Vincitore del prestigioso Grand Prix al Festival di Cannes 2025, Sentimental Value è il sesto lungometraggio di Joachim Trier. Un elegante dramma introspettivo sulla difficoltà del rapporto padre-figlia e sull’incomunicabilità come derivato di occasioni perdute stratificate nel tempo, rispetto alla quale il progetto di messa in scena di un film evolve in un processo di catarsi e riconciliazione necessaria. A cura di Alberto Vigolungo.
Nora è un’attrice ammirata in ogni teatro della Norvegia. Ma il suo passato di depressione e il trauma scaturito dall’abbandono del padre Gustav – regista celebrato nelle più blasonate rassegne continentali ma da anni in cerca dell’opera che ne rilanci le ambizioni – riaffiorano prepotentemente in seguito alla morte della madre Even. Le sue inquietudini, rafforzate dalla distanza tra le gratificazioni della vita professionale e la solitudine della sfera privata, sono in parte alleviate dall’amore della sorella minore, Agnes, e dalla serenità della famiglia che quest’ultima è riuscita a costruirsi.
L’arrivo di Gustav, venuto a partecipare al lutto della famiglia per la scomparsa dell’ex moglie, sconvolge inevitabilmente la vita delle due sorelle. Mentre Agnes riesce a poco a poco ad accettare l’idea di ristabilire un dialogo con il padre, Nora rinuncia; e quando lui, dopo averla invitata per un caffè, le offre il ruolo di protagonista del suo nuovo film, che intende girare nella casa dove le figlie sono cresciute (e dove Even ha vissuto fino alla fine dei suoi giorni), lei rifiuta.
Le loro strade si separano di nuovo, ma solo temporaneamente, perché Gustav, di ritorno da una retrospettiva a lui dedicata in una rinomata località del Sud della Francia, si presenta a casa Borg in compagnia della giovane star americana Rachel Kemp, per iniziare le riprese del film. Nonostante diverse settimane di duro lavoro e studio, avvertendo l’impossibilità di far proprio un personaggio troppo legato all’intimità dell’autore, Rachel abbandona il progetto, lasciando Gustav nel più totale sconforto. Dopo aver scavato nel passato della famiglia Borg e aver letto la sceneggiatura, Agnes capisce che il personaggio che lei e la sorella credevano improntato sulla figura della nonna paterna è invece incentrato sulla figura di Nora, ed esprime tutto l’amore che Gustav non è mai stato in grado di esprimerle, convincendo infine la sorella a recitare per lui.
Per il suo approccio intimista alla riflessione sullo scorrere del tempo, i legami e la memoria, Sentimental Value riprende saldamente il filo rosso della filmografia di Trier, in particolare con le opere confluite in quel ciclo che la critica è solita indicare con il titolo “Trilogia di Oslo”. Un’ispirazione che qui si fa materica, non solo per l’atmosfera sensibile che la regia dell’autore norvegese riesce a creare impeccabilmente e le performance decisamente intense degli interpreti, ma per la pregnanza della metafora spaziale intorno alla quale ruota la storia: la casa dei Borg, vero e proprio organismo partecipe della storia di una famiglia nell’arco di diverse generazioni, scheletro visibile dei traumi e dei cambiamenti da essa vissuti.
«Il tempo di una famiglia non è nulla rispetto a questo lento affondare» narra una voce esterna, mentre scorrono sullo schermo frammenti di vita, bambine che giocano e adulti in conflitto: inquadrature che scorrono come quadri della memoria, e alle quali l’autore affida un po’ della travagliata storia dei Borg.

Come si osserva bene nella condizione delle due sorelle, le tracce di quel tempo non segnano tutti i personaggi allo stesso modo. Se Agnes, di fronte al dolore per la separazione dei genitori, è protetta nel dolore della separazione dei genitori dal carisma della sorella maggiore, riscattando le proprie insicurezze in una vita adulta serena e soddisfacente, Nora si getta in una vita disordinata e solitaria (la sua relazione con un collega non decolla), seguendo una vocazione artistica in cui comprimere tutte le sue angosce; mentre il film si accosta, proprio come Agnes, con estrema delicatezza al “demone” della protagonista – che assume anche la forma di un tentato suicidio, com’è stato per la nonna, che aveva vissuto sulla propria pelle l’esperienza della deportazione nei campi nazisti – uno degli aspetti più interessanti riguarda proprio il rovesciamento per il quale la protezione offerta dalla sorella più grande alla più piccola viene restituita dalla dolcezza e dalla premura di quest’ultima, che le rivela infine il vero significato della sceneggiatura scritta dal padre e, in qualche modo, la possibilità di un nuovo inizio.
Soltanto attraverso questa predisposizione reciproca alla protezione, offerta in periodi diversi della loro vita, le due donne riescono ad affrontare il ritorno di Gustav. Per Nora, la via è tuttavia più tortuosa, e la porta infine a comprendere che i propri “blocchi” possono essere elaborati soltanto facendo i conti con questo rapporto. La tensione tra desiderio di fuga e tentativo di comprensione, che anima la dialettica di due donne unite in un legame quasi simbiotico, trova espressione emblematica nella scena in cui, all’inatteso “blitz” del padre a casa Borg in compagnia dell’attrice cui lui ha affidato il ruolo dopo il rifiuto della figlia, Agnes lo attende in cucina (nello stesso luogo in cui si era accorta, poco prima, del suo arrivo), mentre la sorella scappa dal giardino sul retro, com’era solita fare da bambina.
