. Non sono uno che prende la bandiera e dice “o è così o non ci parliamo più”, soprattutto quando si tratta di questioni complicate.
Sicuramente abbiamo bisogno della complessità, in una tendenza alla settorialità e alla compartimentazione netta dei prodotti culturali.
Io lo capisco che, soprattutto perché viviamo in un momento storico faticoso, una certa letteratura d’evasione in cui è facile capire chi sono i buoni e chi i cattivi aiuta. Lo percepisco anche da lettore e a volte mi ci abbandono anche al bisogno di capire nell’immediato, di non dovermi scontrare con l’ambiguità morale. Sono anche felice per molti anni di guardare Guerre Stellari.
Ho volutamente costruito personaggi ambigui e quindi complessi. La capa di Everton dove la metti? Sta nei buoni o nei cattivi? Grigia è e grigia rimane. Non è chiaro se lei sia buona o cattiva perché è tutti e due, perché lo siamo tutti; ciascuno di noi come individuo. Poi facciamo lo sforzo di essere la versione più decente di noi stessi, ma santi non ce n’è.
Tra i personaggi più riusciti del libro c’è proprio Beatriz Leitão, che sfida qualsiasi classificazione morale. Calabrò ha dichiarato apertamente che uno degli obiettivi nella sua costruzione era che il giudizio del lettore rimanesse sospeso anche a libro chiuso, e lo stesso vale per i “cattivi”. Il risultato sono personaggi che funzionano perché hanno un’agenda interna coerente, una logica propria, per distorta che sia. È una scelta che richiede all’autore un lavoro di immedesimazione scomodo, e si sente: i momenti in cui il romanzo è più vivo sono quasi sempre quelli in cui il punto di vista appartiene a chi si comporta peggio.
C’è però un livello ulteriore in cui il lavoro di Calabrò sulla propria umanità diventa qualcosa di più di una tecnica narrativa.
Quando gli chiedo se la scrittura abbia rappresentato per lui un momento di introspezione, risponde senza esitare:
senza introspezione, la scrittura diventa manieristica. Il senso terapeutico dello scrivere, per lui, non è separato dal senso politico ma anzi, i due coincidono. Più cose succedono ai personaggi, più lo aiutano a capire pezzi di sé e del proprio mondo. È un’idea di letteratura in cui il privato e il collettivo non sono categorie distinte: il vissuto quotidiano non prescinde dal politico, e il politico abita il vissuto quotidiano. Calabrò sa che il potere si esercita anche nelle relazioni, nelle scelte, perfino in un aperitivo tra amici in cui si decide di cosa parlare e di cosa tacere. Cemento e sangue funziona proprio perché questa consapevolezza non è dichiarata: è costruita nelle dinamiche tra personaggi, nelle conversazioni che sembrano private e rivelano invece la forma del potere che le attraversa.
Everton è un personaggio che critica il giornalismo dall’interno. Tu lavori come giornalista: quanto c’è di te in quel personaggio?
In realtà è andata al contrario: c’è un sacco di Everton che adesso mi ritrovo addosso. Ho iniziato a scrivere questo personaggio prima di iniziare a fare il giornalista in Italia; ho cominciato a raccontarlo in bicicletta prima che mi ci mettessi io in bicicletta a New York. Non ho prestato io cose ad Everton, è lui che le ha sviluppate in me, ed è una cosa che mi piace moltissimo perché significa che ho attinto a lati di me che non erano immediati e ovvi, un po’ nella storia e un po’ nella mia vita quotidiana.
Certo c’è un lato politico che è sempre esistito: uno per preoccuparsi dello stato dell’editoria e del giornalismo abbia bisogno di scrivere; lo vediamo benissimo anche da lettori. Secondo me è una questione anche aritmetica: meno gente legge, meno soldi totali ci sono nel mondo dell’editoria e del giornalismo; meno soldi, e più pesano quelli di chi investe e decide in questo settore. Il caso estremo per me è Jeff Bezos con il Washington Post perché rappresenta una delle storie più tristi e devastanti del giornalismo non solo americano, ma mondiale. Abbiamo preso un monumento alla libertà di stampa e all’importanza della stampa in una democrazia e abbiamo lasciato che diventasse un tappetino. Dico abbiamo come umanità perché, anche se concretamente lo ha fatto lui con i suoi miliardi, di fatto noi che leggiamo sempre meno e compriamo sempre meno facciamo parte dello stesso problema.
Florian Kaufmann era il protagonista assoluto di Meccanica di un addio; in Cemento e sangue torna come personaggio secondario e ormai compromesso. Come mai questa scelta, invece di scrivere un sequel a lui dedicato?
Io ci tenevo che non fosse il protagonista del secondo romanzo per due motivi principali: il primo è che Florian aveva un limite molto grosso e se lo è portato insieme al narratore del primo romanzo: è un gringo, e del Brasile conosce fino ad un certo punto. Tutta la sua narrazione e tutto il suo punto di vista si basa sul presupposto che alcune cose, alcune dinamiche lui non le capisce. In Cemento e sangue io volevo che il punto di vista fosse chiaramente brasiliano e in cui si vede che quella stessa persona, vista dall’altro lato, non è tutto questo eroe. In questo caso è un po’ più evidente che è un po’ uno stronzo, che con più attenzione si percepisce anche in Meccanica.
