Guida agli spettacoli teatrali a Torino ad aprile 2026

Gli spettacoli di teatro a Torino ad aprile 2026 da non perdere

Ci avviciniamo alla fine della stagione 2025/2026. Ecco una guida agli spettacoli di teatro a Torino ad aprile 2026. 

Aprile è il mese della Liberazione, non stupisce quindi che in calendario siano tanti gli spettacoli dedicati a questo tema. Tra i prossimi eventi dell’Accademia dei Folli due parlano di no alla guerra, alle ingiustizie e alle prevaricazioni: Sto dalla vostra parte al Sacrario del Martinetto, aperto in via straordinaria per lo spettacolo liberamente tratto dal romanzo Il bosco dove tutto cominciò di Tommaso Sacchi e Rossella Köhler; il 25 aprile sarà poi il turno del concerto narrativo A Better Way, nel cortile dell’Iren di corso Svizzera, con riferimenti da Bob Dylan a Boris Vian alle poesie di Wislawa Szymborska.

Di ingiustizie parla anche Ivan e i cani, un’odissea sperimentale sulle strade di Mosca portata da Fertili Terreni all’Off Topic con Federica Rosellini di nuovo protagonista dopo una stagione di successi, tra iGirl e Dracula al Teatro Astra, il primo già in anteprima al trentennale del Festival delle Colline Torinesi. Tra i più attesi della stagione.

Tanta anche la danza. All’Astra nella seconda metà di aprile vanno in scena la combo Of restless nature + Interplay Link e Made4you.x, due prime nazionali del cartellone di Palcoscenico Danza, dopo Aurunca, l’ultimo lavoro del coreografo Elias Aguirre, indagine sul rapporto tra le persone, la morte e i non luoghi, in scena a inizio mese. Al Carignano invece sul palco c’è la coreografia di Marcos Morau sulle note della musica di Morricone, mentre al Colosseo l’ispirazione arriva dalla cultura gitana in Una Noche con Sergio Bernal. Aliena e visionaria è invece l’opera di Giulia Staccioli al Concordia, fatta di corpi caratterizzati da muscolature estreme e movimenti fluidi ma inconsueti.

E poi ancora musical, stand-up comedy e molto altro. Ecco cosa ci aspetta nel vasto cartellone di aprile.

Teatro Carignano

Silvio Orlando è Ciampa, figura tragica e grottesca, cuore pulsante de Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello. Nato da una novella e adattato poi per la scena nel 1917, il testo abbandona il delitto e si concentra sullo scandalo, sulla verità che sfugge e sulla follia come rifugio.

Ciampa è un uomo che cammina sul filo, cerca la quiete ma viene spinto allo scontro. Il salotto borghese diventa un ring, dove le parole sono fendenti e il riso muta presto in angoscia. Orlando, in un ruolo intenso e vibrante, dà vita a un personaggio umile e profondo, che si difende con parole taglienti, oscillando tra comicità amara e dolore lirico. Un Pirandello vivo, moderno, necessario. Con Orlando sono in scena Stefania Medri, Marta Nuti, Michele Eburnea, Davide Lorino, Francesca Farcomeni, Francesca Botti, Annabella Marotta.

Teatro Alfieri

Cabaret The Musical è la produzione che trasporta il pubblico nella sfrenata Berlino degli anni ’30 ad un passo dall’avvento del nazismo, tra eccessi, privazione delle libertà, decadenza e contraddizioni quotidiane, in un momento storico distante e allo stesso tempo molto attuale.

Irriverente, piccante, spettacolare, divertente, Cabaret è uno dei più famosi musical di sempre, prodotto da Fabrizio di Fiore Entertainment & FdF GAT con la regia di Arturo Brachetti e Luciano Cannito. Lo spettacolo corre veloce, con un ritmo da montaggio cinematografico, senza censura e pregiudizi, scandito da celebri numeri musicali come CabaretWillkommen e Money Money, ricreati al massimo della loro brillantezza e spettacolarità, e la storia più umana e toccante delle due coppie di innamorati, poi travolti da un destino ineluttabile.

