Tante le mostre da non perdere a Torino nel corso di maggio 2026, dalle fotografie di EXPOSED alle grandi esposizioni nei musei e nelle gallerie cittadine.
La primavera è la stagione della fotografia a Torino: c’è il festival diffuso di EXPOSED, gli scatti di Edward Weston a CAMERA, quelli dello svizzero Walter Pfeiffer alla Pinacoteca Agnelli – per la prima volta in Italia – e le novanta affascinanti fotografie che raccontano David Bowie attraverso lo sguardo del fratello Terry Burns a Spazio Musa.
Nota di merito anche per Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno, in mostra alle Gallerie d’Italia: una serie di circa 60 foto suddivise in quattro capitoli che ritrae persone e animali colpiti dal cambiamento climatico, dal degrado e dalla devastazione ambientale.
Ampio spazio è poi sempre dedicato all’arte classica e contemporanea, come le opere di Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma alla Fondazione Accorsi-Ometto, ma c’è molto altro ancora. Di seguito le mostre da non perdere a maggio 2026 a Torino.
Dean Chalkley. Back in Ibiza e altre storie con EXPOSED

La mostra, allestita al Circolo del Design, riunisce tre serie del fotografo inglese, attivo dagli anni Novanta soprattutto in ambito musicale.
La prima è dedicata alla scena britannica dagli anni Novanta a oggi, con ritratti di icone come Amy Winehouse, Oasis e The White Stripes. Never Turn Back è invece un reportage intimo sul viaggio di un gruppo di ragazzi lungo le coste di Norfolk. A completare il percorso, Back in Ibiza, realizzato tra la fine del Novecento e l’inizio del Duemila, racconta dall’interno l’euforia e l’eccesso dell’isola, offrendo una testimonianza diretta e non nostalgica di quell’epoca.
Walter Pfeiffer. In Good Company alla Pinacoteca Agnelli

La Pinacoteca Agnelli presenta In Good Company la prima mostra istituzionale in Italia dedicata a Walter Pfeiffer, a cura di Simon Castets e Nicola Trezzi. Con più di cento opere a colori e in bianco e nero, scattate dai primi anni Settanta a oggi, l’esposizione intreccia le serie più iconiche dell’artista con immagini inedite, in un percorso senza gerarchie che evidenzia il suo contributo singolare all’arte, alla fotografia e alla moda.
In Good Company rende omaggio alla produzione prolifica e pionieristica dell’artista, che ha ridefinito i codici della fotografia, e traccia la traiettoria polifonica di Pfeiffer, che abbraccia tutti i generi della storia dell’arte – specialmente nudo, ritratto, paesaggio e natura morta – con un approccio che unisce formalismo, forza cromatica e sensualità.
Aprendo ripetutamente nuovi orizzonti, la pratica dell’artista si è sistematicamente avventurata in territori inesplorati: dalle sue rappresentazioni sincere delle identità queer e della sessualità alla sua reinvenzione senza precedenti dell’immaginario dell’alta moda attraverso ironia, giocosità e imperfezione.
David Bowie. Mio fratello allo Spazio Musa

Novanta fotografie costruiscono un racconto su David Bowie che parte da una relazione privata e attraversa l’intera traiettoria pubblica dell’artista. David Bowie, mio fratello è il progetto dello scrittore David Lawrence in programma per la prima volta in Italia, dopo l’esposizione a Parigi, dal 17 aprile al 12 luglio a Musa Art Gallery, Torino.
Il punto di vista è definito dall’impianto della mostra: la figura di Terry Burns, fratellastro di Bowie, diventa il dispositivo attraverso cui leggere immagini, testi e materiali. Non una retrospettiva, ma un percorso che mette in relazione episodi biografici, riferimenti culturali e costruzione dell’identità artistica. Il nucleo espositivo riunisce una rassegna di fotografie, in parte realizzate da autori che hanno seguito Bowie lungo la sua carriera – tra cui rari scatti di Denis O’Regan, Philippe Auliac e Michel Haddi – in parte provenienti da altri contesti. Le immagini non seguono una sequenza cronologica lineare, ma si organizzano per nuclei, restituendo passaggi, trasformazioni e continuità.
Accanto ai ritratti di Bowie compaiono figure che ne definiscono il contesto umano e creativo: familiari, musicisti, artisti e intellettuali, i genitori, il nonno, Thomas Edward Lawrence, Miles Davis, Lou Reed, Iggy Pop, Mick Jagger, Pablo Picasso, Bob Dylan, Brian Eno, Marc Bolan, John Lennon, Elvis Presley, Lindsay Kemp, Bing Crosby, Frank Sinatra, Jimi Hendrix, Jim Morrison, William S. Burroughs, Jean Genet, Jack Kerouac, Syd Barret, Angie Barnett Bowie, Otto Mueller, tra gli altri. Il percorso costruisce così una rete di relazioni che rimanda alle influenze alla base del suo lavoro, dalla musica alla letteratura, dalle arti visive al cinema.
Edward Weston a CAMERA

