Marc Ribot, una chiamata urgente dal cuore del Torino Jazz Festival

Concerti a Torino: il report del live di Marc Ribot all’Hiroshima Mon Amour per il Torino Jazz Festival in collaborazione con Jazz is Dead. A cura di Oliver Crini. 

Disclaimer: quella che segue non è tanto la recensione di un live, bensì il racconto sincero e accorato di un fan. Ho visto Marc Ribot molte altre volte in passato, dalle escursioni rock e punk-jazz dei Ceramic Dog, alle numerose sortite in chitarra solo, dove assembla i repertori più disparati e riesce a passare dal delta blues di Blind Willie Johnson, alla “musica per film muto”, fino alle canzoni di protesta – memorabile la sua versione di Bella Ciao sussurrata da Tom Waits in “Songs Of Resistance 1942-2018” (ANTI-Records) e riproposta lo scorso ottobre a Torino, sul palco del Folk Club, con un Ribot insolitamente loquace, che raccontava tutto il suo amore per la lotta partigiana e i canti che l’hanno resa celebre nel mondo.

Questa volta però, i circa 350 fortunati che hanno preso per tempo i biglietti, sold out in una manciata di giorni, hanno il privilegio di sentire un angolo meno conosciuto della musica di Ribot, almeno qui in Europa: quel grumo sonoro che parte dagli anni ’60 con il free-jazz di Albert Ayler e finisce per infettare la scena loft jazz e no-wave newyorchese degli anni ’70 e ’80, di cui il nostro è stato il principale “guitar hero”, a fianco di mostri sacri quali Lounge Lizards, John Zorn, Fred Frith e Laurie Anderson e uno stuolo di musicisti aperti al punk, al noise e all’improvvisazione più radicale, che oggi è confluito nella scena downtown di Manhattan, viva più che mai (PS: se siete fan del genere, non perdetevi gli Irreversible Entanglement, il 1° maggio, sempre all’Hiroshima!).

Avanti veloce al 2005, quando Marc Ribot ripesca dai bassifondi di Los Angeles Henry Grimes, nientemeno che lo storico bassista di Albert Ayler, ormai ridotto a squattrinato poeta, gli restituisce un basso e un palco dopo 40 anni di assenza dalle scene, e assieme a Chad Taylor e a Roy Campbell fondano gli Spiritual Unity: un tributo tanto ruvido quanto sincero a un eroe dimenticato del Free Jazz.

Un quartetto di fuoriclasse guidato da un vero “guitar hero” del jazz

Hurry Red Telephone è l’ultima incarnazione dello “spettro” di Spiritual Unity, dopo la morte di Grimes e Campbell. Ribot e il batterista Chad Taylor hanno chiamato Sebastian Steinberg, storico sideman di Ribot fin dagli anni Ottanta, e bassista del disco culto Shrek (Avant, 1992), dove Ribot incideva per la prima volta un suono lacerante, di matrice Ayleriana. Al sax alto c’è Briggan Krauss, un altro asso della scena downtown e membro dei Sex Mob.

Il quartetto si getta in un’ora e tre quarti di pura energia viscerale, con momenti molto espansivi, dove prendono il sopravvento l’interplay e l’approccio più corale all’improvvisazione. Ribot, senza mai posare la sua Gibson, passa da un suono più acustico, metallico e grezzo a laceranti incursioni jazz-blues, che solo per poche battute si attengono alla tonalità del brano, e sfociano rapidamente in quel suo modo così personale ed efficace di suonare nel modo più giusto le note più sbagliate o improbabili, che si può dire sia la sua cifra stilistica. Col passare dei brani (tra i quali spicca “Bells”, una cover di Ayler) qualche spettatore meno avvezzo al caos rumoristico abbandona i ranghi, esprimendo un cipiglio tra il confuso e il seccato. Meglio per noi, che riusciamo ad avvicinarci al palco per essere invasi dal suono massiccio di basso e batteria, che sostengono magistralmente i due solisti e permettono loro di esprimersi al meglio.

Non manca il coté più politico del chitarrista, che dal palco celebra la resistenza partigiana al nazifascismo e condanna la scelta di Trump, che ha dichiarato fuorilegge l’Azione Antifascista . Nel bis, il nostro esorta il pubblico a “fare il culo” a Trump («We’re gonna kick his ass!») e poi attacca “Aliens in the White House”, lisergico e ispirato adattamento in musica dell’omonimo componimento del poeta beat Bob Holman: una dozzina di minuti di puro funk-blues storto, con Ribot che canta e la band che risponde, fino a una potentissima deflagrazione noise.

Chi è rimasto fino alla fine ha applaudito un quartetto di fuoriclasse, accettando di farsi investire da una musica che non chiede di essere capita subito, ma pretende di essere attraversata.

E forse è proprio questo il regalo più prezioso di questa seconda serata del Torino Jazz Festival: ricordarci che questa musica, quando smette di essere rassicurante, decorativa o peggio museale, può ancora diventare una forma di resistenza. Un rumore necessario. Una telefonata rossa, urgente, a cui conviene rispondere.