Puma Blue a Milano: musica per sparire lentamente dal mondo

Il 10 maggio, alla Santeria Toscana 31, Puma Blue ha trasformato una domenica sera milanese in un’esperienza sospesa tra jazz notturno, dream pop e malinconia cinematografica. Per un paio d’ore il mondo fuori ha smesso di esistere. Report a cura di Federico “Nique” Nicoli.

Domenica sera. Milano ha quel grigio umido e leggermente malinconico delle giornate di maggio che sembrano primavera soltanto sul calendario. Entrando in Santeria, per uno degli ultimi concerti di questa lunga stagione indoor, il tempo mi è subito sembrato più rarefatto del solito. Luci basse e volti quasi immobili. Persone che parlavano piano, come se il concerto fosse già iniziato ancora prima che la band salisse sul palco. E forse era proprio così.

Negli ultimi anni, Puma Blue è diventato uno di quei progetti impossibili da incasellare davvero. Creato dal musicista londinese Jacob Allen, il suo universo sonoro si muove tra jazz, soul, trip-hop, dream pop ed elettronica lo-fi, ma qualsiasi definizione sembra sempre riduttiva. Dentro la sua musica convivono vulnerabilità, atmosfera e silenzio. E dal vivo questa sensazione diventa ancor più evidente.

Nella sua prima apparizione assoluta in territorio italiano, per una delle tappe del Croak Dream Tour, ti rendi subito conto che Puma Blue come artista chiede presenza. Non invade mai lo spazio. Non forza nulla. Ti porta lentamente dentro il suo mondo, fino a quando smetti quasi di accorgerti del confine tra palco e pubblico. Con la sua band costruisce un suono liquido e notturno ma anche profondamente umano.

I generi si sfiorano continuamente senza mai diventare il centro del discorso. Dentro ci senti frammenti di Jeff Buckley, la vulnerabilità atmosferica dei Radiohead più intimi, certe sospensioni emotive di James Blake, il romanticismo fragile dei Portishead. Ma ogni paragone dura pochi secondi. Perché poi tutto torna immediatamente a essere soltanto suo.

Le canzoni non sembrano mai avere fretta di arrivare da qualche parte. Respirano. Si allungano tra riverberi morbidi, linee di basso calde e chitarre appena accennate che sembrano galleggiare sopra il pubblico. Ogni pausa pesa quanto una nota. Ed è lì che il concerto cambia forma.

Smetto di guardare il palco. Inizio a guardare le persone. C’era chi teneva gli occhi chiusi per interi brani. Chi si lasciava cadere addosso le canzoni come fossero ricordi. Chi si baciava piano. Chi rimaneva immobile, completamente assorto. Ma soprattutto, c’era una sensazione rarissima: nessuno sembrava (voler) essere altrove. In un periodo storico in cui molti concerti sembrano esistere soprattutto attraverso gli schermi dei telefoni, dentro alla Santeria si aveva la percezione opposta. La gente stava vivendo il momento. E Puma Blue, senza mai alzare davvero la voce, teneva tutti dentro quella specie di trance gentile.

Proprio per questo raccontare la scaletta avrebbe poco senso. Perché il live di Puma Blue non è sembrato una sequenza di brani, ma un unico flusso emotivo continuo, sospeso tra malinconia, desiderio e conforto. C’è qualcosa di profondamente cinematografico nella sua musica. Sembra fatta per le ore più silenziose della notte. Per i pensieri che arrivano quando tutto il resto smette finalmente di fare rumore.

Fuori continuava a esserci Milano, silenziosa come sanno esserlo soltanto certe domeniche sera. Dentro invece tutto sembrava lontanissimo.

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