Appunti da Cripta747: archeologia del suono elettronico coi collettivi Liminale e Velak

Il 7 ottobre ho scoperto lo spazio Cripta747 di Via Giolitti 32 a Torino, la tappa di Export #22 a cura del collettivo Liminale e dei viennesi Velak. Tra archeologia del suono elettronico e arte contemporanea.

C’è una micro-sociologia che si ripete identica in ogni spazio indipendente, un rituale involontario che precede sempre l’attacco dei live. L’altra sera, 7 ottobre, nella saletta di via Giolitti 32 di Cripta747 – centro culturale torinese aperto alle nuove pratiche e ai linguaggi dell’arte contemporanea – la geografia umana si è divisa in due blocchi netti prima ancora che le frequenze cominciassero a vibrare. Da un lato un gruppo di uomini popola la stanza scrutando con quello sguardo tipicamente giudicante il setting sui tavoli: controllano maniacalmente la posizione dei cavi, la disposizione dei synth, verificando se l’allineamento sia rigorosamente perpendicolare all’asse delle x o delle y. Dall’altro, in un angolo, le poche donne presenti chiacchierano fitto di patriarcato e ingiustizie sociali nel mondo. È il contrasto eterno tra il feticismo accademico dell’oggetto sonoro e la urgenza reale del discorso politico.

Eppure, per chi varca per la prima volta la soglia di Cripta747, la sensazione dominante è un’altra: una forte tensione intellettualistica, un’impronta marcatamente performativa che fa sentire più spettatori di un’opera d’arte contemporanea che fruitori di una classica serata di musica noise o sperimentale. È un contesto che spinge a interrogarsi continuamente: come si giudica un’esperienza del genere? Mi è piaciuta? Come mi sono sentita? Ci riandrei? La risposta, alla fine, è un sì convinto. Perché non si deve mai smettere di conoscere e di curiosare dentro queste pratiche. Venendo da un percorso di passione per l’arte moderna e avendo spesso trovato faticoso decodificare l’immensità della contemporaneità artistica, trovare spazi come Cripta747 permette di ricollocare la musica elettronica al suo posto: non un semplice intrattenimento acustico, ma un tassello vivo e pulsante del nostro tempo.

L’occasione della serata è la tappa di export #22, a cura del collettivo Liminale – nato tra i banchi della classe di elettronica del Conservatorio di Torino come officina di riflessione collettiva – in collaborazione con lo storico collettivo viennese Velak, attivo dal 2004 nella trasmissione di pratiche di sperimentazione in Austria.

Si parla una lingua straniera intraducibile, fatta di flussi, tensioni e frequenze che azzerano le distanze geografiche.

«Cripta747 e collettivi come Liminale e Velak ci ricordano che la tecnologia, spogliata dalle logiche di consumo, può tornare a farsi carne, voce e materia viva»

Memorie primordiali: Gabriella Gordillo

A rompere il ghiaccio è Gabriella Gordillo, membro attivo dei Velak. La sua ricerca affonda le radici nel concetto di tempo, nella sua percezione e nei meccanismi labirintici con cui si insinua nella nostra memoria. Il set si muove su frequenze ed elementi sonori primordiali. A un certo punto, nel pieno del flusso acustico, emerge una voce che sussurra o recita “quemando la lluvia” – bruciando la pioggia. È un’immagine di una suggestione disarmante: la mente viene immediatamente catturata da questo ossimoro climatico, un paradosso tradotto in materia acustica da rumori granulari e stratificati. Accanto a me, un ragazzo in jeans neri e doppia maglia osserva immobile; il tempo, intanto, sembra effettivamente dilatarsi.

L’archeologia del rumore: Paul Gründorfer

Finita l’esibizione di Gabriella, la scena cambia passo con Paul Gründorfer. Davanti a lui un’interfaccia insolita, mai vista prima, dominata da una piccola tastiera MIDI costellata di manopole. Il suo set ha una spinta profondamente ancestrale, quasi a voler ricordare il momento esatto in cui l’essere umano ha dato forma e nome al rumore per la prima volta. Gründorfer si collega a un piccolo synth tramite una selva di cavi e un microfono tascabile in cui soffia modulando il timbro in tempo reale.

pc Paul Gründorfer- cripta 747

Ma la cifra del suo live è tutta corporale: i fili collegati a mini sensori vengono presi in mano, strattonati, manipolati voracemente. C’è rabbia fisica nei suoi gesti; li impugna con stizza, e a ogni trazione corrisponde un picco di distorsione grottesca, materica. Maggiore è la forza impressa sui cavi, maggiore è la violenza rumorosa che deflagra dalle casse. All’ultimo accordo, l’applauso scatta liberatorio.

Luce, pianto e geometria: Frederic Stritter

Al centro della sala campeggia una piccola installazione luminosa: un palo verticale da cui si diramano LED di varie dimensioni, legati a un light sequencer capace di modularne l’intensità visiva in sincrono con i canali sonori. Il testimone passa a Frederic Stritter. L’esordio sonoro riprende la stessa urgenza rabbiosa lasciata in sospeso dal set precedente, quasi a raccogliere l’eco di un pianto di cane disperso nel cemento.

Frederic Stritter – cripta747

La rabbia, qui, si trasforma in un’armonia obliqua, fatta di sequenzialità gradevoli e pattern ripetuti che restituiscono la noise nella sua accezione più originaria. Il vero fulcro dell’esibizione di Stritter, tuttavia, risiede nell’incastro millimetrico tra suono e luce: non un semplice accompagnamento visivo, ma un’opera totale che scivola via dai confini dell’ascolto musicale per farsi performance art a tutti gli effetti.

L’idrofonia finale: Agar Agar

Dopo una pausa di dieci minuti, la serata si chiude con il duo torinese degli Agar Agar. Il loro set si rivela da subito spiazzante e visivamente ipnotico: al centro c’è un proiettore puntato su una telecamera fissa che inquadra un piatto di plastica colmo d’acqua. Un’impostazione che richiama alla mente le visioni acquatiche di Akiko Nakayama nei suoi alive paintings visti all’opera con Floating Points.

Nel piatto sono immersi dei sensori che traducono le frequenze in sollecitazioni fisiche, facendo vibrare l’acqua e generando una texture ottica sbalorditiva. Luci cromate rifrangono e distorcono i colori del liquido in tempo reale. A essere onesti, l’impatto visivo è talmente magnetico da catturare quasi totalmente l’attenzione, ponendo in secondo piano l’orecchio. Eppure, a un ascolto più attento, la ricerca sonora degli Agar Agar non si discosta affatto dal tessuto sperimentale intessuto nel corso di tutta la serata.

Uomini, macchine e rumori primordiali

Uscendo da Cripta747, la sensazione è che la musica elettronica sperimentale e la noise non siano semplici generi musicali, ma strumenti di indagine sociologica, antropologica e storica. Ascoltare questi set significa interrogarsi sul nostro quotidiano, sul nostro rapporto simbiotico e alienante con la macchina. In fondo, l’evoluzione umana ci ha portato a compiere un paradosso affascinante: ricreare suoni, gesti, versi, grida e segni ancestrali, eminentemente primordiali, servendoci di un circuito stampato, di un cavo teso o di un sensore digitale. Cripta747 e collettivi come Liminale e Velak ci ricordano che la tecnologia, spogliata dalle logiche di consumo, può tornare a farsi carne, voce e materia viva.