Le Notti Magiche di TOdays Festival

_ a cura di Lorenzo Giannetti 

Pensavo che la vittoria della Nazionale di Mancini agli Europei potesse essere l’unico miracolo di questa estate italiana, poi è arrivato TOdays Festival. Ora, persa sin dalle prime battute l’attenzione di tutti i lettori non calciofili tanto vale approfondire il parallelismo tra le notti magiche di fine luglio davanti al televisore e quelle di fine agosto sotto al palco di sPAZIO211.

Attraverso un percorso graduale e costante, in questi anni TOdays è riuscito a consolidarsi e a distinguersi per qualità e quantità all’interno del panorama dei festival nostrani come una sorta di anomalia – e in buona compagnia di altre realtà piemontesi come Jazz is Dead, Jazz:Re:Found e Nextones. Pur prendendo le distanze da quel tipo di sensazionalismo provinciale tipico di certa stampa nostrana, va detto che quest’anno ci siamo trovati davanti ad un caso diverso, particolare, speciale. E parlare di miracolo italiano sembra opportuno anche ad uno scettico come me.

La pandemia ha ovviamente sparigliato le carte, le difficoltà si sono moltiplicate in maniera inversamente proporzionale alle certezze: se organizzare eventi era già di per sé uno sport estremo, questa edizione del festival ha veramente risposto sul campo nel migliore dei modi (im)possibili. Proprio come alla vigilia della spedizione Azzurra in Inghilterra, nonostante la buona fede e la buona volontà, a credere nell’impresa erano in pochi. Decreti in aggiornamento, cambi di line up a causa di defezioni last minute, la prospettiva avvilente di “pogare” da seduti, l’umore altalenante: non proprio il clima ideale per vendere abbonamenti.

Eppure, coerentemente col lavoro lungimirante svolto sin dall’inizio, Todays ha affrontato la sfida in maniera coraggiosa: senza inseguire le mode ma provando invece a suggerire un modo di vivere il festival, ovvero con quel tipo di curiosità che riesce ad andare oltre al big di turno segnato in cartellone e con quello spirito di aggregazione (non di assembramento, va bene) che per troppo tempo ci è sembrato un miraggio. In tal senso, da un lato il miracolo (sì, diciamolo quest’anno) di TOdays 2021 sta tutto nel fatto stesso di esistere, nel senso di esserci stato davvero e aver portato a casa un risultato superiore sia alle aspettative che alle forze in campo, praticamente contro ogni pronostico. Dall’altro lato la sensazione è che a vincere siano stati la visione d’insieme ed il collettivo, prima ancora dei singoli interpreti: ecco, a questo punto dovreste riuscire ad immaginarvi il direttore artistico del festival Gianluca Gozzi in trionfo come Roberto Mancini, ma prima di sollevare la Coppa riavvolgiamo il nastro delle partite e commentiamo alcuni degli highlights di questa atipica quanto esaltante edizione.

All’inizio del festival, ad esempio, si respira quell’atmosfera che a mio parere è una costante e se vogliamo una conseguenza non voluta di TOdays, ovvero l’effetto e l’emozione da “primo giorno di scuola“, quest’anno acuita come non mai dal filtro di due anni di pandemia: ci si ritrova nell’aula magna di sPAZIO211 praticamente alla fine dell’estate, coi racconti delle vacanze e i progetti per il futuro da raccontare ad amici che non si vedevano da un po’. Quale colonna sonora migliore per commuoversi in un momento già di per sé catartico come il primo ingresso ad festival di musica dopo troppo tempo che quella del cantautore islandese Ásgeir? La voce sciogli-ghiacci e una certa attitudine pop ricordano Hozier (vecchia conoscenza del festival), la scrittura in verità non è proprio all’altezza del suo amico nonché recente collaboratore John Grant, il live comunque centra il bersaglio: non sto piangendo, ho solo un’aurora boreale nell’occhio.

