Vi raccontiamo uno dei progetti italiani underground più interessanti in circolazione: nel loro ultimo disco intitolato “Veleno”, gli Amore Audio mescolano UK bass, fast house, future garage e pop. Approfondiamo la loro idea di elettronica libera e catartica a partire dal concerto di apertura per I Cani al Flowers Festival.
Nell’ultimo anno avrò ascoltato live gli Amore audio, formalmente, quattro volte in tutto. Se dobbiamo pensare a quante volte ho ascoltato il loro album, le tracce, le session in studio, i loro pensieri, le jam musicali, alcuni estratti di sperimentazioni, mandate giusto per chiedere “secondo te, come è?” sarebbero un’infinità di volte.
Non per qualche ragione particolare ma quando si crea un rapporto di amicizia con una persona a cui piace la musica e la realizza, con la mera coincidenza che sia anche del tuo genere preferito, si instaura un rapporto dove il valore più prezioso è la reciprocità.
Lo so, forse in tutte le amicizie l’essere reciproci è abbastanza alla base di un rapporto fra due esseri viventi, ma state a pensarci, alla fine non è il gesto in sè ma il Cosa è reciproco: il rispetto? Forse non è così scontato. Come non è scontato avere amici sinceri nell’industria musicale. So che come termine “industria” si pensa a qualcosa si secco, duro, di un piccolo buco nero che non ti permette di avere molte strade. Ma fortunatamente esistono piccolissime realtà underground che decidono, with purpose, di essere indipendenti proprio per non essere soffocati dal buco nero.
Il veleno nel buco nero
In maniera molto simpatica, usare la metafora del “buco nero” ci riporta a Nicolò Contessa, in arte I Cani, che si è esibito al Flower Festival lo scorso 14 luglio, proprio in apertura c’erano i nostri amici Amore Audio a presentare il loro album di debutto “Veleno”.
Forse non è un caso, forse si, ma pensiamoci insieme. In veleno, il concetto dell’album si può sradicare in tanti modi ma quello per me più forte è che per scacciare la nostalgia, la rabbia, l’overthinking di una relazione sentimentale andata un po’ in merda, non bisogna pensarci troppo su e non agire, bisogna ballarci, non come gesto superficiale, non quello di divertirsi all’idea di aver fatto una serie illimitata di cazzate ma di prendere consapevolezza che “Es muss sein!” Deve essere.
Forse leggere L’insostenibile leggerezza dell’essere non può fare tanto bene alla causa ma seguitemi nel ragionamento: deve essere così, non si può sfuggire all’amore, anche quello sbagliato, perchè fa parte della nostra esistenza. Ci si rende conto di essersi sacrificati forse un po’ troppo per l’altra metà e molte volte questa necessità di Salvarsi reciprocamente è indispensabile affinchè la nostra vita sia sensata.
Eppure Kundera non risolve mai questa domanda, se sia più insostenibile la leggerezza o la pesantezza, e forse è proprio qui che gli Amore Audio trovano il loro spazio. Loro stessi, parlando di “Veleno”, lo definiscono un progetto che fonde UK bass, fast house, future garage e pop per creare un suono insieme liberatorio e claustrofobico: due aggettivi che sono la traduzione sonora esatta dell’ambivalenza di cui parlavamo. Liberatorio come la leggerezza di Sabina, claustrofobico come il peso che Tereza porta addosso.
E dal vivo, questa ambivalenza smette di essere solo un concetto e diventa qualcosa che si percepisce fisicamente: il corpo balla, la musica elettronica ti tira dentro con la sua leggerezza ritmica, mentre il contenuto, l’intenzione dietro ogni traccia, resta ancorato a qualcosa di molto più pesante. Ci si ritrova a ballare un dolore, senza contraddizione.
