Labirinti dell’identità. “Nella carne”, di David Szalay

Al centro del dibattito letterario nostrano fin dalla sua pubblicazione, lo scorso autunno, Nella carne si certifica come un pezzo di fiction romanzesca più unico che raro, per la sua capacità di unire grandi temi attuali ad una sensibilità composita: come per diverse pietre miliari del romanzo contemporaneo, è un’opera che irradia dal mondo interiore di un personaggio, una sorta di Holden del nuovo millennio le cui vicissitudini lo muovono dall’Ungheria al Regno Unito “e ritorno”. La storia di un uomo e, al tempo stesso, la metafora di un Paese costantemente in bilico tra i fantasmi del passato e un futuro ancora tutto da immaginareUna riflessione sul libro vincitore del Booker Prize 2025 a cura di Alberto Vigolungo.

Scrittore cosmopolita, in viaggio tra Nordamerica e Mitteleuropa – con importanti tappe biografiche a Beirut e Londra – David Szalay può essere tranquillamente annoverato, sotto il profilo della tecnica narrativa, nell’Olimpo del minimalismo contemporaneo. Il suo stile scarno, diretto, espresso in una prosa che riecheggia i tempi del testo teatrale (accostato da Antonella Lattanzi, forse in maniera un po’ troppo audace, a Flaubert), è al servizio di un realismo fisico, dove il continuo succedersi di azioni dischiude, quasi per paradosso, livelli di introspezione via via più profondi, spingendo il lettore a chiedersi che cosa possa rendere la scrittura tanto rapida quanto netta nel costruire situazioni e rendere, al tempo stesso, la complessità di uno sguardo. In questo aspetto quasi paradossale si sperimenta tutta la maestria dell’autore canadese. Una precisione che è stile e materia, forma e sostanza del racconto, corroborata da uno stile capace di delineare, con pochi tocchi, un mondo “umano, troppo umano”, nelle fattezze di un personaggio dalle molte e controverse facce (con i suoi “tic” già memorabili, tra sigarette fumate a ripetizione e pacati assensi), mantenendo alto il coinvolgimento emotivo dalla prima all’ultima pagina.

Se questa precisione, che nella sua dimensione prettamente linguistica trova addirittura evidenza “grafica” (nella disciplina del fraseggio corto, nel predominio del dialogo), sul piano narrativo Nella carne presenta la struttura e gli elementi tipici del romanzo di formazione: lo spaesamento di un adolescente, la graduale scoperta di sé, il viaggio, l’esperienza della metropoli, il ritorno. Quella di István è un’avventura umana circolare” con tutti i suoi successi e fallimenti, nello spazio di un’ambientazione dalle coordinate storiche e geografiche ben precise: l’Ungheria al crepuscolo dell’era sovietica e all’inizio del lungo e faticoso percorso di integrazione europea, l’Inghilterra blairiana “Mecca” della gioventù del Vecchio continente (per il protagonista, il sogno realizzato di avventure imprenditoriali nella City), quindi il Covid e il doloroso ritorno, vent’anni dopo, in un Paese non poi così diverso da come si era lasciato. Queste le rotte di un apprendistato che passa attraverso una serie di traumi,  facendo i conti con gli incidenti del caso, il lutto, il decadimento inesorabile dei legami.

Imprescindibile punto di partenza è la realtà, la sua osservazione e gli stimoli che questa è continuamente in grado di sollecitare. Le immagini di un’adolescenza vissuta alla periferia di ciò che resta della Cortina di ferro si depositano con pregnanza quasi documentaria: palazzoni di cemento con balconi adornati da lastre di vetro azzurro-verde, lampade al neon sospese nelle aule scolastiche,  cassette pirata stipate nei negozietti cool del quartiere… Ma anche “non luoghi” che fungono da fondale ideale della sospensione di István, come le torri di Kuwait City o la sala d’aspetto di una base militare tedesca illuminata nella notte. “Nessuna vita è una pagina bianca”: così Szalay spiega l’origine della sua fascinazione per il reale, in un libro incentrato sulla parabola di un giovane outsider, divenuto uomo d’affari  e membro di una classe dirigente globalista, infine immigrato di ritorno, ma sempre, invariabilmente, “in cerca”.

