Un guanto borchiato: l’estasi violenta dei Chalk in concerto a Milano

La band irlandese torna a Milano dopo il sold out di un paio di anni fa all’Arci Bellezza, per un’unica data italiana organizzata da All Things Live, stavolta alla Santeria. Dopo una trilogia di intriganti EP, è arrivato finalmente un disco vero e proprio, solido quanto sfaccettato, costellato di canzoni dal fascino conturbante. La performance non è da meno: i Chalk sembrano in grado di mescolare in maniera personale post-punk e clubbing, dark e pop, la violenza delle chitarre e l’estasi del dancefloor. Report di Lorenzo Giannetti, foto di Ettore Castellani. 

Lo chiamavano Berghain Rock: la definizione affibbiata nel corso di questi anni ai Chalk era più un divertissement colto della critica specializzata che una etichetta da catalogo discografico, eppure – va detto – rendeva bene l’idea del loro approccio musicale. E pare che anche alla band non dispiacesse affatto, stando a quanto dichiarato in diverse interviste. Un mix di post-punk sulla scia della Irish Wave dei conterranei Fontaines DC e di certo dark clubbing Made in UK altezza Orbital, in perfetta assonanza con lo spettro sonoro del celebre club berlinese.

Adesso sono gli stessi Chalk a suggerire una definizione per questo mix: “Crystalpunk“, il titolo del loro primo disco, suona un po’ come un concept e un manifesto. In effetti il concerto della band di Belfast ci trascina in una terra di contrasti: crystalpunk, qualcosa di luminoso e al contempo oscuro, abrasivo ma anche introspettivo, sensuale quanto catartico. Un neon che squarcia il buio. Un guanto di lattice con le borchie, come quello raffigurato sulla copertina del disco nonché quello indossato indossato dal frontman Ross Cullen (cognome dall’eco vampiresca per noi millennials). Un leader silenzioso ma tarantolato, shirtless e molto esplicito, alienato nelle sue movenze quasi da coreografia ballroom, con tuta nera tre-strisce-Adidas e anfibi-panzer a completare un look industrial/nu metal con una più o meno voluta vibe queer. Accanto a lui Benedict Goddard tra chitarra e synth mi ricorda il bassista spilungone dei Placebo, mentre Fiontan McAleavy è batterista aggiunto, metronomo perfettamente integrato nel sound chirurgico ma mai troppo asettico della band. Pezzi come Pain, Clawn e Bliss scatenano il panico sotto palco con le loro pulsioni meccaniche in stile Nine Inch Nails, mentre le danse macabre di Béal feirste o Afraid richiamano le sinfonie elettroniche degli Underworld.

Emerge una forte quanto trascurata carica erotica nel sound e nell’immaginario dei Chalk, quella incontenibile pulsione dionisiaca provata di fronte a band amiche quali DITZ e Mandy, Indiana. Nel caso dei Chalk con una sfumatura bondage-chic che dona quel non-so-che in più ad una proposta che rischierebbe di perdersi in un filotto infinito di band-fotocopia… Sensazione vagamente registrata durante l’apertura affidata ai concittadini Makeshift Art Bar, deliziosamente sfrontati ma ancora acerbi, del resto talmente giovani che sembrano usciti dalla prima stagione di Stranger Things. Il crystalpunk dei Chalk invece appare come un organismo in evoluzione ma tutt’altro che in crisi di identità. Un piccolo manuale di crossover in grado di mettere d’accordo darkettoni nostalgici e clubber colti, raver e punx, forse addirittura con possibili risvolti dall’appeal pop in direzione Editors? Stasera avrebbero meritato qualche presenza in più nella bolgia di Santeria ma per un mercoledì sera in cui c’era anche fare i conti con la “concorrenza” di Apparat in città si gode lo stesso. Il physique du rôle per crescere bene c’è.

Scopri tutti i prossimi eventi targati ALL THINGS LIVE e SANTERIA

Foto scaletta di Federico Nique Nicoli