I Dry Cleaning sono certamente una delle scommesse vinte del festival: la band di South London conquista praticamente tutti e regala una delle migliori performance di questa edizione. Post-punk febbrile e a tratti riottoso, incalzato da uno spoken-word estatico: senza scomodare i soliti nomi illustri, potrebbero essere una sorta di versione suburbana degli Esben & the Witch (visti anche loro proprio qui a sPAZIO211) o una malinconica risposta post-hardcore ai Prinzhorn Dance School. Avvolta in una lunghissima t-shirt verde, l’esile e serafica cantante Florence Shaw si muove come una sacerdotessa in trance ed ipnotizza il pubblico con il suo flusso di coscienza steso sul tappeto sonoro psichedelico intrecciato dai compagni.

Il rituale collettivo continua con un artista che da queste parti non ha bisogno di presentazioni: Andrea Laszlo De Simone regala alla città l’ennesimo concerto da incorniciare, accompagnato da L’Immensità Orchestra. Ed è proprio col pezzo Immensità che si apre una scaletta pressoché perfetta nel suo bilanciare pathos ed intimismo, danze eteree e sferzate adrenaliniche. Gli elementi della band, tutti di nero vestiti, occupano il palco disposti su più livelli e – incorniciati da eleganti giochi di luce – sembrano formare una composizione quasi pittorica. Al centro spicca la figura di Laszlo: l’unico di bianco vestito, a piedi nudi e con l’immancabile sigaretta incastonata nel baffo sornione. L’esecuzione è da brividi, più calda e ruvida rispetto al disco. L’atmosfera si fa via via sempre più surreale e struggente: sembra di entrare in un film di Fellini, direttamente dallo stargate del Parco Sempione. Quel tipo di magia per cui si provano a sopportare col sorriso le restrizioni che accompagneranno la musica dal vivo a tempo indeterminato.

Il secondo giorno, però, è ancor più difficile non saltare sopra le sedie con le danze tribali degli sciamani nostrani I Hate My Village e lo tsunami dei kids londinesi black midi. Sarà per il clima festoso da ritorno in pista o per la volontà di dare una sveglia in apertura di serata, ma il supergruppo trascinato dalla chitarra di Adriano Viterbini decide di non dare troppo spazio alle sonorità più sperimentali e dilatate dell’ultimo EP “Gibbone”, proponendo fondamentalmente quello a cui ci ha abituati negli ultimi anni, tra riff bluesy e psichedelia berbera. Difficile dire che direzione potrà prendere questo progetto: una sempre più schizoide declinazione world music dei Battles? Una versione blues explosion dei Goat (altra band che con la performance di qualche anno fa merita un posto di rilievo nell’almanacco del festival)? Quel che è certo è che i ragazzi sul palco si divertono parecchio e la loro presabene è a dir poco contagiosa.

In un certo senso è altrettanto irresistibile la presamale dei black midi, che si ritagliano – sono sicuro orgogliosamente – il ruolo di band più divisiva del festival e forse dell’intero panorama “alternative” mondiale. Persa per strada una chitarra con l’abbandono – forse temporaneo – di Matt Kwasniewski-Kelvin, la band londinese ha ribadito con l’ultimo disco “Cavalcade” di non aver paura di polarizzare le opinioni sul proprio conto. Se non bastasse il pastiche rock alticcio quanto apocalittico delle composizioni messe sul banco, si aggiunga l’attitudine ora apatica ora burlona che i tre hanno on stage mentre si destreggiano con virtuosismo e disinvoltura in un groviglio di riff e ritmiche.

Ora, un po’ di scetticismo è comprensibile: se come me negli anni avete ascoltato math-rock a palate di sicuro potete eliminare dall’equazione l’effetto sorpresa. E allora ok, c’è il rischio che la provocatoria poker face dei black midi vi sembri più che altro una faccia da schiaffi. E ancora, ok: come giustifichiamo quell’hard-blues a casaccio a metà scaletta?! Per me i black midi sono indubbiamente (e per fortuna, dai) dei provocatori, delle simpatiche canaglie: si approcciano a mezzo secolo di rock alternativo con l’irriverenza della loro età ma anche con un’attitudine di sfida sempre più rara in questi tempi. Vedremo dove andranno a parare, se riusciranno a non schiantarsi.
Intanto – archiviata nella sezione de gustibus la questione – possiamo fare almeno tre considerazioni: 1) dal vivo spaccano sempre il culo, peccato si sia andata a perdere la componente barocca ed operistica evocata dagli intrecci degli archi su disco; 2) forse avevo ancora nelle orecchie il ronzio dell’ultima loro devastante performance torinese al Club To Club ma la mancanza della seconda chitarra s’è fatta sentire; 3) già entrati negli annali dello swag i look di Cameron e Geordie: il primo con una improbabile t-shirt di Elton John e il secondo con camicia bianca e cravatta sotto la tuta intera dell’Adidas.