La visione del personaggio (se non l’intera sua ontologia), è tutta racchiusa in una frase, inserita nella prima pagina: “Per quel che ne sa, potrebbe anche essere”. È la dichiarazione di un’esistenza imperturbabile, apparentemente sorda ai sentimenti e ai moti del suo fuoco interiore, che fissa una prima tappa della sua presa di coscienza nell’esperienza del sesso. L’intimità rappresenta per questo quindicenne silenzioso e solitario molto più di un incontro imprevisto, bensì la scoperta fondamentale su cui iniziare a costruire la propria identità, la fonte primaria di  elaborazione del sé, la decisiva chiave di lettura delle relazioni e della realtà. La tensione che deriva da questa scoperta genera il primo passo deciso del ragazzo nel “gioco” della vita, la sua consapevolezza di essere umano come soggettodi spirito e di carne. Prima di questa “iniziazione”, consumata in tediosi pomeriggi a casa di una vicina per approfondimenti via via più audaci, si può quasi affermare che István non sia, se non come una presenza eterea fuori dalla storia (l’espressione di un’inquietudine tanto muta quanto profonda cui, ripensando anche a quegli scenari, ha dato forma sensibile il “piccolo” film estone Mo papa, per la regia di Eeva Mägi). Così come il sesso rivela István a sé stesso, le sue conseguenze determinano la prime due svolte narrative del romanzo, che vedono passare il ragazzo attraverso l’esperienza del riformatorio e il servizio militare. La pervasività del sesso in questo primo capitolo è tangibile come la scrittura che lo rappresenta, mai incerta nel confronto con un tema tradizionalmente arduo, secondo un approccio che l’autore ha dichiarato di aver ripreso direttamente da Houellebecq:

Lunedì lo fanno due volte. Nella pausa restano semplicemente sdraiati sul letto. Dalla finestra arriva il rumore della pioggia – ogni tanto la sentono, ma non la vedono perché la tapparella è abbassata. Dopo un po’ che sono lì lei inizia a succhiarglielo e a lui ridiventa subito duro. “Ti va di prendermi da dietro?” gli fa.

“Okay”.

Di fronte al senso di sospensione del primo capitolo (spezzato soltanto dalla forza travolgente del sesso), la narrazione matura in due svolte determinanti per la traiettoria del protagonista: prima l’arruolamento e il servizio militare in Iraq, poi il trasferimento a Londra, a metà degli anni ‘00 meta del sogno europeo di qualsiasi figlio del ceto popolare post-sovietico.

Nella capitale britannica, István arriva dunque dopo aver riportato il trauma della guerra e attraversato un periodo sabbatico fatto soprattutto di divertimenti occasionali a Budapest. Del servizio militare sappiamo poco o nulla, quel tanto che basta per spingere il giovane ad andare in terapia. La guerra è soltanto accennata, nei pensieri di coloro che fanno ritorno a casa (un espediente che l’autore rivela di aver utilizzato per compensare la mancanza di conoscenza dell’argomento) ma, in questa apparente lacuna, il realismo di Szalay tocca nuove vette, aggiungendo ulteriori tasselli al sentire del personaggio, la cui condizione ha ora una diagnosi nota: disturbo da stress post-traumatico.

Gli ultimi bagliori di luce diurna provengono dall’acqua stagnante nei campi, poi al posto del paesaggio crepuscolare ecco la sua faccia nel finestrino, o una sua versione trasparente, incerta.

Si rende conto che le cose che per lui sono importantissime – cose successe e viste laggiù e che gli hanno lasciato addosso la sensazione che niente sarà più come prima – di importanza qui non ne hanno molta.

Sono prive di realtà.

Così gli sembra.

E perciò, se sono prive di realtà, uno rischia di sentirsi matto a portarsele dentro.

Osservata dal protagonista con il suo consueto distacco, Londra rappresenta la grande cesura nella vita di István: la metropoli è ancora quella del grande romanzo di formazione, il luogo capace di elevare idee e propositi di affermazione e, nel concreto, offrire opportunità di scalata sociale. Dopo due anni in cui il protagonista si mantiene come buttafuori in un night club di Soho, l’evento cruciale è l’incontro con Merwyn, ricco signore tratto in salvo da un agguato, ad aprirgli le porte della high society. Grazie a lui, all’improvviso, tutto cambia: entrato servizio come autista per una famiglia di industriali, István passa dall’alloggio condiviso con altri immigrati di East London alla lussuosa residenza di Cheyne Walk, sull’Embankment. A partire da questo momento, per gran parte del romanzo, la storia di István diventa la storia della famiglia Nyman, dei suoi successi, conflitti, dolori e lutti. Gli eventi successivi scaturiscono dagli incontri del personaggio con due figure in particolare: Helen, moglie del suo datore di lavoro che porta regolarmente ad appuntamenti con le amiche o a fare shopping tra Covent, Regent, Piccadilly e Park Lane, con cui instaura una relazione a base di sesso non così dissimile da quella avuta anni prima, che diventerà la donna della sua vita; e il figlio di lei, Thomas, con cui il rapporto è complicato fin dall’inizio. Dopo la morte prematura del capofamiglia Karl, mentre István ed Helen sanciscono la loro unione e lui può disporre dei capitali dei Nyman per intraprendere una carriera imprenditoriale nel campo dello sviluppo urbanistico, la distanza con colui che è designato come unico erede del patrimonio famigliare (trasferitosi ad Oxford per frequentare studi d’arte) si accentuerà fino alla definitiva rottura, costringendo il protagonista a fare i conti con un fallimento che coincide poi con il fallimento dell’intera sua avventura in terra straniera.