Sul fronte opposto, la condizione di Gustav emerge più lentamente rispetto a quella delle figlie, ma in maniera non meno controversa. Il suo dramma riguarda ovviamente il suo rapporto irrisolto con la paternità e, forse, un certo modo di relazionarsi con le donne, arricchendosi tuttavia di un’ulteriore sfumatura: il disperato tentativo di un riannodare i fili della propria storia familiare attraverso l’arte, perché solo attraverso l’arte può ancora avvenire un dialogo.
Nora, Agnes, Gustav: nelle loro differenze e sensibilità, sono tutti personaggi segnati da traumi che li abitano come fantasmi, proprio come i personaggi di Shakespeare e Čechov sui quali Nora si interroga quotidianamente nella sua professione.

Nell’abbattere questo muro di incomunicabilità, provvidenziale l’ingresso in scena di Rachel. Entusiasta per quella che si prospetta essere un’importante opportunità di carriera, l’attrice americana si mette umilmente a disposizione immedesimandosi in un personaggio di cui intuisce il valore intimo per il regista, senza però ottenere conferme da quest’ultimo. Nonostante l’incoraggiamento e la stima di Gustav, Rachel decide infine di rifiutare il ruolo; ma il suo confronto con Nora, avvenuto poco prima di comunicare la sua decisione, costituisce il decisivo punto di svolta della storia: è dal tentato processo di identificazione di Rachel con qualcosa che appartiene ad una ferita dolorosa per l’autore che la protagonista inizia a guardare il padre in modo nuovo, fino a comprendere, grazie al contributo di Agnes, che la sceneggiatura da lui scritta è ispirata a lei (e non alla nonna, come entrambe credono a lungo).
Opera sulla fragilità dei legami e il potere riconciliante dell’arte, anche a fronte del plauso generale ottenuto la scorsa primavera sulla Croisette, Sentimental Value è stato immediatamente celebrato come una vera e propria dichiarazione d’amore per il cinema, se non addirittura come “ciò a cui qualsiasi film dovrebbe aspirare”: definizioni che, al di là degli intenti di marketing, rischiano davvero di sviare dalla profondità di un’opera intrisa della sensibilità unica del suo autore.
Perché se Joachim Trier si conferma autore di talento, il suo ultimo lungometraggio non può non essere inscritto nella più nobile tradizione del cinema nordico; e se tale ipotesi trova corrispondenza in film come Reprise (2006), Oslo, 31 agosto (2011) e La persona peggiore del mondo (2021), questa conclusione è giustificata dall’umore sensibile per il quale Sentimental Value si colloca quasi sullo stesso piano di un Bergman. Come per il maestro svedese, quello di Trier è un cinema di primi piani in cui tutto passa per l’espressività dei volti, la direzione degli sguardi, il ritmo della parola. Film di sguardi (l’uno nell’altro, ma anche “attraverso” le soglie che incorniciano ricordi e suggestioni, come quelli attraverso le finestre della casa di famiglia), il suo “valore emotivo” è per lo più fissato, dal punto di vista tecnico, in campi e controcampi filmati con macchina a mano: l’inquadratura leggermente mossa che ne deriva coglie appieno le variazioni d’animo che scorrono sul volto dei personaggi, valorizzandone – proprio come per lo sguardo di Ingmar Bergman – ogni sfaccettatura e componendo, al tempo stesso, una raffinata antologia espressiva, tra verità, reticenze, ammissioni difficili quanto necessarie.
Al resto, ci pensa il cast: sotto questi aspetti, senza ridimensionare in alcun modo la prova eccelsa di Stellan Skarsgård, il tripudio è tutto per le interpreti, trasfigurate in tre figure femminili intensissime e diversissime, con le superlative Renate Reinsve, Inga Ibsdotter Lilleaas e una Elle Fanning per certi versi inedita, capace di dispensare una masterclass di recitazione da lasciare senza fiato.
Come tutte le grandi opere, Sentimental Value riesce a comunicare qualcosa che va oltre la storia che racconta, e quel qualcosa è qui una meditazione sulla “settima arte” e sul suo rapporto con la memoria, i traumi personali, i desideri di ciascuno. In questo senso, il film rappresenta un tributo accorato al cinema e alla sua difficoltà, intesa come “fatica” di coloro che lo rendono possibile, come ha tenuto a precisare lo stesso autore.
Nora Borg decide infine di salire sul set e di interpretare il ruolo che soltanto lei avrebbe potuto interpretare, ma non sappiamo nulla di dove porterà questa catarsi. Con la delicatezza che contraddistingue il suo approccio, il regista norvegese fa un passo indietro proprio a questo punto, allontanando la macchina da presa dalla scena di Nora. E mentre il nostro punto di vista si allontana da questo spazio auto-analitico, di confronto con i propri fantasmi, approdiamo alla domanda che deve aver ispirato l’autore nella realizzazione del suo film: è davvero possibile esorcizzare un trauma approfondito da anni di silenzi, fughe e incomprensioni, radicato in particolare nell’infanzia? La risposta di Joachim Trier è no, ma il cinema, e più in generale l’arte, possono aiutarci a delimitarne il perimetro, a saggiarne volume e consistenza, quindi a comprenderlo meglio, o perlomeno aiutare le persone che amiamo a farlo. Quindi a trovare la forza di guardarlo con una lente diversa, che non sia più quella dello sgomento e dell’impotenza.
