Tra città e frequenze: il ritorno a casa dei Subsonica al Flowers Festival

Ci sono concerti che appartengono semplicemente al calendario di un tour e altri che, per una serie di coincidenze, incontri e sensazioni, finiscono per raccontare qualcosa che va oltre la musica. Il ritorno dei Subsonica al Flowers Festival, il 15 luglio, appartiene sicuramente alla seconda categoria, non soltanto perché arriva pochi mesi dopo le celebrazioni dei trent’anni della band alle OGR, ma perché riporta al centro un legame particolare e sempre più raro, quello tra un gruppo e la propria città, tra una storia musicale e le persone che negli anni hanno scelto di accompagnarla. Report di Fabio Taravella. Foto credits: phzero.

Fino a poche ore dall’inizio della serata, però, quell’incontro non era completamente garantito. Le previsioni annunciavano pioggia e il timore che il concerto potesse essere compromesso accompagnava chi raggiungeva il Parco della Certosa con lo sguardo rivolto verso il cielo. Poi Torino ha concesso una tregua, le nuvole sono rimaste sospese sopra la città e il Flowers ha iniziato lentamente a riempirsi, trasformando quella preoccupazione iniziale in una particolare forma di attesa, quella che nasce quando un evento sembra ancora possibile ma non completamente certo, quando ogni minuto guadagnato aumenta il desiderio di esserci.

C’erano persone che seguono i Subsonica dagli anni Novanta, ragazze e ragazzi che li hanno scoperti in tempi più recenti, genitori con figlie e figli, insieme, per condividere un repertorio capace di attraversare più generazioni, amiche e amici provenienti da Torino e da fuori città, unite e uniti non tanto dall’appartenenza a una singola scena, quanto dal riconoscersi dentro un immaginario comune. I Subsonica hanno sempre avuto un rapporto particolare con il cambiamento, raccontando di una città in trasformazione, tecnologia, fragilità, desideri e contraddizioni del presente senza mai limitarsi alla cronaca del proprio tempo, ma trasformando questi elementi in un immaginario capace di rimanere riconoscibile. Torino è sempre stata una presenza costante nel loro percorso, non soltanto come luogo di nascita della band, ma come sensibilità, atmosfera e modo di guardare il mondo, una città industriale e creativa allo stesso tempo, concreta ma attraversata continuamente dalla necessità di reinventarsi.

Il tour Terre Rare ’96-’26 sembra partire proprio da questa consapevolezza, dalla volontà di mettere in dialogo ciò che è stato con quello che continua a essere, senza trasformare trent’anni di carriera in un museo della memoria.

Molte band, arrivando a questo punto del proprio percorso, costruiscono concerti che assomigliano ad album fotografici, una successione di immagini del passato da mostrare al pubblico; i Subsonica scelgono invece una strada diversa, quella di una narrazione ancora aperta, dove i brani più recenti convivono con quelli storici senza creare fratture.

La scaletta attraversa gli anni mantenendo una sorprendente continuità, con i pezzi tratti da Terre Rare che trovano spazio accanto a brani diventati parte della memoria collettiva come Discolabirinto, Nuvole rapide, Preso blu, Strade e Tutti i miei sbagli, dimostrando come la ricerca sonora della band non si sia mai realmente fermata. Dal vivo questa sensazione emerge ancora più chiaramente, perché gli arrangiamenti accentuano la componente elettronica e spingono molte canzoni verso una dimensione più fisica, quasi da club, senza però perdere quella valenza emotiva che ha sempre caratterizzato il loro modo di scrivere.

È proprio questa capacità di muoversi tra linguaggi diversi ad aver definito il percorso dei Subsonica fin dagli esordi, il rifiuto di considerare il rock e la musica elettronica come mondi separati, la possibilità di far convivere il palco di un concerto e l’energia di una pista da ballo, due dimensioni che nella loro musica non sono mai entrate davvero in conflitto ma hanno sempre trovato un equilibrio naturale.

Dopo pochi brani diventa evidente anche la tenuta della performance, con due ore e mezza praticamente senza pause che raccontano una band ancora profondamente legata alla dimensione live. Samuel attraversa ogni angolo del palco con un’energia che sembra non conoscere il passare degli anni, corre, salta, balla, dialoga continuamente con chi è davanti a lui, ma senza mai dare l’impressione di voler ricostruire artificialmente il ragazzo degli anni Novanta, perché quello che emerge è qualcosa di più interessante: la naturalezza di una persona che non ha mai smesso di vivere il concerto come un luogo di libertà.