Fino a inizio giugno gli spazi di CAMERA ospitano gli scatti di Edward Weston. La materia delle forme, ampia retrospettiva organizzata da Fundación Mapfre in collaborazione con CAMERA e curata da Sérgio Mah. La mostra riunisce 171 immagini che attraversano oltre quarant’anni di attività di Edward Weston, dalle prime prove legate al pittorialismo fino alla piena affermazione nella straight photography.
Nick Brandt. The Day May Break alle Gallerie d’Italia

Aperto al pubblico fino al 6 settembre, il progetto The Day May Break, iniziato nel 2020, è una serie di circa 60 opere suddivise in quattro capitoli che ritrae persone e animali colpiti dal cambiamento climatico, dal degrado e dalla devastazione ambientale, mettendo in luce l’impatto profondamente sproporzionato che la crisi climatica esercita sulle popolazioni più vulnerabili del pianeta.
Per la prima volta, alle Gallerie d’Italia – Torino, tutti e quattro i capitoli di The Day May Break, di cui l’ultimo commissionato da Intesa Sanpaolo, sono presentati insieme, immergendoci in una visione dura ma poetica di ciò che resta, per ora, e che può ancora offrire speranza.
Chapter One (2021), realizzato in Kenya e Zimbabwe, e Chapter Two (2022), realizzato in Bolivia, presentano ritratti potenti e toccanti di persone e animali nello stesso fotogramma, entrambi duramente colpiti da siccità estreme o inondazioni che hanno distrutto case e mezzi di sostentamento. Le fotografie sono state realizzate in diversi santuari e riserve, dove gli animali sono sopravvissuti a ogni sorta di calamità, dalla distruzione dell’habitat al traffico illegale della fauna selvatica.
Chapter Three – SINK / RISE (2023), realizzato nelle Fiji, propone una visione simbolica e pre-apocalittica dell’innalzamento dei mari. I soggetti protagonisti, ripresi direttamente sott’acqua, rappresentano le molte comunità che nei prossimi decenni perderanno case, terre e identità a causa dell’aumento delle acque dovuto al cambiamento climatico.
Chapter Four – The Echo of Our Voices (2024), realizzato nel deserto della Giordania, ritrae famiglie di rifugiati che hanno lasciato la Siria a causa della guerra e che vivono ancora in uno stato di continuo sfollamento, in un mondo arido in larga parte a causa del cambiamento climatico. In questo capitolo, Brandt offre un commento profondo e delicato sulla resilienza e le connessioni umane di fronte alle avversità.
Il Sodoma in mostra alla Fondazione Accorsi-Ometto

La Fondazione Accorsi-Ometto ospita un’importante rassegna dedicata a Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma, a quasi ottant’anni dall’ultima grande retrospettiva che si tenne nel 1950 a Vercelli e a Siena.
La mostra, curata da Serena D’Italia, Luca Mana e Vittorio Natale, con il comitato scientifico composto da Roberto Bartalini, Francesco Frangi ed Edoardo Villata, propone per la prima volta all’attenzione del pubblico la produzione iniziale del pittore, nella quale emerge un’elaborazione frenetica delle diverse esperienze maturate dall’artista che gli hanno permesso di sviluppare un linguaggio del tutto personale.
Le oltre cinquanta opere presenti in mostra, alcune delle quali inedite o mai esposte prima, provengono da prestigiose collezioni private e da importanti istituzioni pubbliche.
Dalla bottega di Giovanni Martino Spanzotti, ai cicli di affreschi in Sant’Anna in Camprena (1503-1504) e nel chiostro di Monteoliveto (1505-1508), nel Senese, per giungere alle straordinarie puntate a Roma, sorretto dalla committenza di Agostino Chigi, Sodoma compie un viaggio che il percorso espositivo tenta idealmente di ricostruire.
A confermare l’intensità degli scambi tra il Piemonte e il centro Italia, dalla fine del Quattro agli inizi del Cinquecento, sono esposte alcune importanti opere di Macrino d’Alba (come la Madonna col Bambino in trono e santi della Pinacoteca Capitolina di Roma e una inedita predella con Cristo e gli apostoli proveniente dalla residenza papale di Castel Gandolfo), di Gaudenzio Ferrari; di Eusebio Ferrari e di Gerolamo Giovenone una delle varie versioni della Madonna d’Orleans di Raffaello.
