Al Salone del Libro 2026 il giornalista Stefano Nazzi ha ripercorso la storia di Giulio Regeni, a dieci anni dall’omicidio. Uno dei momenti più toccanti della manifestazione, che ha riacceso i riflettori su una ferita che brucia ancora.
Dal febbraio 2016 a oggi, in moltissimi palazzi istituzionali e non solo, campeggia uno striscione che ha accompagnato la vita degli italiani negli ultimi dieci anni: “Verità per Giulio Regeni“. Purtroppo alcune regioni e alcuni comuni lo hanno tolto: nel 2019 il sindaco leghista di Sassuolo lo rimosse perché «non aveva più senso tenere ancora lì lo striscione. È una vicenda non più di attualità e tra l’altro in centro storico stava anche male, tutto impolverato». Stessa cosa fece Massimiliano Fedriga, sempre in quell’anno, quando era già Presidente della regione Friuli Venezia Giulia, «per evitare polemiche». Eppure questa vergognosa vicenda merita oggi ancora più attenzione che in passato: tra pochi mesi infatti, dopo anni di depistaggi e ostruzionismi da parte del governo egiziano, si dovrebbe arrivare ad una verità giudiziaria a cui non si è mai approdati. Quella storica è già appurata: Giulio Regeni il 25 gennaio 2016 venne rapito, fu torturato e venne ucciso mentre lavorava come ricercatore universitario al Cairo, in Egitto. Il suo corpo fu ritrovato su una strada tra Il Cairo e Alessandria: su Giulio, dirà la madre Paola Deffendi, si è abbattuto “tutto il male del mondo“.
Nel 2026 ricorrono 10 anni dalla sua scomparsa e le iniziative per porre ancora i riflettori sulla sua storia sono tante. Una di queste è andata in scena al Salone del Libro domenica 17 maggio, in un Centro Congressi di Lingotto gremito, dove Stefano Nazzi ha presentato dal vivo una delle puntate del podcast Altre Indagini. In un Auditorium in solenne ascolto, Nazzi ha raccontato con il suo stile unico ciò che è successo in questo decennio, in cui si sono accumulati elementi investigativi, testimonianze e ricostruzioni che hanno portato a identificare quattro agenti dei servizi segreti egiziani come principali imputati dell’omicidio. Fin dalle prime fasi dell’inchiesta, però, è emersa l’assenza di una reale cooperazione da parte delle autorità del Cairo. Un atteggiamento che ha ostacolato l’iter giudiziario, rendendo impossibile un processo regolare.

L’Egitto rappresenta per l’Italia un partner strategico sul piano economico e militare ed è stato nuovamente inserito, nel 2024, nell’elenco dei “Paesi sicuri”. Nonostante ciò, un ricercatore italiano è stato rapito, torturato e assassinato sul territorio egiziano con modalità che ricordano quelle utilizzate dal regime contro i dissidenti interni. Il lavoro svolto dalla magistratura italiana c’è stato, ma gli imputati indicati nelle indagini non si sono mai presentati davanti a un tribunale. Addirittura il Cairo si è rifiutato di fornire gli indirizzi di residenza degli imputati, a cui non è stato possibile dunque notificare gli atti processuali. Quando Nazzi lo racconta, il fiato sospeso del pubblico durante la narrazione si trasforma in mormorii di disappunto (e di incredulità per chi non era a conoscenza di tutto questo).
E l’Italia? I governi che si sono succeduti, sia da destra che da sinistra, hanno più volte ribadito la volontà di ottenere giustizia, ma hanno mantenuto al tempo stesso rapporti considerati strategici con l’Egitto. Da quando Giulio Regeni è stato ucciso, a Palazzo Chigi si sono alternati cinque presidenti del Consiglio e sei diversi governi: da Matteo Renzi a Paolo Gentiloni, passando per Giuseppe Conte e Mario Draghi, fino all’attuale esecutivo guidato da Giorgia Meloni. Nel corso degli anni, alle iniziali richieste italiane di piena collaborazione alle autorità egiziane – rimaste però senza risposte concrete – si è progressivamente affiancato un ritorno alla normalizzazione dei rapporti diplomatici, economici e strategici con il Cairo.
Con il passare del tempo, gli interessi commerciali, geopolitici ed energetici hanno ripreso centralità nelle relazioni tra i due Paesi. Un riavvicinamento diventato evidente anche attraverso una serie di incontri istituzionali e accordi internazionali. Tra i momenti più simbolici c’è stato il viaggio di Giorgia Meloni in Egitto nel novembre 2022 per la Cop27 di Sharm el-Sheikh, primo ritorno ufficiale di un presidente del Consiglio italiano nel Paese dopo il caso Regeni, accompagnato anche da un incontro bilaterale con il presidente Abdel Fattah al-Sisi.

Un ulteriore passo nei rapporti tra Europa ed Egitto è arrivato il 17 marzo 2024 con gli accordi firmati al Cairo alla presenza, tra gli altri, della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. L’intesa ha previsto un pacchetto europeo da 7,4 miliardi di euro destinato all’Egitto entro il 2027, comprendente anche fondi legati alla gestione dei flussi migratori. Parallelamente sono stati sottoscritti diversi memorandum tra Italia ed Egitto nell’ambito del Piano Mattei promosso dal governo italiano per rafforzare la cooperazione con i Paesi africani.
In questi anni le uniche costanti sono state l’impegno della famiglia Regeni, il lavoro dei legali e la richiesta di trasformare la verità storica emersa dalle indagini in una piena verità giudiziaria. Il 2026 dovrebbe essere finalmente l’anno buono. Almeno si spera.
