I ribelli Surrealisti al MUDEC di Milano tra fantasia e sogno, punk e psicanalisi

Ultimo mese per visitare la mostra “Dalì, Magritte, Man Ray e il Surrealismo” (c’è tempo fino al 30 luglio) al Museo Delle Culture di via Tortona: quasi 200 opere provenienti dal Museo Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, per continuare a mettere a soqquadro la realtà. 

_di Gianluca Leo

Se ci dicessero che esiste un piccolo cuore punk dentro Milano, lo penseremmo negli antri pulsanti della vita underground, dei locali in cui si suona o nelle sale in cui si fanno le mostre indipendenti.
E ci sbaglieremmo, per lo meno in parte. Perché Milano, quel cuore punk e quell’anima di ribellione sociale la ospita anche dentro il Museo Delle Culture, il Mudec di via Tortona, sotto forma della mostra “Dalì, Magritte, Man Ray e il Surrealismo” dal 22 marzo al 30 luglio 2023. In una collezione di oltre 180 opere, il MUDEC prende in prestito alcuni dei lavori che il Museo Boijmans Van Beuningen raccoglie dagli anni Sessanta e, fra le mani sapienti della curatrice Els Hoek e del professor Alessandro Nigro, dà loro un senso che racconta di uno dei movimenti più controversi ma sicuramente interessanti dell’ultimo secolo in rapporto con le culture native.

Che cosa questo c’entri con il fervore ribelle di cui si parlava all’inizio lo si capisce fin dall’ingresso nella mostra. Nella prima delle svariate sezioni in cui l’esposizione è divisa, troviamo il manifesto surrealista di Andrè Breton in copia originale, accanto all’iconico divano labbra di Dalì.
È nel manifesto stesso, scritto a dicembre del 1924, che Breton inizia a parlare di mentalità surrealista come rivoluzione contro il pensiero razionale. Contestualizzarlo negli anni in cui viene scritto è facile: è il post guerra, preludio ad un enorme conflitto a venire, in cui l’uomo comune passa nella fase degli estremismi come risposta all’oppressione del conflitto mondiale. L’animo artistico subisce uno sconquasso ancora maggiore e la sensibilità trasborda nel desiderio di cambiare le carte in tavola. E lo capiamo facilmente guardando i vari Dalì esposti nella prima sezione, ma anche i Magritte più sognanti, fatti di mix fra stivali e parti anatomiche umane.

«Uno scompenso per i sensi che lascia curiosità e voglia di indagare oltre…»

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Se questa unione di oggetti del quotidiano ed elementi decontestualizzati ci risulta familiare, la seconda sezione della mostra risponde al nostro senso di deja-vu: oltre al manifesto di Breton, il Surrealismo prende a piene mani dal Dadaismo e dal concetto di rigettare ogni forma di razionalità a favore dell’utilizzo inaspettato di oggetti fuori dal loro contesto.
Ed è così che troviamo Man Ray che firma un ferro da stiro chiodato o Ernst che nella sua coppia dipinta (Le Couple, 1923) accenna la forma maschile e femminile riempendole di decorazioni e merletti e togliendo ad entrambe le figure il concetto di spazialità e tridimensionalità.

Quello di fronte a cui ci si trova è uno spettacolo per l’occhio ma soprattutto per la mente, con cui i surrealisti giocano e da cui sono profondamente attratti. È il momento del grande sviluppo della psicoanalisi e quello che Freud, Jung e compagni scrivono nei loro trattati viene preso dagli artisti del surrealismo come fonte di ispirazione per il proprio modus espressivo.
Da qui parte l’esplorazione di inconscio e onirico che la terza sezione dell’esposizione ci presenta, con riguardo per Salvador Dalì, padre della concezione per cui il Surrealismo, inteso come “super-realismo” quindi “super-realtà”, deve essere sfogo libero dai vincoli del razionale. Al punto di creare un vero e proprio “delirio interpretativo” nello spettatore. È quello che succede guardando “Impressions D’Afrique”, in cui il pittore nella tela, unico punto fisso della narrazione, è circondato da figure oniriche, abbozzate, sofferenti ma anche celebranti. Il resto della sala è esattamente questo, uno scompenso per i sensi che lascia curiosità e voglia di indagare oltre sulla mente di chi ha concepito le opere.

I metodi per realizzare questa indagine sono un argomento caro ai surrealisti, che si spingono fino all’utilizzo di sostante psicotrope, hanno allucinazioni, giocano d’azzardo e usano tecniche sperimentali come l’ipnosi. Ce lo racconta la quarta sezione, chiamata “Il caso e l’irrazionale”, in cui Eileen Agar e la sua “Figura Seduta” sono le principali protagoniste. È un’opera che si può considerare il manifesto poetico dell’autrice, che per distaccarsi dalla borghesia in cui è cresciuta si trasferisce a Parigi e incontra Breton, che la aiuta ad esprimere il desiderio della ricongiunzione uomo-terra che sembra sopito nella mente dell’artista. È un desiderio ancestrale e viscerale, ma profondamente sentito come ogni passione surrealista.

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Nella faretra delle passioni non viene esclusa la freccia del desiderio sessuale, che ci racconta Man Ray nella sua Venere Restaurata (un mezzo busto stretto in una morsa di corde bondage) ospite della sezione successiva della mostra. È il richiamo della pulsione sessuale a volte fine a se stessa, altre collegata con le proprie storie d’amore come lo stesso Man Ray sembra volerci dire nella sua composizione “Mon Premier Amour”.

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E mentre si è presi sulla riflessione di cosa sia l’irrazionalità nelle passioni umane, la mostra sposta l’attenzione sul tema sociale: la fascinazione dei surrealisti per le culture del sud globale è una parte fondante del movimento stesso, che fa definire le culture al tempo chiamate “primitive” come meraviglia perché, nel loro essere disarmonico, quegli artefatti rappresentano esattamente il concetto di sogno e trance tanto caro a Breton e soci.

Ed è nel sogno che si chiude il percorso, con una stanza dedicata interamente a Magritte e ai suoi colori sgargianti uniti a soggetti che sembrano presi direttamente dal delirio di un folle. Forse è questo che rappresenta la mostra: una corsa di 180 tappe fra i sogni e le fantasie di ribelli del loro tempo. Che hanno saputo, nel loro lavoro, astrarsi da una realtà che forse faceva scomodo o forse andava cambiata per davvero. Ci sono riusciti passando alla storia e lasciandoci con dei lavori che, ancora oggi, ci permettono di pensare a quanto si possa ancora sognare qualcosa di meraviglioso per davvero. La mostra, nel suo piccolo, è questo qualcosa di meraviglioso.