Il 9 marzo, al Fabrique Milano, a dodici anni dall’ultima volta in città, Morrissey costruisce un live che è insieme performance, immaginario e dialogo continuo con il pubblico. Raccontarlo in modo lineare è impossibile. Report a cura di Federico Nique Nicoli.
Ci sono concerti che si lasciano raccontare facilmente: una scaletta, qualche momento chiave, una sensazione finale. E poi ci sono serate come questa, che sfuggono a qualsiasi tentativo di sintesi. Perché nello stesso spazio, nell’arco di poco più di due ore, succedono troppe cose diverse.
Un concerto. Uno spettacolo teatrale. Un dialogo continuo. E soprattutto, qualcosa che va oltre la musica.
In un’epoca in cui i live tendono a essere sempre più prevedibili, costruiti per essere consumati e condivisi, Morrissey continua a muoversi nella direzione opposta: controverso, imprevedibile, totalmente sé stesso.
L’unico modo per raccontarlo è accettare che siano, contemporaneamente, tre concerti diversi.

Il primo concerto: l’ingresso nel suo mondo
La serata non inizia con la band. Prima ancora che le luci si abbassino, Morrissey impone il suo ritmo. Per quaranta minuti il Fabrique si trasforma in una sala cinematografica improvvisata. Sullo schermo scorrono videoclip musicali anni ’70: una sequenza volutamente fuori tempo massimo, lontana da qualsiasi logica di intrattenimento contemporaneo. Si passa dai Ramones agli Sham 69, dalle The Runaways fino a Little Tony con Cuore Matto. È un filtro d’ingresso: o entri in questo mondo, o resti fuori. Quando finalmente le luci si abbassano, la sensazione è chiara: il concerto è iniziato da un pezzo.
Il secondo concerto: il performer
L’ingresso in scena è immediatamente spiazzante. Morrissey appare con un mazzo di fiori infilato nei pantaloni e delle maracas in mano. Le agita in modo goffo, accennando un motivo leggero, quasi fuori contesto. È un gesto che disinnesca qualsiasi idea di solennità e, allo stesso tempo, riafferma il controllo totale della scena. Da lì in poi, tutto è calibrato.
I tre cambi di camicia scandiscono il set come atti distinti, più teatrali che estetici, segnando passaggi di tono più che di immagine. La band è solida, essenziale, variegata, sempre al servizio del centro del palco.
La voce di Morrissey non è più quella di un tempo, ma non prova nemmeno a esserlo: è più scarna, più diretta, e proprio per questo più credibile. La scaletta si muove tra repertorio solista e incursioni mirate nei The Smiths: poche, ma decisive.
C’è spazio anche per alcuni brani dell’ultimo lavoro, Make-Up Is A Lie, che Morrissey rivendica dal palco ricordando come abbia raggiunto il secondo posto in classifica nel Regno Unito “senza alcuna attenzione da parte dei media”. Non tutto regge allo stesso livello: alcuni passaggi del materiale più recente faticano a sostenere il confronto con i classici, ma è una frizione che non rompe l’equilibrio del concerto.
Una versione dilatata di How Soon Is Now? si espande oltre la sua forma originale, diventando ipnotica, quasi sospesa, mentre sullo sfondo scorrono immagini di Bruce Lee, icona ricorrente del suo immaginario. È uno di quei momenti che da soli valgono la serata.

Il terzo concerto: l’uomo
Tra un brano e l’altro, Morrissey parla. E in quei frangenti il concerto cambia ancora forma. Diventa monologo, dialogo, provocazione. A un certo punto guarda il pubblico e dice:
“Sono felice di essere qui, sono felice di essere vivo. Ma sappiate una cosa: non durerà.”
Una frase semplice, quasi brutale. Ma detta con quella leggerezza che solo lui riesce a darle. Poco dopo, rivolgendosi a un fan: “I’ll correct if you are right.” Non è solo una battuta: è il suo modo di stare al mondo, sempre in bilico tra sarcasmo e lucidità.
Morrissey parla della grandezza dell’universo, di quanto siamo piccoli in confronto, e invita tutti a fare quella cosa, qualunque essa sia, senza paura. Subito dopo torna a scherzare sull’etichetta “indie”: dice che molti lo definiscono così, ma lui non è mai stato sotto un’etichetta indipendente. Sorriso. Pausa. E il concerto riparte.
Il pubblico
Anche il pubblico si muove dentro questa stessa dinamica. Non è un’audience da consumo rapido. È una comunità. Moltissimi sono con lui da decenni, legati a queste canzoni in modo personale, quasi biografico. Solo il giorno dopo scoprirò che c’era anche Rita Pavone, evocata negli anni come una sorta di musa personale.
Il mito
La chiusura della serata è affidata a There Is a Light That Never Goes Out. Non serve aggiungere altro. Il brano esplode e Morrissey, all’improvviso, si sfila la maglia e la consegna a qualche fortunato in transenna. Resta a petto nudo, sotto le luci. Un gesto semplice, perfettamente coerente con tutto ciò che è successo prima. Fine.
Alcuni artisti si possono descrivere. Altri si possono analizzare. Morrissey no. Morrissey è qualcosa che sfugge alle definizioni. Un mito vivente, che emoziona e perdona, capace di occupare uno spazio che appartiene solo a lui.

