Dopo il progetto di A Tale of Filipino Violence, opera fiume che aveva l’ambizione di ricostruire una sorta di enciclopedia storica del proprio Paese, Lav Diaz torna con un thriller dalle intense venature politiche che prova a spiegare che cosa sono diventate le Filippine oggi, tra disparità ed ingiustizie sempre più accentuate. Selezionato in diverse rassegne internazionali (da Busan a Locarno), il lungometraggio è stato incluso nella sezione “Fuori concorso” del 41° Torino Film Festival.
_di Alberto Vigolungo
Filippine, 2019. Il tenente Hermes Papauran, della polizia di Manila, è autorizzato a riaprire le indagini su un caso risalente al 2005, che riguarda la scomparsa di una nota modella ed ambientalista. Imboccata una pista promettente, localizzata nei dintorni di un grande lago circondato da piccoli insediamenti di pesca e collegata alla figura del potente “signore” del narcotraffico locale Jack Barquero, la ricerca di Esmeralda Stuart naufraga definitivamente quando uno degli uomini del boss, catturato dai collaboratori del poliziotto, si toglie la vita dopo essersi sottratto all’interrogatorio e aver negato il suo legame con lo stesso.
Nuovamente schiacciato dal peso del fallimento, Papauran si abbandona ad un vagabondaggio senza speranze nella foresta circostante, prima di essere raggiunto dal diretto superiore, che gli revoca l’incarico e lo riconduce a casa. Tempo dopo, il detective riappare in una zona devastata dall’eruzione del vulcano Taal e dai conseguenti terremoti, sempre dedito ad un’inchiesta ormai completamente trasformata in ossessione personale: mentre il destino di Esmeralda continua a rimanere un mistero, il protagonista si imbatte nell’omicidio di un giovane ambulante ma, anche in questo caso, non potrà nulla.

Nelle sue imponenti dimensioni (di spazio e di durata), il film si configura come il canto funebre di un Paese dilaniato da diseguaglianze storiche, definitivamente stroncato dagli abusi del regime poliziesco di Rodrigo Duterte. Sono queste ferite ad animare le inquietudini del protagonista, diviso tra il senso di dovere che deriva dalla sua professione e quello di un’ingiustizia profonda che si manifesta quando lo Stato cessa di servire i propri cittadini, cedendo alla menzogna e alla violenza più bieche.
Essential Truths of the Lake è il canto funebre di un Paese dilaniato da disuguaglianze storiche e stroncato dagli abusi del regime poliziesco di Rodrigo Duterte
Opera spietata sul sentimento dell’impotenza e della sconfitta, Essential Truths of the Lake infonde nei due personaggi principali valenze simboliche dirompenti di questa crasi, sullo sfondo di un’affascinante dialettica tra presenza ed assenza, cercatore e ricercata, tentativo di conoscenza e mistero: da un lato Papauran, detective volitivo quanto dotato, il cui dramma scaturisce per l’appunto da un profondo dissidio etico, dalla sua condizione di uomo di polizia consapevole di essere al servizio di un regime oppressivo; dall’altro Esmeralda, la ragazza dai mille volti e dalle mille storie, modella, artista, prostituta di alto bordo, attivista, la cui “luce” è bramata dagli uomini più potenti.
Incarnando la libertà e la lotta, che passa anche per il suo impegno contro l’estinzione di una delle specie animali simbolo del Paese, Esmeralda si erge a metafora stessa delle Filippine e della loro sconfitta come stato, uno Stato dove i suoi cittadini guadagnano dignitosamente solo se lavorano all’estero e dove il sopruso è accettato come norma.
Questa dimensione di vittime è il tratto che accomuna “cercatore” e “ricercata”, confermando al contempo la loro alterità: mentre il primo è un uomo irrimediabilmente irrisolto, che continua a subire lo status quo pur interrogandosi profondamente su di esso, la seconda assume i caratteri di una vera e propria “martire” laica della dissidenza anti-Duterte, di ribelle in grado di agire; non solo, perché se Esmeralda Stuart, in quanto scomparsa, è mito, ad Hermes Papauran non resta che contemplare le rovine, come tanti (indicativa, sotto questo aspetto, la messa in scena del personaggio, quasi sempre raffigurato attraverso piani a figura intera e in campo medio): anche lui è un fantasma, ma invece di proiettarsi in un orizzonte di nobili ideali – come quello della ragazza – si aggira nel degrado dei sobborghi, scontando tutto il peso della testimonianza, di un incubo senza fine. La misura del fallimento di Papauran (e, in senso traslato, della parte “migliore” della società civile filippina) è condensata nella visione dell’uomo-cane, al centro della sequenza “spartiacque” del film.