La seconda ragione è che io non sono il tipo che si affeziona alla serializzazione dei romanzi. Altrimenti poi facilmente si arriva al villaggio di Terence Hill in cui visto che il prete è carino muoiono tutti; incredibile che Don Matteo abbia un tasso di criminalità così alto che neanche alcuni villaggi del Brasile. A questo punto diventa difficile anche continuare a inventarsi qualcosa. Volevo che ci fosse una storia complementare che raccontasse tutto il resto del Brasile dal punto di vista della Metropoli e non della foresta. Florian ha scelto di andare nella foresta e quindi mi serviva qualcun altro che invece la città la capisce, la vive e la interpreta molto meglio. Everton esisteva anche nel romanzo precedente, ma non ne sapevamo quasi nulla e si prestava molto bene. Ha vinto una backstory che secondo me ne ha fatto un personaggio molto più divertente da scrivere, rispetto a stiracchiarne uno esistente.
Il romanzo intreccia speculazione edilizia, inquinamento industriale e populismo politico come fossero facce della stessa medaglia. Lo scopo era descrivere una realtà specifica di San Paolo e del Brasile, per raccontare al pubblico italiano dinamiche sociopolitiche e culturali poco note, oppure questo intreccio va letto come un esempio di un problema sistemico riscontrabile, con le sue differenze locali, in diverse parti del mondo?
Cerco di raccontare la questione in una maniera verosimile: delle vicende che succedono all’interno del libro non c’è niente che non possa essere successo veramente a San Paolo. Ho cercato quindi di fare una cosa specificamente riferita a quel mondo lì. Con questo non dico che determinate dinamiche siano esclusive del Brasile, lo facciamo benissimo e con profitto anche in Italia. La storia per me è abbastanza universale, nel senso che la tendenza della politica contemporanea ad essere puramente affaristica è una costante attraverso diversi paesi. Dopodiché uno deve scrivere di quello che sa, e avendo vissuto a San Paolo di quello ho parlato. Ci sono delle questioni in questo libro che sono ispirate a fatti reali: la palazzina esplosa poco prima che diventasse monumento era casa mia a San Paolo; io ero già a New York e mi ha telefonato il vicino per raccontarmelo. Come ne sono cadute tante, ma tante, lungo via Libertà a Palermo, purtroppo. Nella stessa maniera, gli affari di soldi e senzatetto a New York che Everton cerca a un certo punto è riferito al sindaco precedente della grande mela che aveva una macchina da soldi basata su questo fenomeno. Tanto gli sforzi dell’amministrazione per aprirli, quanto gli sforzi delle mamme delle scuole del quartiere li ho visti qua per strada; li ho solo “tradotti in portoghese”, ambientati a San Paolo.
Quanto ha pesato, nella scrittura, la cronaca recente su gentrificazione e crisi abitativa nelle grandi metropoli, penso a New York, oltre a San Paolo?
Ho iniziato prima dell’elezione di Mamdani (sindaco di New York, ndr) a pensare al romanzo, ma questa è anche una questione che ovviamente non ha inventato lui, esisteva già da tempo. Così come non è un mistero che questo problema, anche in maniera maggiore, c’è a Milano. La differenza dei prezzi di affitto tra New York e Milano è ormai marginale, ciò che non è marginale è la differenza tra i salari, e quindi evidentemente il problema dell’abitabilità è molto più pesante a Milano di quanto non lo sia a New York. Questo problema esiste anche a San Paolo, seppur in maniera diversa perché le sue dimensioni sono diverse, ma c’è un problema di qualità di vita e di gentrificazione, anche se non grave quanto Milano e New York.
Per concludere, ti chiederei di consigliare tre libri per approfondire la speculazione edilizia, l’inquinamento e la gentrificazione che consiglieresti al lettore dopo aver finito Cemento e sangue.
Se uno vuole approfondire l’America Latina in tutta la sua corruzione e bruttura ecco si deve leggere “Vene aperte” dell’America Latina di Galeano, titolo un po’ datato, ma non è successo nulla in America Latina da allora oggi che l’abbia modificata politicamente, e quindi va bene. Se uno invece vuole capire il Brasile deve leggere Jorge Amado, che intanto è piacevole. Leggere Jorge Amado è una cosa bella della vita. Se uno legge “Capitani della Spiaggia” è meraviglioso e devastante, meglio forse “Dona Flor e i suoi due mariti” se uno vuole una cosa più leggera, si accorge che Amado spiega benissimo il Brasile in una maniera elegante e meravigliosa. Per capire l’intreccio tra soldi, noir e politica contemporanea mi viene in mente Mick Herron a Londra, dove le sue scarsissime spie inglesi nuotano in una melma che somiglia molto ai fiumi di San Paolo e di Everton. Sto prendendo esempi di narrativa piacevole da leggere, che non intende fare l’enciclica, ma che ti lascia un pezzo di ragionamento fatto molto importante. Tra l’altro Mick Herron è uno dei pochissimi autori capaci di serializzare senza stancare, anche perché a un certo punto i personaggi li ammazza.
Cemento e sangue non è un romanzo che cerca di farti stare bene. Calabrò sceglie la strada scomoda: un mondo in cui la corruzione non ha un volto solo, in cui cinismo e idealismo abitano le stesse persone. Il risultato è un noir che è anche critica politica, senza che l’uno soffochi l’altra. Chi cerca un finale in cui i conti tornano resterà deluso. Chi invece sa che la letteratura non ha il compito di risolvere il reale, ma di restituirlo nella sua forma più onesta, troverà in questo libro qualcosa di difficile da ignorare: la sensazione, pagina dopo pagina, che quello che sta leggendo stia parlando anche di noi. Perché in fondo, che sia San Paolo o casa nostra, il cemento è lo stesso. Il sangue pure.