Il dibattito acceso quanto stimolante e il bisogno di rifocillarmi dal sempre apprezzato Rock Burger, fa sì che per rispetto verso uno degli artisti italiani che forse apprezzo maggiormente decida di non pronunciarmi sull’esito complessivo dell’operazione compiuta dai Teho Teardo sul film “La Jetée” – che spero di rivedere nel buio di una sala cinematografica. Sfacciato, gli rubo però una suggestione intercettata da lontano: la citazione al meraviglioso disco di Bill Fay “Life is people“, funzionale a raccontare l’emozione di ritrovarsi nuovamente insieme a condividere un pezzo di vita sotto palco.

Ed è davvero bello ritrovarsi nuovamente insieme anche sotto gli alberi del Parco Peccei, nei due giorni successivi, per i concerti di Tutti Fenomeni e Les Amazones d’Afrique. La location fornisce a mio parere qualcosa di più d’un semplice spin-off pomeridiano dal parterre di sPAZIO211: consente al buon numero di non-torinesi presenti al festival di esplorare il quartiere di Barriera di Milano (in concomitanza coi laboratori e le conferenze approntate nel vicino cortile dell’Incet) e di scoprire uno dei parchi più interessanti ma ancora non troppo conosciuti della città, adiacente allo storico polo industriale dei Docks Dora.

Tutti Fenomeni si presenta sotto la tettoia dello scheletro di cemento incastonato nel parco con una vistosa tunica viola lunga fino alle sneakers: in effetti, intona le sue canzoni come delle litanie colte, seguito e coadiuvato dai cori del pubblico, in una sorta di messa cantata (e, sì, come da copione data la collaborazione con Niccolò Contessa, ricorda davvero parecchio tutto il materiale de I Cani). E sono “semplicemente” delle gran belle canzoni (avercene!), eseguite con piglio e tiro giusti, impreziosite infine dalla citazione a L’Amour Tojour di Gigi D’Ag, che fatta nella periferia dell’impero sabaudo ha un valore-sapore speciale.

Il giorno dopo si cambia registro con l’afrobeat del collettivo militante maliano Les Amazones d’Afrique: è una festa – scanzonata, scatenata, incontenibile – nella quale non si rinuncia a riflettere sulla posizione della donna nella società africana e in generale sui temi del femminismo, dell’inclusività, dell’uguaglianza. A poche decine di metri di distanza, il parco è già un esempio di melting pot culturale, col sound system improvvisato della famiglie sudamericane in modalità relax domenicale a fornirci il warm up e l’after involontari del concerto, in una delle coincidenze più divertenti di queste giornate.

Improvvisato è stato anche l’inserimento in cartellone di Shout Out Louds ed Erlend Øye & La Comitiva: possiamo dire due piccole-grandi sorprese in positivo del festival. I primi sono la tipica band che nei primi Anni Duemila ci avrebbe consigliato Seth Coen (e infatti li ritroviamo anche nella colonna sonora di O.C.), svedesi con un approccio, una poetica e se vogliamo un destino di/da outsiders non lontani dagli Shins (altro prezioso ricordo targato TOdays). Idoli indiscussi nella loro Stoccolma, questi ormai-non-troppo-giovani difficilmente conquisteranno il mondo, tuttavia hanno sicuramente conquistato Torino, con una performance a cuore aperto, costellata di ottime canzoni e culminata nella camminata “proibita” del frontman Adam Olenius in mezzo al pubblico: al netto di ogni considerazione razionale, un momento da brividi.

