Tutti i colori di Harry Gruyaert

A CAMERA Torino, fino al 4 ottobre, è visitabile la prima mostra monografica dedicata in Italia ad uno dei grandi fotografi del colore, in un percorso compreso tra l’inizio degli anni Settanta e gli anni Dieci del nuovo millennio. Harry Gruyaert. Retrospettiva è l’occasione per ammirare l’opera di un fotografo sempre in viaggio, capace di illuminare, attraverso le dialettiche grafiche e cromatiche delle sue immagini, le grandi trasformazioni economiche e culturali nell’ultimo scorcio del Secolo breve, con un occhio particolare per il mondo del lavoro e le periferie del Sud globale; operazione sempre svincolata da qualsiasi intento narrativo, unicamente rivolta all’esplorazione delle potenzialità espressive del colore. Di Alberto Vigolungo.

Se c’è un fotografo che, più di altri, ha costantemente approfondito il senso dell’immagine oltre la sua dimensione puramente narrativa, questo fotografo è senza dubbio Harry Gruyaert. Una ricerca, la sua, declinata in particolare nella riflessione sul colore come elemento autonomo del linguaggio, sul suo “lessico” espressivo,  fortemente segnata dall’esperienza del viaggio e dal passaggio dalle tecniche fotografiche tradizionali al digitale, vero e proprio spartiacque nella carriera dell’artista. Sono questi tratti a distinguere immediatamente Gruyaert come fotografo d’arte, il cui lavoro si pone idealmente in dialogo con l’operazione portata avanti in pittura da artisti come Mondrian e, ancor prima, da figure chiave del post-impressionismo come Cézanne e Matisse. Il colore come significante autonomo dell’immagine, in un’epoca in cui, come ricorda la didascalia d’apertura della mostra, “la fotografia era celebrata principalmente in bianco e nero”. In tal senso, il colore diventa assoluto, oggetto primario di questa ricerca:

Harry Gruyaert è uno dei pochi europei a conferire al colore una dimensione puramente creativa, una percezione emotiva, non narrativa e radicalmente grafica del mondo.

L’interesse per questi due “ingredienti” fondamentali della realizzazione fotografica – luce e colore – unito all’approccio antinarrativo, porta immediatamente Gruyaert lontano dai territori del fotogiornalismo, pur senza privare la sua fotografia di una certa vena documentaria, costantemente alimentata dai suoi soggiorni tra Nord America, Nord Africa e India. Il viaggio è infatti la fonte principale della sua ispirazione, la dimensione assoluta della sua poetica, mentre per sostenere la propria attività si dedica a commissioni aziendali.

Le sei sezioni della mostra, curata dal neo-direttore del centro espositivo torinese, François Hébel, mirano a riassumere il senso di questo percorso. Nato ad Anversa nel 1941, diplomato alla scuola di cinema e fotografia di Bruxelles, Harry Gruyaert inizia a lavorare nella produzione di documentari televisivi; nel 1962 si trasferisce a Parigi, dove affina la sua tecnica e intraprende la carriera di fotografo di moda (favorita, in particolar modo, dall’incontro con l’editore di “Elle”, Peter Knapp) e pubblicitario (nell’industria automobilistica, con i lavori realizzati per Robert Delpire, e turistica, per Philippe Hartley). Proprio gli scatti commissionati da Hartley per documentare una crociera in Marocco rappresentano l’epifania che indirizza l’attività di Gruyaert verso la fotografia d’arte, alla quale si dedicherà stabilmente a partire dagli anni Settanta, in concomitanza con il suo approdo a Londra.

L’interesse per il colore e la sua componente crudamente materica è spinto ai suoi esiti più radicali nella serie TV shots, ritratti di fotogrammi di trasmissioni televisive attinenti a vari generi, dal notiziario alla soap, dallo spot pubblicitario all’evento sportivo (qui rappresentato dalle gare olimpiche di Monaco ‘72). I colori saturi e surreali di queste istantanee, in evidente contrasto con l’ordinarietà dell’oggetto rappresentato, derivano curiosamente da una doppia manipolazione: del medium fotografico, ovviamente, ma anche e soprattutto della televisione. La resa cromatica delle immagini di TV shots è infatti ottenuta, in primo luogo, tramite una manipolazione del segnale operata dall’artista stesso. Evidentemente influenzato dalle sperimentazioni della Pop art (e dalla sua riflessione sul potere dell’immaginario), il progetto è fortemente emblematico dei temi cui il fotografo belga è interessato fin dagli inizi della sua carriera, non da ultimo quello riguardante la dimensione metadiscorsiva del linguaggio. Con una vera e propria operazione d’avanguardia, l’artista si serve della macchina fotografica per offrire un inedito catalogo della materia cromatica del medium simbolo della società dei consumi di massa, aprendo ad una riflessione sui suoi miti e valori.

