Il 10 marzo 2026 Giorgio Poi si è esibito al Milk di Torino, confermando una delle scritture più riconoscibili del nuovo cantautorato italiano. Reportage a cura di Anna Gallucci.
Dopo anni di carriera e di concerti sempre più partecipati, il tour di Schegge segna un momento di consolidamento per il cantautore novarese. Il pubblico è cresciuto, ma l’essenza della sua musica rimane la stessa: una dimensione intima, fatta di immagini sospese, melodie leggere e parole che sembrano frammenti di pensieri lasciati a metà.
Il Milk, a Torino, è uno di quei posti che esistono prima ancora di diventare un locale. Sta in quella zona di passaggio tra il centro e la Crocetta, quartiere ordinato e un po’ elegante, fatto di viali alberati, palazzi borghesi e studenti universitari che sembrano usciti da un catalogo: tote bag di tela, maglioni neutri, l’aria da “clean girl” metropolitana che popola le facoltà e i bar della zona.
Per molti torinesi, però, il Milk è stato soprattutto altro: una discoteca da primi sabati sera, da neomaggiorenni in piena fase adolescenziale. Il posto dove si cominciava a uscire davvero, con quella sensazione confusa di libertà e imbarazzo tipica delle prime notti fuori casa. Quelle in cui si finiva per ballare fino all’alba. Martedì 10 marzo quello stesso spazio cambia completamente pelle.
La pista si riempie lentamente, le luci sono più morbide e al posto del rumore da club c’è il brusio silenzioso di un concerto. Nel frattempo dalla cassa passa qualche traccia, noto in particolare “Here comes the Night Time” degli Arcade Fire.
Luci basse, sale Giorgio Poi, reduce dall’apertura del club tour l’8 marzo all’Alcatraz di Milano. Il concerto si apre ancora prima che la musica inizi davvero. Alle spalle della band compare il fondale decorato con lo stesso disegno dell’album Schegge: una superficie frammentata, irregolare, che richiama visivamente l’idea del titolo. Davanti, una sequenza di tubulari luminosi costruisce una griglia sospesa che diventa parte integrante del palco.
Quando parte la musica si capisce subito che non si tratta soltanto di scenografia. Le luci reagiscono al suono, si muovono a tempo, cambiano intensità seguendo l’andamento dei brani. Non sono semplicemente un accompagnamento visivo ma una specie di grammatica parallela alla musica: ogni variazione di ritmo, ogni pausa, ogni apertura strumentale trova una risposta luminosa. È uno di quei dettagli che raccontano quanto il lavoro tra artista e tecnici sia stato pensato per costruire un’esperienza che non passa solo dalle canzoni, ma anche dal modo in cui queste vengono abitate visivamente.
Sul palco con Giorgio Poi ci sono Matteo Domenichelli al basso, Benjamin Ventura alle tastiere e Francesco Aprili alla batteria, musicisti con cui il cantautore condivide ormai da tempo la dimensione live. Dai laterali della sala – la prospettiva da cui osserviamo il concerto – si percepisce chiaramente l’intesa tra loro: basta uno sguardo per capire dove andrà a finire il brano successivo. Le parti strumentali si intrecciano con naturalezza, sempre in equilibrio, lasciando alla voce lo spazio centrale ma trovando anche momenti per espandersi e respirare.

La scaletta non è costruita come una semplice successione di brani, ma come un attraversamento della sua discografia. Le canzoni arrivano da tutti e quattro gli album e si incastrano tra loro quasi senza interruzioni, come se facessero parte di un unico racconto iniziato anni fa e mai davvero chiuso.
I primi lavori riaffiorano con naturalezza. Gli album Fa niente e Smog portano con sé quella scrittura fragile e visiva che aveva reso Giorgio Poi uno dei nomi più riconoscibili della stagione indie italiana degli anni Dieci. Sono canzoni che molti presenti sembrano conoscere da sempre. Non serve nemmeno che lui lo chieda: il pubblico le canta comunque.
Il momento più evidente arriva quando partono brani come “Erica cuore ad elica”, “Vinavil” o “Giorni felici”, pezzi che negli anni sono diventati piccoli punti fermi per chi lo segue da tempo. La reazione è immediata: c’è chi li canta sottovoce, quasi parlando con sé stesso, e chi invece li urla con gli occhi lucidi, come se quelle parole fossero rimaste lì ad aspettare proprio questo momento per tornare fuori.
È in quei momenti che si capisce quanto la sua musica abbia costruito nel tempo una comunità silenziosa ma molto fedele.
Poi naturalmente arriva Schegge, il disco pubblicato nel 2025 e nato in un periodo personale complesso per l’artista. Le nuove canzoni mantengono quella leggerezza apparente che ha sempre caratterizzato la sua scrittura, ma dentro si sente qualcosa di più stratificato. Il dolore non viene romanticizzato né aggirato: viene piuttosto osservato, addomesticato, trasformato in immagini. Dal vivo questo passaggio emerge con ancora più chiarezza. Le nuove composizioni scorrono dentro arrangiamenti morbidi, quasi ovattati, dove la voce resta sempre al centro mentre la band costruisce attorno un paesaggio sonoro che si muove con naturalezza.
Nel frattempo, sulla pista del Milk succede qualcosa di curioso. Le persone non stanno semplicemente ascoltando un concerto: stanno riconoscendo pezzi della propria storia dentro queste canzoni. C’è chi canta piano, chi si appoggia alla spalla di qualcuno, chi prova a tenere la voce ferma ma finisce comunque per urlare il ritornello insieme agli altri.
Nonostante l’età adulta del pubblico, era come se la vecchia discoteca stesse di nuovo accogliendo un gruppo di adolescenti, un coro disordinato ma sincerissimo.
E forse è proprio questo il punto: le canzoni di Giorgio Poi riescono a stare vicino alle persone senza sovrapporsi a loro. Parlano di turbamenti interiori, di amore, di appartenenza, di quelle piccole cose quotidiane che, sommate, attraversano e costruiscono diverse fasi della vita.
Quando le luci si riaccendono e il concerto finisce, il Milk torna lentamente a essere quello che è sempre stato. Dalle casse parte “Volare” di Domenico Modugno e il pubblico defluisce piano verso l’uscita. Ma per qualche ora, dentro quella pista dove anni prima si imparava a stare al mondo tra baci rubati e serate troppo lunghe, qualcuno ha trovato un modo più gentile per dire cose che spesso non riusciamo a dire né a noi stessi né agli altri.
Per fortuna che esistono le canzoni.
E per fortuna che qualcuno continua a scriverle così.
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Grazie a GDG Press