Uno spettacolo rutilante, decadente, lussuoso e scioccante allo stesso tempo, quale era la Berlino di cento anni fa. Con la sua iconica colonna sonora, si annuncia dunque come uno spettacolo contemporaneo, a tratti provocatorio, che esplora temi di politica, amore e libertà personale, in un’epoca di grande incertezza, offrendo nuovi spunti di riflessione.

Teatro Gobetti

Chiusi in un anonimo appartamento di Manhattan, quattro disadattati sognano di incendiare il mondo. Sono persone comuni, fuori posto, allergiche al sistema, ma hanno un’idea: rovesciare il capitalismo colpendo il suo cuore pulsante. Come? Con un virus capace di generare una mutazione che amplifica il testosterone, accende gli istinti più primordiali e trasforma l’umanità in una massa guidata da sesso, potere e caos.

Scritta dall’uruguayano Santiago Sanguinetti, Breve apologia del caos per eccesso di testosterone nelle strade di Manhattan è una commedia irriverente interpretata e diretta da Simone Luglio, in scena con Eleonora Angioletti, Giorgio Castagna, Daniele Marmi.

Teatro Astra

A partire dai due spettacoli, pluripremiati, diretti da Valter Malosti nel 2007 e nel 2012, e caratterizzati dall’alta densità musicale, ha ideato, in collaborazione con G.U.P. Alcaro, una versione in forma di concerto che unisce i due Poemetti (Venere e Adone – Lo stupro di Lucrezia) questa volta senza più scena, se non quella, ricchissima e potentissima, creata da voce e suono.

Anno 1593. Londra è devastata dalla peste e i teatri sono chiusi. Shakespeare compone su commissione il poemetto erotico­ mitologico Venere e Adone che gli darà la fama come poeta. Sotto la patina arcadica (con ampie striature comiche) Venere e Adone è una sorta di protocollo psicoanalitico ante­ litteram dell’eros più carnale e ossessivo.

L’anno seguente l’autore riprende un episodio dell’antica storia romana: lo stupro di Lucrezia da parte di Sesto Tarquinio. Un atto di violenza raccontato in modo sconvolgente. La voce di Lucrezia diviene uno dei più alti esempi di meditazione sulle conseguenze dello stupro visto dalla parte di una donna. Ma a impressionare ulteriormente il lettore/ascoltatore è lo sguardo nella psiche del carnefice, la lucida analisi dei suoi impulsi tortuosamente contradditori.

Teatro Regio

Dialoghi delle carmelitane è uno dei massimi capolavori del teatro musicale del Novecento. Andato in scena nel 1957, riscosse un certo successo, in verità per decenni ridimensionato dalla critica a causa del contenuto, considerato reazionario: da un lato perché la musica aderisce al tradizionale sistema tonale, pur con giochi di prestigio e alterazioni armoniche; dall’altro perché il libretto, tratto da una sceneggiatura di Georges Bernanos, narra di una storia vera dell’epoca del Terrore: sedici monache ghigliottinate nel 1794 a Compiègne per «aver tenuto raduni contro-rivoluzionari», dice l’editto che le condanna, in realtà perché semplicemente esistono, ossia per puro fanatismo. Ognuna delle religiose medita a suo modo sulla vita e sulla morte, tanto che i dialoghi che ne scaturiscono formano un vero e proprio conte philosophique; tra loro c’è chi, al momento supremo, vacilla e dubita, e chi, debole e inadatta alla vita all’inizio dell’opera, dimostra alla fine di saper affrontare a testa alta il supplizio. Il libretto, rapido e vario nelle scene, è messo in musica da Francis Poulenc con una forza e una capacità di emozionare che hanno pochi eguali.

La severità dell’ordine religioso trova un corrispettivo nella regia, ormai mitica, di Robert Carsen, che arriva dritta al cuore del dramma con una scena quasi nuda. A dirigere l’orchestra è chiamato il franco-canadese Yves Abel, mentre nel cast si segnala Ekaterina Bakanova, che torna al Regio dopo il trionfo ottenuto nell’ultima Manon di Massenet.

