La vita come un’opera d’arte: “This Will Not End Well” di Nan Goldin

La mostra itinerante dedicata alla produzione di Nan Goldin sarà in esposizione al Pirelli HangarBicocca fino al 15 febbraio. Nata nel 2022 dalla collaborazione con il Moderna Museet di Stoccolma, è la più grande retrospettiva di slideshow della fotografa americana mai realizzata. A cura di Giulia Costa Barbè. 

Nan Goldin (Washington D.C., 1953) è attiva dal 1979 ed è una delle più importanti artiste visive della nostra epoca. Nel corso degli anni ha prodotto migliaia di fotografie, filmati e slideshows di diapositive con cui ha raccontato la propria vita e quella dei suoi amici attraverso scatti intimi e spontanei.

All’Hangar Bicocca sono presentate 8 opere – tre video e cinque slideshows – con gli allestimenti dell’architetta di fama internazionale Hala Wardè.

La visita è introdotta dall’installazione site-specific “Bleeding” – realizzata da Soundwalk Collective – un sintetizzatore generativo sospeso a mezz’aria che sovrappone e ricompone costantemente frammenti delle tracce audio che fanno da colonna sonora ai vari slideshow. L’opera crea una sorta di soglia acustica che sottolinea il carattere immersivo dell’esposizione e riempie gli enormi spazi dell’Hangar Bicocca con distorsioni e bisbigli eterei.

La maggior parte delle opere è presentata all’interno di padiglioni chiusi – quasi dei mini-cinema – dalla struttura coperta di tessuto, che danno la sensazione di entrare in una di quelle fortezze di cuscini che costruivamo da piccoli. Entriamo con lo stesso pudore di quando mettiamo piede in casa di qualcuno per la prima volta, quando siamo ammessi allo spazio più intimo di chi ci ha aperto la porta.

Il mondo di Nan è quello delle vite sospese, il demi-monde di chi trascorre la sua esistenza perso nella notte.

I suoi abitanti sono artisti, amici, drag-queen, modelli, pazienti psichiatrici, familiari, opere d’arte, bambini, madri. “Never a mother, always a godmother” sono le parole che scorrono sui titoli di coda di “Fire Leap” e che più di tutte trasmettono l’intento dell’artista tanto nella vita quanto dietro la macchina fotografica: darsi completamente alla vita, indagare i rapporti umani, aprirsi all’altro, che molto spesso è il soggetto delle sue opere.

“Quando fotografo non scelgo le persone che voglio ritrarre; i miei scatti scaturiscono dalla mia vita. Nascono dalle relazioni, non dall’osservazione.”

Il fulcro di una delle opere più famose in mostra, “The Ballad of Sexual Dependency, è proprio il rapporto di Goldin con il suo mondo, spesso disordinato, promiscuo e vissuto in modo viscerale tra camere da letto, feste sfrenate e centri di riabilitazione.

Culmine della mostra è l’installazione “Sister, Saints, Sibyls” composta da tre video e statue di cera originariamente pensata per la cappella dell Hôpital de la Salpȇtriere, l’ospedale neurologico parigino famoso per gli studi sull’isteria femminile effettuati a fine Ottocento. I tre video, come tre immaginarie pale d’altare, affrontano il tema della dipendenza, dell’autolesionismo e sono un omaggio toccante a Barbara Holly, sorella di Nan, morta suicida a 19 anni dopo un lungo ricovero in un ospedale psichiatrico.

Il pericolo di sfociare nell’autocompiacimento e nella pornografia del dolore è grandissimo ma viene sempre evitato grazie a uno sguardo mai invadente e alla spontaneità degli scatti.

Spesso sfocati, illuminati da flash prepotenti, quasi infantili, sono istantanee che narrano di un “qui ed ora” irripetibile, testimonianza di epoche svanite per sempre insieme ai suoi protagonisti. Se avete amato “Paris is burning”, ritroverete quell’atmosfera vivace e precaria in “The other side”, omaggio alla comunità trans che animava la scena underground di Boston negli anni ‘70. “Volevo metterle in copertina su “Vogue”, volevo mostrare loro quanto fossero belle”.

La bellezza e il bruciante desiderio di ammirarla sono il tema portante di “Stendhal Syndrome”, lavoro inedito che fa il suo debutto ad HangarBicocca. La bellezza classica dei capolavori del Louvre fotografati da Goldin incontra bellezza imperfetta di amici e amanti, mentre la voce dell’autrice in sottofondo legge brani tratti dalle “Metamorfosi” di Ovidio.

Quando finisce una serie tv, un film o un documentario coinvolgente, si ha spesso la sensazione di conoscere chi è sullo schermo, quasi i personaggi fossero diventati parte del nostro gruppo di amici. Dopo la visita a “This will not end well” questa sensazione si fa fortissima. Gli amici sbandati e tormentati di Nan Goldin li senti parte della tua compagnia. I loro volti tornano e ritornano tra gli slideshows, immortalati in varie fasi della loro vita; mai in posa, sempre tremendamente autentici, fino al punto da farti empatizzare con le loro vite straziate.

Per dirla con le parole dell’autrice: “Per me scattare una fotografia non è un distacco. È un modo per toccare qualcuno, una carezza. Penso che si possa davvero dare alle persone un accesso alla propria anima”.