Geese a Zurigo: la rock band del presente, oltre l’hype

A Zurigo, quarta tappa del tour invernale europeo che non prevede passaggi in Italia, i Geese portano sul palco Getting Killed per intero e dimostrano perché il loro momento non è solo narrativa. Report a cura di Federico Nique Nicoli.

Mercoledì 11 marzo. Parto in tarda mattinata con Getting Killed in loop e qualche ora di strada davanti a me. Destinazione Zurigo, città musicalmente molto rilevante nella scena europea. Attraversare la Svizzera regala sempre una certa emozione: le Alpi ancora innevate sullo sfondo, i laghi pittoreschi, il verde dei pascoli e i piccoli paesini sparsi. In uno di questi, Flüelen, mi fermo per un pranzo tipico in totale relax, con il disco che continua a girare sulle note di Islands of Men.

Quel “You can’t keep running away from what is real and what is fake” suona perfettamente riflessivo lungo il percorso.

Non è la prima volta che seguo una band all’estero. Negli anni mi è capitato frequentemente di attraversare una frontiera per un concerto. Ma stavolta la sensazione è diversa. Negli ultimi mesi il nome dei Geese è comparso ovunque: recensioni entusiaste, live sempre più chiacchierati, Saturday Night Live, un passaparola che cresce di settimana in settimana.

Se i primi passi della band newyorkese avevano già attirato l’attenzione degli addetti ai lavori, è con Getting Killed che qualcosa è cambiato davvero. Il disco li ha catapultati in una dimensione più ambiziosa, più libera, meno incasellabile.

Ma la domanda resta sempre la stessa. Quanto di tutto questo hype regge davvero dal vivo?

 

 

Westside Cowboy

Il concerto si svolge all’X‑TRA, nel vivace quartiere intorno a Limmatplatz, crocevia urbano ricco di locali, spazi culturali e movimento notturno, perfetto per il tipo di energia che i Geese portano sul palco.

Ad aprire la serata ci sono i Westside Cowboy, giovane formazione emergente da Manchester.

Il loro suono ruota attorno a un’idea che definiscono Britainicana: un mix naturale di folk, country americano e urgenza punk. Il risultato è un set dinamico che alterna momenti acustici e armonizzati a esplosioni sonore. L’intreccio delle tre voci aggiunge un tocco melodico quasi pop sulle fondamenta indie-rock più dure.

Li avevo già incrociati lo scorso ottobre ai Magazzini Generali in apertura dei Black Country, New Road. Anche stavolta mi lasciano la stessa impressione: non una semplice band di apertura, ma qualcosa che sta chiaramente prendendo la sua forma distinta. Bravissimi.

Alle 21 in punto, I Geese attaccano con Husbands. Il brano cresce lentamente, quasi in modo ipnotico, fino al mantra finale ripetuto più volte: Will you know what I mean?

La frase ritorna ancora e ancora, trasformandosi in qualcosa vicino a un vero e proprio rituale sonoro. È un inizio sospeso, fragile, che prepara quasi spiritualmente all’impatto viscerale e caoticamente controllato del concerto.

Al centro di tutto c’è Cameron Winter, leader indiscusso della band e già qualcosa di molto vicino a un personaggio di culto. Sul palco si muove con un carisma difficile da definire. Un po’ Jim Morrison, per quella dimensione quasi rituale che riesce a dare ai momenti più dilatati dei brani. Un po’ Julian Casablancas, per l’attitudine disinvolta e l’istinto rock con cui attraversa le canzoni. E a tratti anche un po’ Thom Yorke, nella tensione più obliqua che emerge nei passaggi più imprevedibili. Ma soprattutto molto sé stesso.

Winter non domina il palco nel modo classico del frontman rock. Piuttosto sembra muoversi dentro il suono della band come un altro strumento. Ed è proprio questa presenza, imprevedibile e magnetica, ad elevare ulteriormente l’intero concerto.

Getting Killed dal vivo

Il cuore del live è essenziale: quattordici pezzi, con Getting Killed eseguito per intero. Dal vivo l’album cambia forma. Diventa più ruvido, più fisico, più imprevedibile. Le canzoni si allungano, si deformano, trovano nuove traiettorie mentre la band spinge ogni passaggio un passo oltre rispetto alla versione in studio.

Ogni componente della band esplora il proprio mondo sonoro, ma l’effetto d’insieme è potentissimo. I Geese si esprimono con la sicurezza di qualcuno che ha molti più anni di esperienza sulle spalle. A tratti il concerto percorre coordinate improbabili: penso alla furia istintiva dei Nirvana e alla dimensione ipnotica dei The Doors. Non come citazione. Più come esperienza.

Brani come Au Pays De Cocaine, Taxes e Cobra emergono come punti cardinali del set. Canzoni che, ascoltate così, hanno già la consistenza dei classici. Nell’encore finale arriva Trinidad. È il pezzo perfetto per chiudere un concerto del genere: largo, esplosivo, quasi catartico, con Cameron e il pubblico che urlano in coro “There’s a bomb in my car”, trasformando la ripetizione in un momento liberatorio e totale. Quando l’ultima nota si spegne, resta quella sensazione rara che solo certi live regalano: aver visto la band del momento esattamente nel momento giusto.

Oltre l’hype

Sulla strada del ritorno verso l’Italia, ripenso a una cosa semplice. Negli ultimi mesi i Geese sono stati raccontati tantissimo. Quando succede così il rischio è sempre lo stesso: che la narrativa superi la musica. Ma quando una band suona così dal vivo, con questa libertà e questa sicurezza, tutte le parole usate per descriverla diventano secondarie. E resta solo una certezza. Non c’è hype che tenga. I Geese sono il futuro del rock, che è già presente.