Accanto a lui, Boosta continua a essere uno dei simboli più riconoscibili dell’identità sonora del gruppo. Il suo rack di tastiere, cresciuto negli anni fino a diventare quasi una piccola architettura verticale, racconta visivamente una ricerca che non si è mai interrotta, una curiosità che porta a cercare nuove soluzioni senza abbandonare gli strumenti e le sonorità che hanno costruito il linguaggio della band. Dietro quella struttura imponente non c’è soltanto una scelta scenografica, ma il racconto di un rapporto continuo con la tecnologia e con la possibilità di trasformare il suono.

Tra Samuel e Boosta si percepisce una complicità difficile da spiegare soltanto attraverso la parola esperienza, perché appartiene a qualcosa di più immediato, fatto di sguardi, piccoli gesti, cambi di dinamica e intuizioni che arrivano quasi senza bisogno di comunicare.

Dopo trent’anni di palco insieme, quella relazione conserva ancora una componente spontanea, quasi istintiva, come se dentro la macchina ormai perfettamente rodata dei Subsonica fosse rimasto uno spazio ancora dedicato al gioco e alla sorpresa.

Uno dei momenti più significativi arriva però quando Samuel racconta un episodio che appartiene alla storia privata della band, ricordando di aver portato, durante i primi anni della formazione, gli altri componenti dei Subsonica ad ascoltare i Casino Royale. Un dettaglio apparentemente semplice, ma capace di restituire il senso di una scena musicale che non nasce da compartimenti separati, ma da incontri, influenze e passioni condivise. Quando le due realtà si ritrovano insieme sul palco, il tempo sembra accorciarsi e Torino appare improvvisamente come una mappa fatta di connessioni invisibili, di persone che negli anni hanno seguito percorsi diversi ma sono cresciute dentro lo stesso ambiente creativo.

Max Casacci prende la parola e interrompe per qualche istante il flusso musicale, riportando l’attenzione sul presente. È un gesto coerente con la storia dei Subsonica, una band che non ha mai considerato il palco soltanto come un luogo di intrattenimento, ma come uno spazio in cui osservare ciò che accade intorno. Le sue parole mantengono quella lucidità che ha accompagnato il gruppo nel corso degli anni, senza cercare formule semplici o facili conclusioni, ma provando a raccontare un tempo complesso, la necessità di restare vigili e la responsabilità di continuare a interrogarsi sul mondo.

Fuori dal palco, intanto, continua a svilupparsi un’altra parte del concerto, forse meno visibile ma altrettanto importante. Con il caldo intenso di luglio, le ore passate in piedi e la fatica che inevitabilmente arriva, il pubblico costruisce una piccola comunità temporanea fatta di gesti semplici, una bottiglia d’acqua offerta a chi è vicino, uno spazio lasciato libero, una mano tesa quando serve. Sono dettagli che spesso non entrano nei racconti dei grandi eventi, ma che restituiscono una parte fondamentale della cultura del live, quella dimensione di collaborazione spontanea che nasce quando persone diverse si trovano a condividere lo stesso luogo e lo stesso momento.

Per qualche ora il Flowers diventa quindi qualcosa di più di un semplice spazio per un concerto. Diventa un luogo in cui generazioni diverse possono convivere senza bisogno di annullare le proprie differenze, dove chi ha seguito i Subsonica fin dall’inizio e chi li incontra per la prima volta può trovare un punto comune dentro la stessa musica. Ed è forse proprio questa la dimensione più torinese della serata, quella capacità di mescolare ironia, resistenza, appartenenza e curiosità, senza bisogno di trasformare tutto in una dichiarazione di identità.

Anche la qualità sonora contribuisce alla riuscita dell’esperienza, con un impianto capace di restituire la complessità degli arrangiamenti senza sacrificare la componente più fisica della musica. Le frequenze basse attraversano il prato, i sintetizzatori costruiscono ambienti, le ritmiche mantengono quella tensione che rende evidente quanto il confine tra concerto rock e cultura del club sia sempre stato sottile nel percorso dei Subsonica.

Quando arriva il momento dei saluti, la sensazione è quella di assistere non soltanto alla conclusione di una serata riuscita, ma alla chiusura temporanea di un cerchio iniziato molti anni prima. La commozione di Samuel, Boosta, Max, Ninja e Vicio è evidente, così come la consapevolezza di avere attraversato un percorso lungo senza perdere la capacità di creare ancora un contatto reale con chi si trova dall’altra parte del palco.

Negli abbracci finali della band c’è qualcosa che va oltre la soddisfazione per un grande concerto, c’è il riconoscimento di una storia fatta di cambiamenti, intuizioni, difficoltà e ripartenze, ma soprattutto la conferma che alcune relazioni riescono a trasformarsi senza perdere la propria autenticità.

Torino cambia, cambiano le persone, cambiano i modi di ascoltare la musica, ma alcune frequenze continuano a trovare il modo di arrivare, forse perché non appartengono soltanto a un’epoca o a una generazione, ma a quel bisogno ancora attuale di incontrarsi, muoversi insieme e riconoscersi dentro un suono condiviso.