Teatro Colosseo

Dopo le tre serate di marzo, Pablo Trincia torna a grandissima richiesta per un quarto appuntamento con il pubblico del Teatro Colosseo. Un’esperienza immersiva che fonde giornalismo e teatro, verità e indignazione, documenti e narrazione. Attraverso video, testimonianze e materiali d’archivio, la storia di Ezzeddine Sebai, serial killer tunisino che nel 2006 confessa quattordici omicidi, rivelando come per alcuni di quei delitti fossero già state condannate persone innocenti. Un’inchiesta tutta da capire, tra dubbi, errori e domande che ancora oggi chiedono risposta.

Teatro Gioiello

Cosa direbbero le eroine tragiche, comiche e mitologiche che fondano la cultura occidentale se fossero chiamate sul palco per un monologo di stand up comedy? E come le vicende di Antigone, Elettra, Medea, Lisistrata e le altre si intrecciano con la contemporaneità? Come influenzano archetipicamente le scelte delle donne e degli uomini del nostro tempo?

Chiara Becchimanzi prova a dare una personalissima (e sicuramente inadeguata) risposta a queste domande, mescolando le proprie tragicomiche esperienze a quelle delineate dai poeti ellenici – che, guarda caso, sono tutti uomini. E se quelle eroine fossero state descritte da donne, avremmo ricevuto in eredità le stesse storie oppure no?

Teatro Erba

Ternitti, tratto dal romanzo di Mario Desiati, titolo finalista al premio Strega 2011, è uno spettacolo cheporta in scena i sentimenti più intimi mettendo a nudo i rapporti. Uno spettacolo tutto al femminile che vede sul palco tre donne – Mimí, Arianna e Teresa, interpretate da Giusy Frallonardo, Magda Marrone e Miriam Lorusso – a rappresentare le battaglie di tutte le donne per il lavoro, per la dignità, per l’emancipazione femminile.

Ternitti racconta due storie in particolare, storie che si ripetono a varie latitudini: quella di una madre e di una figlia che si allontanano, si avvicinano, si scontrano e confrontano partendo da un’assenza importante (quella del padre di Arianna) che si fa presenza ingombrante; e quella che riguarda le persone che sacrificano la propria vita al lavoro (come gli operai dell’eternit) sperando di trovare nuove possibilità nell’emigrazione.

Le tre donne si muovono in uno spazio che si sposta continuamente dall’onirico al tangibile, abitato da una pletora di sedie vuote, accatastate, appese, rivoltate. Ogni sedia rappresenta una persona della vita di Mimì, figlia di salentini emigrati nella città di Niederurnen, capitale del mesotelioma pleurico. Ogni sedia è una persona che Mimì ha perso a causa dell’amianto, lo stesso amianto che ha intrecciato il destino di tutti e tutte loro.

Centrali nello spettacolo sono la musica e le parole del racconto che, intrecciate, riverberano in brevi canti popolari e in ritmi profondi, restituendo un Sud che fatica a trovare nella modernità la possibilità di affrancarsi dalla miseria e dal dolore, e dal legame con gli antenati che Mimì rivede ogni volta che si accuccia. A loro Mimì sussurra la sua storia, con loro scambia parole che raccontano di intimità e di famiglia.

Cubo Teatro – Off Topic

Ivan e i cani racconta una storia che gli è successa quando aveva quattro anni. La racconta come fosse ora. Come una fiaba dei fratelli Grimm. O come Il libro della giungla. È una storia vera, invece, accaduta a un bambino nella Russia degli anni Novanta, la Russia poverissima di Boris Eltsin. La gente era così povera, racconta Ivan, che i padri e le madri cominciarono a sbarazzarsi di quello che nelle case mangiava, beveva e aveva bisogno di cure. I primi a essere abbandonati furono i cani.

La madre di Ivan ha un uomo che la picchia quando si riempie di vodka fino agli occhi. Ivan è un incomodo, quest’uomo vorrebbe che se ne andasse e un giorno Ivan lo fa. Indossa un cappotto pesante, i guanti di lana, si mette in tasca due pacchetti di patatine ed esce per le strade di Mosca. Trovare un posto dove dormire è difficile. Fa freddo, la gente che gira sembra ti voglia sbranare. Nessuno fa più l’elemosina, non c’è più spazio per la pietà.