Con Helen, il sesso si arricchisce di nuovi significati, rivelando al protagonista altri pezzi della sua identità: all’inizio è soltanto “dato”, in maniera in fondo non così dissimile da quanto aveva sperimentato, quindicenne, con la donna che viveva sul suo stesso pianerottolo. Ma su Helen Nyman il giovane ancora outsider proietta una maturità inedita, che sancisce una nuova tappa del suo apprendistato sentimentale: da “concesso”, il sesso diventa “goduto”, e in questo passaggio risiede la forza di una nuova consapevolezza, in grado di distruggere certezze radicate nel suo cuore di giovane uomo:

Ha la sensazione che con le donne sia difficile vivere un’esperienza completamente nuova, che non somigli a qualcosa che ha già vissuto e che probabilmente rivivrà tale e quale, per cui non c’è mai granché in ballo. Il senso è: tu mi piaci, sì, ma mi piacciono anche altre. Non è che mi piacciono di più, solo che non mi piacciono di meno. Quindi stare con una persona soltanto gli sembra arbitrario, e questo ha iniziato a minare l’ipotesi già remota di poter incontrare qualcuna di speciale.  

L’evoluzione del legame tra questi due personaggi coincide inevitabilmente con l’ascesa sociale di István – seguita alla morte di Karl – e poi con il suo declino, a fronte dell’approssimarsi della vendetta di Thomas. A questa altezza, il minimalismo di Szalay contorna nettamente tanto l’evolversi dei sentimenti di una coppia quanto le nevrosi morali di un coté alto-borghese. Con pochi tocchi, il paesaggio surreale di una giornata piovosa a Monaco di Baviera diventa metafora perfetta dell’incertezza del loro tempo insieme, e la raffigurazione di un incontro tra Helen e la cognata offre, al tempo stesso, uno squarcio sulla morale di un intero ambiente e la definizione fulminante di un personaggio:

“Che facciamo?” chiede Helen.

“Il museo della BMW?”.

Lei ride.

[…]

Prendono un taxi, una vecchia Mercedes color crema. Sotto la pioggia, con i tergicristalli che cigolano e la radio che diffonde sfrigolii elettrici e balbettii, i lunghi viali dritti appaiono desolati. Stanno percorrendo zone della città mai viste prima – grigie, moderne, poco edificate. Il viaggio dura venti minuti. All’arrivo lei paga la corsa e scendono in quello che sembra un triste paesaggio futuristico […] La partenza del taxi li lascia con la sensazione di essere stati abbandonati nel bel mezzo di un’arteria rumorosa. Strane torri incombono a varie distanze sotto la pioggia, e più vicina si leva una grande struttura a forma di zuppiera che sembra di alluminio spazzolato. Il museo della BMW.

Hanno sempre avuto un rapporto un po’ impacciato. Anche se tra loro esiste una sorta di parità formale in quanto cognate, Mathilde, appartenendo a una generazione più anziana, ha sempre trattato Helen come una parente giovane, tipo una nipote, più che come una vera pari.

E in questo c’è anche una sottile componente di pietà, quasi che il fatto di essere sposata a un uomo tanto più vecchio di lei avesse di per sé un che di pietoso.

Pietà del resto insidiata dal sospetto che l’interesse di Helen per Karl fosse dettato dai soldi.

Naturalmente Helen non ha mai sopportato né la pietà né i sospetti.

Soprattutto, con l’uscita di scena di Karl Nyman, il senso di un destino incombente assume contorni via via più visibili, spostando gradualmente il focus del racconto su Thomas, il ragazzino sfuggente intorno al quale si condensa l’alone di un dubbio persistente e irrisolto: figura indubbiamente più controversa del romanzo, il giovane esercita infine il potere acquisito per eredità sul patrigno, secondo un agire che non trova spiegazione al di fuori di una vendetta dalle risonanze shakespeariane. Nel seguire la deriva di questa famiglia, Nella carne procede in una trama spietata, in cui le conseguenze di conflitti e incidenti assumono a più riprese il carattere di un vero e proprio contrappasso.

L’arrivo di Jacob, avuto con Helen dopo il matrimonio, completa in maniera sublime l’esperienza di István con l’universo umano: femmine fragili ed infelici (ad eccezione della madre), sempre amate, e maschi enigmatici, che sono soprattutto i suoi figli. Così diversi, così simili nella loro fragilità: Thomas, che da adolescente difficile si trasforma in rumore di fondo e poi minaccia concreta per la serenità di István (pienamente realizzata nel proposito di demolire i suoi obiettivi professionali) e Jacob, il figlio troppo amato e troppo presto perduto, con il quale il protagonista sperimenta pienamente il peso della responsabilità paterna e la dolorosa constatazione del fallimento, ma anche l’elaborazione di tante domande a lungo sepolte:

Nel corso di quello scambio, Jacob aveva evitato di guardarlo negli occhi.