TV shots
TV shots, 1972

Inaugurata dagli scatti di TV shots – ancora più sorprendenti se si pensa che il loro esito è ottenuto tramite tecnica analogica – la retrospettiva introduce direttamente il visitatore alla fase “matura” del linguaggio di Gruyaert, con una serie di ritratti realizzati nel corso degli anni ‘80 tra Francia e Belgio. Ne fanno parte alcune delle immagini che hanno reso celebre il fotografo di Anversa, rendendolo il principale esponente europeo di un filone fino ad allora eminentemente americano, incarnato da maestri come Saul Leiter e William Eggleston. Qui il colore, vero e proprio “segno” autonomo (e non semplice dettaglio descrittivo) dell’espressione artistica, assume un valore evocativo, in immagini dal respiro più lirico.

Treno per Parigi, Bruxelles, 1981
Treno per Parigi, Bruxelles, 1981
Belgio, 1988
Belgio, 1988

La direzione di questa ricerca, che contrassegna i successivi 30 anni della carriera del fotografo – dal 1982, membro dell’agenzia Magnum Photos – è peraltro ispirata dai colori vivaci degli oggetti anni ‘70, veri e propri elementi strutturali dell’identità visiva di un’epoca. Lo studio delle variazioni di luce e colore, unito alla capacità unica di questo artista di coglierne la dimensione materica, dà forma ad uno dei linguaggi più distintivi della fotografia dell’ultimo Novecento. Cambia la luce, cambiano i colori: fotografare questo processo è il fulcro di tutta l’attività di Gruyaert, per il quale la fotografia, nel suo proporsi quale irresistibile gioco sulla percezione, diventa “piacere sensuale”.

Centro di gravità permanente di un percorso che attraversa anche il passaggio epocale dalle tecniche tradizionali al digitale è il viaggio, inesauribile fonte di ispirazione per la fotografia di Harry Gruyaert, rispetto alla quale l’indagine sulle potenzialità espressive della luce e del colore si lega progressivamente alla documentazione di dialettiche storiche e culturali rilevanti, come quella tra Nord e Sud del mondo, o tra Oriente e Occidente al crepuscolo della Guerra fredda. In questo senso, l’opera di Gruyaert compone una sorta di “atlante” cromatico dei quattro continenti, nel quale le variazioni di luce restituiscono l’unicità dei luoghi, attribuendo ai suoi scatti una dimensione marcatamente fisica.

Nei primi viaggi, compiuti tra Marocco, Egitto e India, l’interesse principale è tuttavia ancora rivolto all’essenza cromatica dell’immagine, risultando in fotografie il cui grado di rarefazione spinge Gruyaert a confrontarsi con la pittura, sia per la stesura dei colori che per il taglio stesso delle immagini che sceglie di impressionare su pellicola Kodachrome.

Essaouira, Marocco, 1988
Essaouira, Marocco, 1988
Rajasthan, India, 1976
Rajasthan, India, 1976

L’interesse per il mondo del lavoro e la sua relazione con l’umano è testimoniato dagli scatti realizzati tra la fine degli anni ‘80 e gli anni ‘00, nelle tracce di un’industrializzazione ormai globale e sempre più integrata: i centri siderurgici e nucleari del Vecchio continente e le fabbriche statunitensi sono così accostati alla crescente industria estrattiva dell’Africa centrale e logistica del Sudamerica. Tracciando le consuete dialettiche grafiche, i colori sono in queste immagini il riflesso di mondi culturali lontani: così come il rigore organizzativo delle industrie americane emerge immediatamente dalle linee nette di edifici che si stagliano nel cielo del Midwest e dai colori impeccabili della cartellonistica che li circonda, la vitalità economica dei Paesi emergenti è distillata nel vivace cromatismo dei container stipati sulle banchine dei porti brasiliani. In queste fotografie trova uno spazio inedito anche l’elemento umano, ritratto in momenti di convivialità o durante l’esercizio di mansioni ordinarie.