Come detto, il dramma vissuto dal protagonista è profondamente connesso alla sua professione. In esso il thriller si assesta su una dimensione aspramente critica della politica e della società, che emerge fin dal primo dialogo del film, sulla terrazza deserta di uno stabile della capitale (“Qual è il problema della Polizia nazionale filippina? Politico, psicologico, sociologico […] È questo il problema fondamentale: noi seguiamo gli ordini, non la legge”). Ma è verso la metà dell’opera, quando altri segni della deriva vengono aggiunti al quadro (vedi riferimento all’uscita delle Filippine dalla giurisdizione del Codice penale internazionale, così come al cosiddetto “Piano Tonkhan”, l’imponente programma di contrasto al traffico di droga che segna uno dei culmini della propaganda populista di Duterte), e quando inizia a delinearsi l’impossibilità del detective di risolvere il caso, che l’atto d’accusa dell’autore prorompe, sferrando un pugno diretto al volto del regime, sempre attraverso un dialogo: “Ormai anche la Corte Suprema è diventata uno strumento nelle mani di questa cultura dell’impunità… Ci vorranno molti anni per riprendersi da tutto ciò che Duterte ha fatto”.
Ogni scena del film costituisce uno spaccato della desolazione, l’elaborazione di un disastro giunto ad un punto di non ritorno
L’”incubo” filippino è tratteggiato secondo scelte espressive distinte, tipiche dello stile del regista: piani sequenza a camera fissa, inquadrature dal punto di vista leggermente abbassato e in cui la dialettica tra luce e ombra è irresistibilmente valorizzata da un bellissimo bianco e nero (del quale Diaz è sempre stato uno dei più ispirati cultori), composizioni giocate su campi medi, tutte queste soluzioni sono volte a ricreare un’atmosfera straniante il cui livello di rarefazione è accostabile, seppur attraverso in modalità differenti, a quello di certi film di Wong Kar-wai (Angeli perduti o, per restare al campo del bianco e nero, Happy Together) e Yorgos Lanthimos (La favorita), e congeniali ad introdurre lo spettatore in un mondo ambiguo, notturno e violento.
Basandosi su questi elementi (notare anche la presenza costante del vento, vero e proprio “accento” sui silenzi dei personaggi), ogni scena costituisce uno spaccato della desolazione, l’elaborazione di un disastro giunto ad un punto di non ritorno, la cui perfetta oscurità è squarciata da lampi estemporanei che da essa nascono e poi ritornano, come i bagliori intermittenti degli spari di una pistola in una piazzola di periferia.
Mentre, per gran parte della sua durata, il film si mantiene pur sempre entro i confini (ora più decisi, ora più sfumati) del thriller, con tutto il suo carico di denuncia politica e sociale, l’ultima ora assume i contorni di un dramma beckettiano, confrontandosi su un piano più nettamente esistenziale con l’impossibilità di trovare un senso, in una sorta di ricerca spirituale che ha per paesaggio la foresta e piccoli insediamenti.
Infatti, se per quasi tre ore le inquietudini di Hermes si consumano comunque su uno sfondo razionale che è quello dell’inchiesta, nel lungo finale il suo girovagare assume la forma dell’ossessione, proiettato nel panorama di un’apocalisse di cui l’eruzione del vulcano, la presenza del terremoto e quella ormai incessante del vento sono il segno totalizzante.
In questo definitivo passaggio ad una dimensione metafisica e contemplativa l’opera perde tuttavia un po’ di presa, insistendo su una poetica del fallimento ampiamente avvertita dallo spettatore. La peregrinazione del protagonista in uno scenario dove tutto parla di desolazione procede così in un avvolgersi per cerchi concentrici fatto di incontri fugaci e dialoghi sibillini, sfociando in un finale in cui il pianto dell’uomo, in ginocchio davanti alla madre del giovane misteriosamente assassinato, è la cruda certificazione della sconfitta.
La dimensione politica (e storica) che caratterizza gran parte della filmografia di Lav Diaz raggiunge in Essential Truths of the Lake uno dei suoi culmini indiscussi, nella forma di un atto d’accusa marcato e al tempo stesso rassegnato, originato da un “sussulto” etico che si leva dinnanzi alle azioni di un potere interessato unicamente a sopravvivere a se stesso: “verità essenziali” sparse come cenere al vento, in un’epoca in cui il dissenso è identificato come la sola, autentica minaccia all’integrità della nazione. In questo senso, la visione del regista non lascia scampo. Usciti dalla sala dopo le 3 ore e 35 minuti di Essential Truths of the Lake si ha l’impressione che il sogno di riscatto di un Paese da sempre dilaniato da povertà e corruzione sia definitivamente morto, nello stesso modo in cui il piccolo fuoco acceso da Hermes Papauran sotto un albero di tamarindo viene spento con l’acqua rimasta in una bottiglietta. Filippine oggi, secondo un grande maestro.
