Dirompente, visionaria, brutale, Sirāt di Oliver Laxe è un’opera che si insinua come un fluido scuro e denso nella mente dello spettatore, ricordandoci ancora una volta che cosa il cinema (e solo il cinema) è in grado di fare. Approfittando della sua lunga permanenza in sala, ritorniamo su uno dei film più discussi della stagione. Di Alberto Vigolungo.
Sette personaggi e la loro odissea postmoderna, uniti dalle circostanze in uno dei tòpoi per antonomasia della narrativa di tutti i tempi: il deserto. Per oltre un’ora, Sirāt è “solo” questo, un road movie con molti temi tipici del genere: la fuga, la ricerca, il dolore della perdita, l’imprevedibilità del caso… Un film sulla strada, dove la strada, se esiste, è quella che si dipana tra il deserto e le montagne del Marocco meridionale, prima che l’irruzione della morte lo trasfiguri in un thriller metafisico di potenza rara e, sì, addirittura insostenibile: sgomberando il campo da possibili equivoci, si tratta precisamente di un’opera in grado di ricreare quel particolare tipo di tensione soverchiante, totalizzante, piuttosto vicina a ciò che i poeti romantici dovevano riferirsi con il concetto di “sublime”.
D’accordo, se non avete ancora guardato questo film o non ne avete ancora letto o sentito parlare, potreste pensare che chi scrive stia un po’ esagerando, ma provate ad immaginare i molti spettatori che, sui titoli di coda, si sono concessi un lungo sospiro di sollievo, senza contare le reazioni che la pellicola ha sollevato fin dallo scorso maggio, quando Sirāt ha ricevuto il Premio della Giuria a Cannes, inaugurando un dibattito piuttosto animato (e tuttora in corso).

Quindi, meglio andare subito dritti al punto, come Oliver Laxe fa con la sua macchina da presa: comunque sia recepita la sua radicalità espressiva, Sirāt costituisce un’esperienza con pochi paragoni nel panorama cinematografico contemporaneo, configurandosi come un oggetto che non presenta alcuna difficoltà a scardinare le aspettative dello spettatore postmoderno, (saturo degli schemi narrativi del thriller) attraverso la pura e semplice potenza dell’immagine e del suono. Elevandola al grado di un’opera che coinvolge per certi versi più dei due sensi immediatamente implicati nel suo processo di fruizione.
Questa dimensione per certi versi “tattile”, ferocemente fisica, è ciò che si sperimenta sin dalla prima scena: da un lato, la presenza del paesaggio, imponente, del deserto marocchino e delle casse sistemate sotto il sole e la polvere che ne contribuisce a definire la fotografia ora marziale ora allucinata; dall’altro, quello della musica elettronica sparata a tutto volume ad uso e consumo di raver di ogni età, che in questi luoghi si danno appuntamento da ogni parte dell’Europa (Francia e Spagna soprattutto). Immagine e suono: sulle possibilità estreme di questo rapporto deriva la “consistenza” della pellicola, per un testo che, come accennato, si “sente”, non solo si guarda e si ascolta.
Ben oltre le svolte narrative che ci si presentano, per le quali il film precipita in un thriller mistico in cui i personaggi, passando per una consapevolezza che si rivela via via più chiara e non meno atroce, diventano prede di un destino ineffabile e spietato (“è così che ci si sente alla fine del mondo?”, afferma sgomento Bigui dopo l’incidente che ha coinvolto il ragazzino e che la guerra di cui si sente parlare alla radio ha ormai incrociato il loro cammino), lo “shock” di Sirat origina proprio dalle modalità con cui il suo regista porta alle estreme conseguenze le possibilità della percezione audiovisiva, in una sorta di esperimento formale che diventa sensoriale, sostenuto da una vena massimalista che trova riscontro, nel cinema contemporaneo, solo nelle ipertrofie del “primo” Aronofsky e, in tempi più recenti, della Fargeat di The Substance (2024).