Amore Audio dal vivo al Flowers Festival
Sotto quel palco, straordinariamente affollato per essere le 20:30, c’erano diverse personalità, tra chi conosceva già il gruppo – altri og fans con la quale ci scambiamo uno sguardo d’intesa – e altri curiosi del duo. Fortunatamente Torino è una città semplice, le occasioni d’incontro sono tante, ma è frequentata sempre dalla stessa gente, quasi come se fossimo al liceo, so chi sei ma non ti parlo, forse non ti parlerò mai. Però ti riconosco, in quell’insieme di persone con degli interessi in comune.
Chi aveva la macchina fotografica in mano, per fotografare gli amici (citando i RIP) e chi per catturare del concerto dei Cani che aspettava da tutta la vita. Mi trovo da sola, abbandonata da un’amica, a sperimentare cosa significa osservare chiunque tu abbia intorno.
Davanti a me un padre anziano col figlioletto, il figlio n’attimo annoiato e il padre molto contento, chissà che concerti ha visto in vita sua prima di anche solo pensare ad avere un figlio. Affianco a me c’erano dei ragazzi, un po’ fuori contesto, sembrava fossero pronti per il pogo della band più hardcore di sempre, ho provato mentalmente a renderli maxi fan dei Cani, un po’ di sfuggita, un po’ forzatamente.
Inizia Nino, lo scalda palco, cita una pratica di Max Pezzali e ci anticipa il concerto facendo varie riflessioni sulla vita, su come una statistica dica che la gente non balli più è che questo sia inaccettabile, come è possibile non ballare? noi dobbiamo contrastare questo fenomeno? vero fan? vero per i non fan? Dimostriamo che le statistiche, nonostante ci crediamo assiduamente, possano sbagliarsi o fornire valori sbagliati.
Così iniziano gli Amore Audio a suonare il loro album “Veleno” con la traccia “Un modo”, il tavolo è diviso in due. C’è sempre questa costruzione quasi geometrica su di loro, lo ying e lo yang, il rosso e il blu che creano una luce viola direttamente sul pubblico, improvvisamente noto che i ragazzi iniziano a suonare, sempre di più e a cantare sempre meno, un po’ per cambiare le modalità, un po’ per riprendersi in mano un aspetto che era stato lasciato da parte.
I visual sono chiari, un modo lo troviamo, per vivere, per far ballare tutti anche chi è più freddo al genere elettronico o chi si aspetta velocemente di urlare “I pariolini di 18 anni”.
“Ci siamo fatti molto male, molto male, molto male…” qui il pubblico inizia a scaldarsi, fortunatamente gli Amore Audio sono molto bravi in due cose: nelle ripetizioni e nel beat ripetuto e coinvolgente. L’energia del duo è caotica ma positiva, si percepisce l’amore che provano nel suonare live, nonostante tutto: il caldo, le zanzare e un pubblico un po’ infreddolito. Riescono a scaldarlo, poco alla volta.
“Ho solo te…” ripetuto, in loop, ci trascina in quel mood nostalgico che ci porterà successivamente Contessa, qui in vesti diverse. Sembra un rito di passaggio, la ripetizione delle parole come una preghiera per sfuggire a un malanno. I sound elettronici entrano nelle ossa, costringono a saltellare, a ballare. Inizio a vedere tutti saltellare, perché è inevitabile, incomprensibile razionalmente l’effetto che provocano al corpo.
Sarà il cappellino che ricorda Lucio Dalla, sarà il movimento sciolto nel ballo, ma ormai si sono coinvolti tutti. Il padre prende il figlio in un ballo caotico, il gruppo di bro accanto a me muove la testa a ritmo, sempre più gente arriva e si aggancia ai pezzi più esplosivi. Per noi fan della prima ora suonano un po’ modificati, remixati dal vivo; per chi li ascolta per la prima volta, restano comunque intensi.
Poi finiscono ringraziandoci, augurandoci un buon concerto, di fare un bel applauso per Nicolò Contessa, per il Flowers Festival. Con i muscoli scaldati, il veleno calato e con il cuore un po’ più pieno.
