Milano anni ’80, corpi senza filtri e un finale che ribalta ogni certezza. Il cult di Vanzina torna a scuotere le sale. A quarant’anni dall’uscita, la giovane e promettente società di distribuzione Cat People riporta in sala per la gioia dei nostalgici il cult di Carlo Vanzina Sotto il Vestito Niente. Articolo a cura di Fabio Taravella.
Vedere sul grande schermo la sequenza iniziale, nella sua ingenua e scadente bellezza, accompagnata dal tema di Pino Donaggio – che compone la rielaborazione di un suo brano utilizzato per “Omicidio a Luci Rosse” di Brian De Palma – provoca un leggero sussulto emotivo.
Fa sorridere, bonariamente, il modo in cui viene rappresentato il legame telepatico tra i due gemelli protagonisti (Bob e Jessica Crane), l’uno nel parco di Yellowstone nel Wyoming e l’altra in una camera del fittizio Hotel Scala del capoluogo lombardo: visioni e tremori prendono il sopravvento, con esiti involontariamente comici, ma che risentono del peso degli anni passati.

È una pellicola che “fotografa” al meglio la “Milano da bere” degli anni ’80, non si capisce mai se volutamente o per puro caso. Il risultato è però eccellente, l’immagine nitida di quel periodo così patinato e plasticoso viene resa con grande efficacia.
Il vuoto degli sguardi delle modelle, perfetto nella loro etereità, coglie appieno il sottotesto del titolo, ritratto della donna apparentemente perfetta ma priva di anima, come nell’illustrazione di Patrick Nagel appesa nella camera della “vittima”. Da qui nasce uno spunto interessante che scardina la superficiale interpretazione dell’opera. Il bombardamento dei corpi nudi e il focus sulla loro forma carnale risultano scorretti nonché fuori luogo, ma attraverso un’analisi più approfondita, e tenendo in considerazione il finale narrato, è possibile giungere alla conclusione che l’apparente costruzione visiva è finalizzata a potenziare l’effetto sorprendente del plot twist nell’epilogo che mette tutto in discussione.
Considerando che si sta parlando di un prodotto per il grande pubblico del 1985, è ammirevole quanto il cinema italiano di quegli anni fosse molto più libero e coraggioso di quello attuale.
Una chiusura così oscenamente macabra, a tratti pesante, che voyeuristicamente indugia nel mostrare un corpo senza vita, ormai grigio perlaceo, e sottintende effluvi marcescenti, ribalta totalmente gli intenti del regista così come possono essere stati inizialmente percepiti e lascia spiazzati, anche i più avvezzi al cinema bis nostrano.

Nel panorama variegato e spesso sottovalutato della filmografia di Carlo Vanzina siamo qui di fronte a qualcosa che occupa un posto a sé stante, rappresentando il suo tentativo più riuscito di coniugare stile e suspense in un thriller che travalica la semplice commedia o il cinema leggero.
C’è un dialogo diretto con De Palma nel condividere la cura per la regia dello sguardo e il montaggio alternato che scandisce la progressiva immersione psicologica dei protagonisti, segnando un punto d’incontro tra la tradizione italiana e il thriller americano più sofisticato.
Una grande nota di merito va alla cura degli aspetti scenografici: le strade deserte di una Milano notturna – illuminate da un giallo innaturale e solcate dal suono quasi ossessivo del telefono della stazione dei taxi – creano un ambiente che ricorda la pittura metafisica, con i suoi silenzi densi e le prospettive vuote che evocano un senso di mistero e inquietudine.
Nonostante l’età, e tralasciando alcuni inevitabili limiti, Sotto il Vestito Niente rimane molto godibile, una festosa ma oscura celebrazione di quegli anni (con un pizzico di critica) che non ci leveremo mai di dosso, proprio come il ritornello, sfacciatamente pop, di “One Night in Bangkok”.

