C’è una scena che si ripete in ogni bar di San Salvario o di Vanchiglia, intorno a mezzanotte. Un tavolo da quattro, almeno due laptop chiusi sulle sedie, una chiacchierata che oscilla tra il prossimo concerto al Lingotto, una serie da finire, un master che forse vale davvero la pena. E sempre, sotto, lo stesso ritornello: «quanto costa, alla fine?». Non è una scena drammatica. È solo il modo in cui questa generazione torinese ha imparato a tenere insieme tutto.
Vivere di cultura a Torino significa fare i conti con il portafoglio
La generazione torinese tra i 22 e i 30 anni vive di equilibri sottili. Da una parte la formazione continua, che ormai non finisce mai davvero. In questi mesi su queste pagine abbiamo discusso di cosa significhi oggi scegliere un Master tra cultura, lavoro e scelte personali, e il ritratto che ne usciva era proprio questo. Percorsi tornati a essere strumenti concreti, non decorazioni del CV. Dall’altra il lavoro a progetto, le partite IVA piccole, gli stipendi da assunti che non bastano davvero in una città dove l’affitto continua a salire.
In mezzo c’è la cultura, che non si è mai fermata. Un Salone del Libro a maggio, il Jazz is Dead a fine estate, le rassegne dell’Astra, le mostre del Castello di Rivoli. Tutta roba a cui questa generazione non rinuncia, ma che impara a centellinare. Si sceglie un evento al mese, si saltano tre concerti per andare al quarto, si valuta se vale 35 euro un biglietto o se forse è meglio l’apericena con gli amici.
Dove finiscono davvero i soldi degli under 30
Le rilevazioni ISTAT sui consumi culturali raccontano un fenomeno che chiunque viva sotto i trent’anni conosce dall’interno. La spesa per cultura e tempo libero degli under 30 non cala in valore assoluto, ma cambia profondamente nella composizione. Pesa meno il singolo biglietto premium, pesa di più il portafoglio diffuso di micro-abbonamenti, da Spotify a Netflix, da Disney+ a MUBI per gli irriducibili, oltre ai piccoli costi quotidiani che riempiono le settimane.
La cifra che fa scattare l’acquisto si è abbassata. Cinque, dieci, quindici euro sono diventati l’unità di misura della spesa per il divertimento. È la logica del bundle modulare. Pago poco a poco, taglio quando voglio, provo nuovi servizi senza impegnarmi davvero. Una concezione del consumo culturale che si è formata sulle piattaforme streaming e si è poi estesa praticamente a tutto. Dal corso online da 7 euro al festival outdoor con biglietto giornaliero, dal noleggio di una bicicletta condivisa al gaming digitale.
Trial mentality, ovvero la generazione che testa prima di investire
C’è una mentalità che attraversa tutto questo, e si chiama trial. Niente impegni a tempo indeterminato, niente cifre rilevanti messe sul tavolo prima di aver capito se vale la pena. Abbiamo imparato a verificare prima di acquistare, un mese di prova, una settimana, una notte di valutazione, e a chiudere senza sensi di colpa quando il servizio non convince.
Questo schema mentale si è trasferito su praticamente ogni piattaforma digitale, dal software al food delivery, dallo streaming agli investimenti di micro-importi. Lo stesso vale per chi si avvicina con cautela al gaming online regolamentato. Si parte da una cifra ridotta per verificare l’interfaccia, i metodi di pagamento e la regolarità della licenza, controllabile attraverso il registro pubblico degli operatori autorizzati che ADM mantiene per il mercato italiano. Da questa stessa logica nascono i siti di casinò con deposito a partire da 5 euro registrati in ADM, dove la soglia bassa non è un’offerta commerciale ma un criterio di accesso che permette di valutare l’operatore prima di esporsi davvero.
Non è una questione di importo, è una questione di metodo. La generazione che ha digitalizzato il proprio rapporto con la cultura ha digitalizzato anche il proprio rapporto col rischio. Piccolo, verificabile, reversibile.
Una mappa fragile, ma più consapevole
Quello che ne esce non è il ritratto edulcorato di una generazione che spende meno. È il ritratto di una generazione che spende diversamente, e che ha smesso di considerare il costo come unico parametro. Conta la qualità dell’esperienza, la flessibilità del contratto, la possibilità di uscire quando si vuole. Conta soprattutto avere il controllo, qualcosa che a Torino, tra master da finire, lavori che non sempre tornano e affitti che salgono, è una valuta più importante del denaro stesso.
Forse è per questo che, vista da vicino, la cultura under 30 della città non sembra mai davvero sull’orlo del collasso. Si reinventa. Cambia formato. Trova la propria misura.
