Un concerto dei Julie’s Haircut è un bagliore in mezzo alle tenebre

Dopo un’assenza di sei anni, la band emiliana ritorna con una nuova vocalist e un disco che fonde oscurità e luce. Il nostro reportage del concerto all’ARCI Bellezza preceduto da due chiacchiere con Nicola Caleffi, polistrumentista della band.

E’ un venerdì di fine gennaio, il sole è ancora basso sull’orizzonte e mai come in questo momento dell’anno si sente l’esigenza di luce e calore, lontani come siamo dall’equinozio. I Julie’s Haircut hanno da poco pubblicato il loro nono disco in studio, “Radiance Opposition”, un titolo che sembra quasi dirci di resistere ancora un po’, che l’inverno è sì lungo, ma che la luce poi ritorna. La copertina stessa gioca sul contrasto tra lo sfondo – nero – e la bianca silouhette femminile colta nell’atto di chiudere le braccia spalancate sulla testa, in un gesto vitale che ricorda un passo di danza o un saluto al sole.

La band approda all’ARCI Bellezza per la seconda data della tournée di debutto e li abbiamo raggiunti via mail qualche giorno prima per saperne di più sulla loro nuova uscita.

“Radiance Opposition” mi ha ricordato molto “Ashram Equinox” ma in versione più dark. E’ forse facile dare la “colpa” delle sonorità di un disco agli eventi storici che stiamo attraversando, ma ritenete che il clima apocalittico che respiriamo ogni giorno abbia influito sulla vostra ultima produzione?

Non saprei. Il disco effettivamente ha avuto una gestazione che è iniziata nel 2020 in pieno Covid ed è stato pubblicato a fine 2025 in piena era Trump. In mezzo ci sono le guerre in Ucraina e a Gaza… Ma queste sono condizioni oggettive che riguardano tutti, per cui personalmente non vedo una influenza diretta della situazione geopolitica mondiale sulla nostra produzione musicale recente. Il riferimento ad Ashram Equinox mi sembra azzeccato, ma direi che Radiance Opposition ha una sua identità molto forte e specifica dove convivono oscurità e luce.

La sera del concerto il primo brano in scaletta è proprio quello che apre il disco – “I can see the light” – quasi a dirci “non temete, c’è un bagliore là in fondo”. Se volessimo analizzare la semantica dei titoli dei brani in scaletta, tutto il concerto è un inno alla luce che prosegue con Spring Moon, Gathering Light, Until the Lights go Out, tutti brani della produzione degli ultimi anni.

Da tempo porto avanti una battaglia quotidiana contro la nostalgia per i bei tempi che furono (musicalmente parlando) e apprezzo sempre la scelta di band dalla carriera trentennale che decidono di comporre una scaletta fatta solo di pezzi nuovi o tratti dalle ultime uscite.

In una vostra recente intervista ho letto che preferite mettere in scaletta brani della vostra produzione più recente a scapito di pezzi dei vostri primi dischi, perché suonano ormai estranei a quello che siete voi ora. E’ una controtendenza rispetto a quello che fanno band con una carriera come la vostra alle spalle. Visto che siamo in un’epoca di grandi reunion e revival, come vivete il tema della nostalgia per la musica di quando eravamo tutti più giovani?

E’ così da anni – suoniamo brani dai dischi più recenti perché sono quelli che rappresentano meglio quello che siamo in quel determinato momento. La tentazione di pensare alla musica di ieri come a quella più bella poi è sempre forte – ma per rimanere vivi creativamente occorre rinnovarsi, nel nostro caso non vedo altre possibilità.

Di rinnovamenti nel corso della loro carriera i JsH ne hanno visti tanti; hanno attraversato stili e visto avvicendarsi molti musicisti nella loro line-up. Anna Bassy, vocalist e autrice, collabora con la band da circa un anno e dal vivo si conferma la presenza carismatica che traspare dal disco.

Mi azzardo a pensare che la sua voce elegante e limpida sia la “radiance” contrapposta alle distorsioni e ai BPM quasi doom che contraddistinguono il disco.

Una delle cose che mi è sempre piaciuta della vostra produzione è la presenza di una voce femminile, come vi siete trovati a lavorare con Anna?

Molto bene – è nata una bella intesa a livello artistico e umano. Mi sembra che la sua visione si sia integrata in modo organico con la nostra. Intendo proprio una visione, un modo di vedere e interpretare quello che facciamo, non solo in termini di apporto vocale o strumentale.

Successo non da poco se si considera che si tratta di inserirsi in un gruppo di musicisti sintonizzati gli uni agli altri da anni. E’ una considerazione che si porta dietro una domanda che mi faccio da tempo: sono sempre stata affascinata da come si lavora in una band, soprattutto quando le teste coinvolte nella creazione sono tante come nel vostro caso. Come lavorate? Nasce tutto in studio oppure ognuno di voi porta qualcosa su cui già aveva lavorato?

Un po’ entrambe le cose. A volte si parte da tracce suonate insieme dal vivo in studio – è il caso di Extinction Of The Sun nel disco nuovo – a cui poi aggiungiamo testi e voci o altro. Altre volte qualcuno di noi arriva in studio con un demo buttato giù a casa, anche solo una traccia melodica, che viene lavorato e stratificato collettivamente finché non arriviamo ad un risultato che ci soddisfi pienamente. Sicuramente ognuno ci mette del suo e dà un apporto creativo al tutto, anche a livello di idee o suggestioni.

Sul palco della Palestra Visconti “Extinction of the sun” risuona con una potenza granitica con Luca che agita il microfono per fargli catturare più rumore possibile e far deflagrare il pezzo. Poi le acque si calmano e arriva l’encore con “To the sacred mantle” e “Fountain”.

“Radiance Opposition” è un disco basato sul dialogo tra contrasti, tra voce eterea e partiture strumentali stratificate fino a formare muri sonori. Non si conclude con un brano esplosivo ma con la dolcezza di un risveglio a lume di candela, quasi a voler pareggiare i conti tra le due parti che si sono rincorse fino a qui.

Mi incuriosisce la sequenza delle ultime due tracce di “Radiance Opposition”: “Extinction of the sun” e poi “6AM carpet candlelight”. E’ una sorta di rinascita il giorno dopo un Big Bang?

Osservazione interessante! Non ci avevo pensato ma potrebbe essere così, in effetti. Musicalmente parlando ci piace accostare situazioni molto diverse tra loro, anche contrastanti, come è il caso di questi due brani, il primo un’esplosione piena di elementi, anche violenti, il secondo sospeso e galleggiante nel vuoto. Ci interessa far emergere un aspetto dinamico e relazionale, il movimento delle cose. Mi piace che hai colto questo aspetto della questione.

Concludo il mio scambio di battute con Nicola con una domanda, anzi, LA domanda che assilla ogni amante della musica da un paio d’anni a questa parte… A costo di suonare banale vi chiedo: vi fa paura l’evoluzione vertiginosa che sta avendo l’IA applicata alla produzione musicale?

Non è una domanda banale, semmai necessaria, oggi. Personalmente mi spaventa l’applicazione dell’IA all’umanità in generale.

Vedo che condividiamo tutti le stesse preoccupazioni e mi torna ancora di più la voglia di non pensarci, di rifugiarmi nell’ascolto della loro musica, vera, oscura, fatta da umani. Una meditazione a occhi chiusi dove le tenebre smettono di far paura e ti traghettano fuori dal tempo, fino a ritrovare la luce in te.