Comincia un’odissea che si concluderebbe presto con la morte, se Ivan non incontrasse delle creature buone, anime affini che lo accolgono tra loro e gli regalano la sopravvivenza ogni giorno. Una muta di cani randagi. Ma è solo l’inizio della storia.

San Pietro in Vincoli

Tre vicende realmente accadute ispirano le storie che si intrecciano in Arrusi, tre storie da inizio Novecento ad oggi di diritti negati, di ingiustizie subite. Pur lontane nel tempo, corrono parallele e in qualche modo si toccano, in un gioco di rimandi e coincidenze.

Quella poco raccontata, se non addirittura ignorata, degli uomini che durante il Fascismo venivano arrestati con l’accusa di essere omosessuali, di essere Arrusi, per poi essere confinati in isole di detenzione in nome della purezza della razza e del costume; quella degli omosessuali che, sotto il Franchismo in Spagna, vengono sottoposti a rieducazione forzata come da legge di Pericolosità Sociale del 1970.

Ci sono infine le storie di oggi, che una conclusione non l’hanno ancora avuta, come quella della procura di Padova che, nella primavera del 2023, ha impugnato gli atti di nascita di 33 bambini nati da coppie omogenitoriali composte da due madri.

Arrusi è uno spettacolo che intende fare memoria, avvincere, commuovere, dando voce al dramma così come al sorriso che pur sempre, tenace, si annida in ogni tragedia.

Accademia dei folli – Teatro Studio Bunker

Al Sacrario del Martinetto, in corso Appio Claudio angolo corso Svizzera, va in scena Sto dalla vostra parte, liberamente tratto dal romanzo Il bosco dove tutto cominciò di Tommaso Sacchi e Rossella Köhler.

È il 1954, sono trascorsi nove anni dalla fine della guerra e dieci dalla morte del partigiano Gianpaolo Menichetti. Il padre Mario e la fidanzata Giulia sono stati profondamente segnati da questo lutto. Entrambi sanno che Gianpaolo è stato ucciso nel corso di un rastrellamento da parte di repubblichini e SS italiane, ma ancora non conoscono i particolari della vicenda. Finché non arriva loro una lettera, spedita in duplice copia da un certo Enrico Taglierani. Enrico scrive di aver assistito agli ultimi istanti di vita di Gianpaolo e adesso sente il bisogno di rivelare a Giulia e a Mario il terribile segreto che lo tormenta da allora…

La ricostruzione dell’incredibile storia del partigiano Gianpaolo Menichetti – la sua partecipazione alla campagna di Russia, la decisione di passare dalla parte giusta dopo l’8 settembre, la tragica fine. Uno spettacolo corale e interamente epistolare, tratto dalle lettere spedite da Gianpaolo all’epoca dei fatti e dalla confessione resa dal suo amico-nemico dieci anni più tardi. Un racconto avventuroso e insieme intimo, emblematico e al tempo stesso profondamente personale.

Cara Giulia,” scrive Gianpaolo dal fronte, “quando la sera, stanco e insonnolito, mi sdraio sulla paglia e sento suonare il silenzio, proprio quello è il momento più bello e più triste di tutta la giornata; sento tutta la durezza della nostra lontananza, quello è l’attimo in cui vorrei esserti vicino, stretto stretto, e poi, forse, non conterebbe più nulla la vita.

Nell’ambito del Festival di Pace, Libertà e Resistenza

Teatro Concordia (Venaria Reale)

Aliena si sviluppa in 70 minuti in uno spazio essenziale disegnato da luci accurate che modellano i corpi dei danzatori, creando giochi di ombre e contrasti che sottolineano la plasticità delle forme. La scena diventa un luogo di metamorfosi e di trasformazione nel quale i costumi di Olivia Spinelli, con le loro superfici cangianti e le texture ibride, enfatizzano questa dualità, trasformando il corpo in un paesaggio in continua evoluzione.