E a István era venuta addosso la tristezza.

Ci ripensa per quasi tutta la sera.

Ripensa anche alla sua vita più o meno a quell’età.

Undici, dodici, tredici anni.

Alle cose nuove e sorprendenti che voleva il suo corpo, e alla sua incapacità di opporsi quando le voleva.

[…]

Forse è a quell’età, pensa István, che hai la prima percezione di non coincidere esattamente con il tuo corpo, di occupare lo stesso spazio senza essere proprio la stessa cosa, perché una parte di te resta indietro rispetto alla trasformazione fisica e ne è sorpresa come potrebbe esserlo un osservatore esterno, ma ti viene da parlare del tuo corpo come fosse un’entità leggermente separata, benché ti riesca sempre meno di opporti ai suoi desideri.

Nel padroneggiare con assoluta maestria gli strumenti del minimalismo, con questa sua brillante interpretazione del bildungsroman contemporaneo, David Szalay non trascura nemmeno le potenzialità dell’ambientazione. In questo senso, i luoghi si legano fortemente alla vicenda di István, accompagnando i momenti chiave della sua storia di uomo: se la villa nei pressi di Battersea Park è l’emblema del successo raggiunto dal ragazzo di umili origini venuto da oltrecortina, la tenuta di Ayot St Peter, nell’Hertfordshire, assurge ad una dimensione più spirituale, dove i fantasmi del passato (evocati da un prezioso dono d’arte fatto da Karl alla moglie) si confondono con le paure del presente:

Fuori c’è il sole, la stanza è illuminata e lui guarda il piccolo Monet senza vederlo e si domanda se la faccenda di Thomas non sia stata soltanto un sogno.

Che ha problemi di droga.

Che dopo un’overdose Mathilde l’ha fatto ricoverare al Priory.

Che qualche settimana fa Helen è andata a trovarlo e lui le ha detto che non voleva vederla e l’ha mandata via.

Si è sognato tutto?

Non crede.

Guarda il Monet. Una spiaggia beige sotto un cielo grigio. Sulla spiaggia delle figure, una con in mano un parasole.

Mentre è lì che guarda sente delle voci in giardino: quella acuta della baby-sitter che chiede qualcosa, due volte nello stesso identico tono, e poi, dopo una pausa, la risposta svogliata di Jacob.

Quei suoni lo riportano al presente.

Al fatto che è sabato mattina.

E che oggi dovrà parlare con lui.  

La residenza di campagna dei Nyman è legata, in particolare, a due fondamentali momenti di passaggio: il primo, che certifica l’impossibilità di un rapporto con Thomas, rispetto al quale l’unico tentativo si materializza in pigre partite a tennis giocate sul campo dietro casa; il secondo, l’ultimo soggiorno della famiglia unita, nel periodo del primo lockdown per la pandemia da Coronavirus, a segnare una distanza incolmabile tra lui e Jacob, e facendo sperimentare a István un schiacciante senso di fragilità e impotenza.

Maestro assoluto della parola come strumento di incisione del reale, David Szalay porta nella sua letteratura i traumi dell’identità: nel suo ultimo libro, questa passione smisurata per la realtà si traduce in un’opera dal sentire composito, in cui sesso, emigrazione, potere si intrecciano in un flusso narrativo di rara intensità, senza sottrarsi, al tempo stesso, ad una lettura politica dell’oggi. In questo senso, brillando come notevole prova di bildungsroman contemporaneo, Nella carne non è soltanto il romanzo di formazione di un giovane ungherese approdato in Inghilterra al volgere del millennio per dare forma al proprio “sogno” europeo, ma anche la metafora di un Paese che, caduta la Cortina di ferro, cerca ancora faticosamente il proprio posto nel mondo, tra spinte migratorie e aspirazioni conservatrici di cui Orbán  è stato interprete politico per circa vent’anni.

Nell’accettazione dello scorrere del tempo (catturato con la precisione lirica di un Ozu nella memorabile immagine degli ippocastani di Wimbledon) e nella riaffermazione dell’esperienza fisica come mezzo fondamentale di conoscenza del mondo (narrativamente sublimata nell’uso del tempo presente), i “pezzi” dell’identità di István si compongono per giustapposizioni, come in un brano jazz, o in un quadro di Monet, alla ricerca di un segnale nel labirinto della vita.

Fonte foto in copertina e nell’articolo: Pagina Facebook Ufficiale David Szalay