Miniere di uranio, Niger, 1996

Acciaieria Boursan, Turchia, 1998 / Angra dos Reis, Brasile, 2008
Acciaieria Boursan, Turchia, 1998 / Angra dos Reis, Brasile, 2008

La riflessione di Harry Gruyaert sull’immagine si costruisce soprattutto attraverso l’elaborazione di dialettiche, si diceva, e in questo aspetto la sua fotografia si rivela in grado di documentare in maniera esemplare il mondo un attimo prima della caduta del Muro, come testimonia lo spazio “Est e Ovest”: le dialettiche grafiche ed espressive da sempre al centro dello sguardo gruyaertiano si legano qui alle rappresentazioni delle due ideologie che più hanno segnato la storia del XX secolo. L’impero americano è ritratto in una serie di fotografie realizzate tra Las Vegas e Los Angeles nella prima metà degli anni ‘80, esperienza che lo stesso artista non esita a definire “volgare, ma fotograficamente eccitante”, proprio per la grande varietà di colori che quei templi del benessere e del consumismo riverberano continuamente. A questa opulenza soverchiante (sottolineata dalle insegne di casino e locali, ma anche dalla luce incredibilmente piatta di quei luoghi), fa da contrasto l’ordinarietà sobria della vita sovietica, immortalata nei luoghi pubblici della capitale nell’ultima fase della perestrojka. La distanza tra capitalismo e comunismo agli sgoccioli della Guerra fredda è dunque resa a partire da una dialettica cromatica che contrappone i toni saturi e sfolgoranti della vita americana a quelli più sbiaditi della realtà sovietica.

Las Vegas, Nevada, USA, 1982
Las Vegas, Nevada, USA, 1982
Chiesa ortodossa, Mosca, URSS, 1989 Mosca, URSS, 1989 Hotel Ukraine, Mosca, URSS, 1989 Sinagoga, Mosca, URSS, 1989
Chiesa ortodossa, Mosca, URSS, 1989 Mosca, URSS, 1989 Hotel Ukraine, Mosca, URSS, 1989 Sinagoga, Mosca, URSS, 1989

L’ultima sala, “Litorali” e “Aeroporti”, propone un’antologia di alcuni dei soggetti che più hanno stimolato la creatività di Gruyaert nel corso dell’intera sua carriera: le coste dell’Irlanda, dell’Europa meridionale e dell’Africa atlantica costituiscono innanzitutto lo stimolo per confrontarsi con soggetti da sempre iper-rappresentati. Il Gruyaert “paesaggista” privilegia un approccio minimalista impostato su toni più neutri e un uso della luce estremamente calibrato, attraverso fotografie che instaurano un dialogo serrato con la pittura (alcune di queste, addirittura con la tecnica dell’acquarello) e che restituiscono ancora una volta i tratti salienti di uno stile inconfondibile.

Galizia, Spagna
Galizia, Spagna

Se i paesaggi costieri rappresentano per Gruyaert una sfida con cui esercitare il proprio stile e interrogare diverse forme d’arte, gli aeroporti costituiscono per lui una vera e propria ossessione, per la fitta rete di significati visivi e antropologici che essi portano con sé. Simbolo stesso del viaggio, fotografato in un arco di circa trent’anni, questo “non luogo” augeriano attrae Gruyaert  per i conflitti grafici tipici degli spazi, finestra su un mondo che si muove come mai prima ma anche su individualità sorprendenti: così, il colore acceso dei seggiolini di una sala d’aspetto proietta, in uno strano gioco di rifrazioni, un’immagine inquietante, sotto lo sguardo di una figura assorta.

Las Vegas, Nevada_ Parigi, Francia_ In aereo, Niger
Las Vegas, Nevada_ Parigi, Francia_ In aereo, Niger

Harry Gruyaert. Retrospettiva rende ben conto della varietà dell’opera di un artista oggi ritenuto a buon diritto tra i maestri della fotografia contemporanea: un tuffo nel colore irrinunciabile per tutti gli amanti delle arti visive, da vedere e rivedere fino al 4 ottobre.

Harry Gruyaert. Retrospettiva