Erlend Øye è certamente uno dei personaggi più pittoreschi di questa edizione. Non capita spesso di incrociare un norvegese praticamente siciliano d’adozione: da un po’ di tempo lo spilungone dei Kings of Convenience si è trasferito a Siracusa e da lì è partita l’avventura in compagnia del ruspante ensemble mediterraneo che risponde al nome de La Comitiva. Erlend canta in italiano, imbracciando il mandolino: sembra uscito da Le Avventure Acquatiche di Steve Zizou di Wes Anderson e per la verità sembra un po’ anche Wes Anderson stesso. Porta in giro uno spettacolo dal sapore retrò, d’altri tempi. Qualcosa di “piccolo”, se vogliamo, ma prezioso. Impossibile non voler bene a questo atipico quartetto che pare appena sceso da un peschereccio e ha recentemente registrato una canzone di Nils Frahm (ah sì, anche lui è stato qui: altra figurina rara nell’album di TOdays).

Restiamo nei confini del Bel Paese ma per due proposte molto lontane tra di loro: Motta ed IOSONOUNCANE.
Per quanto riguarda Motta il discorso è semplice: è bravo ma non mi piace, se si escludono un manciata di ottime canzoni (a cui peraltro sono sinceramente affezionato). A seguito di questa affermazione nonché ammissione posso solo constatare per l’ennesima volta che il ragazzo sa stare sul palco (ma lo sapevamo già dai tempi dei Criminal Jokers) e che a livello di performance tutto è ampiamente funzionante e funzionale, praticamente senza sbavature ed impreziosito dal cameo a sorpresa del “fratello maggiore” Appino.
IOSONOUNCANE riesce a dare una degna e pregna trasposizione dal vivo al suo ultimo lavoro IRA, disco ardito ed ispirato che porta alle estreme (e a tratti sublimi) conseguenze il lavoro di astrazione e trasfigurazione che l’autore aveva in parte fatto intravedere nel precedente acclamatissimo DIE. Un set monumentale, non lontano nell’approccio dalle ultime liturgie degli Swans, in una chiave qui più claustrofobica che catartica. Chi si aspettava le chitarre nel mattino con la luce del sole del passato è invece incappato in un buco nero. Un universo parallelo che dopo questo concerto abbiamo ancora più voglia di esplorare, magari incrociando anche la scia rumorosa di The Comet is Coming, reduci da un altro passaggio di impatto devastante nella motorcity (dopo aver messo a ferro e fuoco il Lingotto a Club To Club). Un momento su tutti, ne descrive la forza primordiale e inarrestabile: quando c’è un calo di corrente e il trio londinese continua a suonare brandendo con ancora più foga i propri strumenti.

Londra e foga sono i denominatori comuni che ci portano alla pirotecnica conclusione di TOdays Festival 2021 col concerto degli Shame. A parere di chi scrive l’ultimo live in programma coincide anche col miglior live di questa edizione. Le chiacchiere stanno abbastanza a zero: gli Shame ci hanno letteralmente spettinati ed asfaltati, dall’inizio alla fine, con un’intensità ed un carisma impressionanti (data anche la loro giovane età). Charlie Steen dopo un paio di pezzi ha già sbracato: si toglie la camicia e sputa bile sul microfono senza sosta e senza posa. Il tarantolato chitarrista Eddie Green percorre un tot di chilometri correndo incessantemente da una parte all’altra del palco come una mina vagante. Entrambi – così come tutta la band e come buona parte del pubblico – sono dei leoni in gabbia, costretti nel recinto della pandemia. Si fa veramente fatica a restare seduti e a non cercare il contatto fisico con chiunque si abbia sotto tiro. Ma tant’è.
Con addosso questo mix di euforia e sconforto registriamo le parole di Steen in chiusura, quando piuttosto emozionato fa notare che si tratta del primo concerto fuori dallo UK nell’arco di 2 anni! Li vorrei rivedere il più presto possibile ammassato in un club-pub sudicio e sudato, magari proprio dopo una “rivincita” di Inghilterra-Italia. Intanto, la Coppa la porta a casa TOdays.