Pellicce, tessuti tecnici e segni grafici si intrecciano con la pelle nuda, creando un’immagine visivamente potente e suggestiva. Le musiche originali composte da GP Cremonini creano un paesaggio sonoro che si evolve in sincronia con i movimenti dei danzatori. Ogni suono, ogni melodia sembra nascere direttamente dai gesti dei performer, ampliando e intensificando il loro significato.

Questa nuova opera è un’immersione nella mente creativa di Giulia Staccioli, sempre alla ricerca di inedite modalità espressive. È un invito a celebrare la diversità in tutte le sue forme. Un viaggio guidato da una figura solitaria che si muove tra presenza e assenza. I corpi dei 6 danzatori Kataklò sono caratterizzati da muscolature estreme e movimenti fluidi ma inconsueti, dove le forme si plasmano e si rimodellano continuamente, diventando opere d’arte transitorie che esplorano i confini tra forma e contenuto. Staccioli, con la sua estetica unica, rifiuta la perfezione a favore dell’imperfezione, celebrando la diversità e l’individualità di ogni corpo.

La coreografa, con ironia e riflessione, ribalta i pregiudizi, trasformando le sue “stranezze” in un punto di forza. La danza, per lei, non è una dimostrazione tecnica, ma un’esperienza, una ricerca fuori dai limiti dettati da schemi prestabiliti. Ogni gesto diventa una sfida, una conquista del corpo sul proprio confine. La bellezza in ALIENA non risiede nella perfezione formale, ma nella forza espressiva del gesto imperfetto che crea una nuova estetica. Ogni imperfezione diventa un segno distintivo, un’affermazione dell’individualità.

La sua capacità di plasmare la materia umana fondendo gesti sportivi e coreutici ha portato alla definizione di un tratto stilistico peculiare. In oltre tre decenni di esperienza, Giulia Staccioli ha di fatto creato un nuovo genere e ispirato intere generazioni di artisti della danza, creando uno stile unico che ha incantato il pubblico di tutto il mondo.

Casa Fools – Teatro Vanchiglia

Le appese è un salto nel buio, metaforicamente un vero salto nel buio. Nel buio dei nostri pensieri, nel buio delle anime di chi quei pensieri li ha fatti prima di noi. Nel buio, perché ancora non sappiamo dove atterreremo. Saltare, nella speranza di fare luce in mezzo a tutto quel buio.

Lo spazio del racconto è una casa, disabitata forse da molto tempo, ma ancora troppo piena di immagini, ricordi e storie. Lo spazio dei giochi infantili, degli esperimenti stupidi, delle prove per diventare grandi. Un salto più in là per vedere cosa saremo, cosa faremo. Storie di salti, metaforici e reali.

Squarci di poesia, di vite rotte: Sylvia Plath, Amelia Rosselli, Antonia Pozzi, Virginia Woolf, Nadia Campana. Storie di persone famose, e biografie di sconosciuti. Persone che hanno avuto in comune l’attrazione per il vuoto e che hanno seguito la tentazione di sparire.

L’idea di Le appese nasce dalla lettura del racconto di un suicidio non riuscito, narrato in prima persona da Fuani Marino nel suo romanzo Svegliami a mezzanotte edito da Einaudi nel 2019. Da lì la prima spinta a chiederci: qual è la forza che ti fa fare quella cosa lì, quella cosa che fa ancora paura nominare?

Sul balcone di un condominio o chissà dove, si incontrano “le appese”: due donne che si affacciano alla propria vita come ci si affaccia ad un un balcone pieno di panni stesi e si guarda giù la molletta che cade. In questo luogo di confine le incontra anche il pubblico, mentre le due protagoniste stanno in bilico sui fili tesi, con le loro vestaglie che oscillano, sulla soglia dell’esistenza.

La storia de Le appese parla di suicidio, ma il concetto principale attorno al quale in realtà si concentra è forse la solitudine. Non è semplice dire che ci sentiamo soli e che siamo tristi. La gente ha paura di esserne contagiata. E così senza parlare, finisce che qualcuno alla fine non trova più il senso e si lascia andare. Si lancia nel vuoto da un balcone, di schiena per non guardare.

Queste le domande che muovono il progetto: come viene trattata la tristezza nella nostra società? Le diamo spazio? Le diamo cura? Come guardiamo il buio?