Prima di tutto, si diceva, la potenza della rappresentazione. Immagine e suono, suono e immagine, per un’opera che, nella sua diegesi, evolve fino a diventare esperienza della morte, in una successione di eventi implacabile. Ma se la deflagrazione definitiva del film, rappresentata dalla morte di Esteban, fa precipitare i protagonisti in una realtà per cui la guerra, da pericolo incombente, si rende improvvisamente presenza viva, proiettandoli tutti in un orizzonte surreale di terrore e angoscia, molti degli spunti più interessanti si rintracciano nella prima parte del film, incentrata sull’incontro tra i due gruppi di viaggiatori.
Il “rituale” del party, del quale Jade, Tonin, Bigui, Stefania e Josh sono adepti assidui, è osservato con relativo distacco da Luis ed Esteban, unicamente (ed incessantemente) impegnati nella loro ricerca; soltanto nel viaggio si incontreranno davvero, sviluppando una particolare empatia. Questa dialettica simbolica tra i due gruppi, tra fuga e ricerca, tra amore per il caos e bisogno di ordine, e il suo progressivo annullamento, rappresentano uno degli elementi narrativi più interessanti del film: perché se Jade e gli altri, decidendo di aiutare la famiglia, diventano anch’essi personaggi “in cerca” di un’identità, allo stesso tempo padre e figlio emergono come personaggi in fuga, non solo per le circostanze che li incalzano, ma anche ad un altro livello, più oscuro: chilometro dopo chilometro, si ha infatti l’impressione che i due lottino per rinnegare un passato che ha provocato l’allontanamento di Mar, per la quale si è disposti a sacrificare tutto.
Di quel passato non vengono offerti dettagli, così come la ricerca non muove alcun passo avanti. E mentre l’enigma accresce in volume e profondità, Sirat cambia ancora direzione trascendendo in una dimensione metafisica in cui la morte è presenza costante e la realtà assume i connotati dell’apocalisse (mettendo, di conseguenza, tutto il resto in secondo piano).
“La morte è artisticamente più interessante”, scrive Martin Amis in La storia da dentro, e Oliver Laxe fa pienamente sua questa tesi estendendo, nel lungo e atroce finale, la percezione della morte ben oltre i confini dello schermo, rendendola obiettivo assoluto della sua ricerca. Alla fine, non c’è via di scampo, neppure per chi riesce a salvarsi: dopo aver attraversato il loro personale “Sirāt” (nella religione islamica, il ponte teso sopra l’inferno che conduce al paradiso), i sopravvissuti rimangono nudi di fronte alla violenza del destino e della storia, e la loro fuga dall’apocalisse non può che assumere il carattere di una condanna. In questo senso, il viaggio in treno di Jade, Luis, Stef e Josh che si appresta a divenire un punto all’orizzonte, è immagine perfetta di ciò che resta dopo la fine.

Perseguendo questo preciso obiettivo, Sirāt colpisce ed esalta, esalta e colpisce, come il ritmo ossessivo della musica elettronica che predomina il suo paesaggio sonoro. Ci riesce svelandosi poco alla volta, non senza sorprendere: se l’estetica visiva fa subito pensare a quella di un film “fighetto”, apparentemente progettato per incontrare i gusti del cinefilo MUBI (che si è peraltro aggiudicata la sua distribuzione in Italia), la pellicola emerge chiaramente come un esperimento di cinema radicale, il cui esito è certamente amplificato dalla trama ad orologeria da “grande” thriller.
Sirāt è, senza dubbio, l’opera di un regista con gli “attributi”, che non esita a giocare con i nervi dello spettatore come il gatto con il topo: lentamente, molto lentamente. Se il proposito era quello di realizzare un film in cui “ascoltare l’immagine” e “vedere il suono”, il risultato finale si spinge ben oltre le aspettative, assumendo la forma di un vero e proprio film-esperienza, dalla percezione quasi tattile. E rivela un intento tremendamente serio, rispetto al quale, muovendo sempre più verso una dimensione di rarefazione (sempre coerente con l’immagine, vedi il bianco del deserto dove i protagonisti rimangono intrappolati), il discorso di Laxe non smarrisce mai il filo, ricordandoci, come è stato giustamente osservato in un articolo recente, “che l’intrattenimento è una cosa, e il cinema tutta un’altra”. Perché, nei suoi eccessi, questo thriller sul senso del caso e della morte si staglia con una forza del tutto peculiare, incentrata sulla consistenza dell’oggetto audiovisivo (concetto al quale lo stesso filmmaker attribuisce un’ulteriore connotazione fisica parlando di “texture”). “Il mio cinema è, in un certo senso, una questione di consistenza”, dice appunto Laxe. E si traduce, da ultimo, in un’opera che ti entra nel cervello e ti fa sentire sottopelle il dubbio e l’angoscia dei personaggi.
Nell’era della sovrastimolazione incessante, il regista iberico consegna con Sirāt una dichiarazione perentoria di cinema e delle sue possibilità.
