Il live dei Maruja è un rituale collettivo tra jazz e noise, politica e spiritualità

Il 13 aprile, alla Santeria Toscana 31, i Maruja portano finalmente in scena un concerto atteso per mesi, originariamente previsto per il 29 novembre 2025 e rimandato per problemi di salute della band. La band di Manchester trasforma il live in un rituale collettivo tra jazz, noise e spoken word. Report a cura di Federico Nique Nicoli.

Brutali e spirituali. Diretti e autentici.  È il modo più immediato per provare a raccontare cosa succede quando i Maruja salgono su un palco. Lunedì sera, alla Santeria Toscana 31 siamo stati travolti da qualcosa difficile da spiegare. Si parte subito con il manifesto “Bloodsport”: batteria martellante e impatto immediato. Non c’è tempo per entrare: sei già trascinato nel vortice.

Lo spazio di Santeria è quello giusto: una bolgia intima. Nessuna distanza di sicurezza. Nessuna estetica a fare da filtro. Solo corpi, sudore e un suono che non chiede permesso.

I Maruja ti colpiscono subito, senza costruzione, senza compromesso. L’impatto è fisico. È un muro che non puoi aggirare: puoi solo decidere se lasciarti investire. Ma è quando sembrano perdere il controllo che d’improvviso diventano introspettivi e profondi. Lì irrompe il sax di Joe Carroll. Non accompagna semplicemente ma squarcia le canzoni in tutte le direzioni. È l’elemento più folle e distintivo della band: sporco, nervoso, imprevedibile. Sembra che un pezzo stia per collasssare e invece si trasforma.

Quando il caos si organizza, anche solo per un attimo, e lascia spazio allo spoken word di Harry Wilkinson, succede qualcosa di diverso. Qualcosa che non è più solo musica. Diventa quasi spirituale. Non canta e basta: invoca, accusa, espone. È a metà tra un predicatore e qualcuno che sta semplicemente dicendo la verità, senza protezioni. Capisci che “impegnati” non significa politico in senso stretto. Significa necessario. Succede in modo chiarissimo in “Saoirse”.

It’s our differences that make us beautiful.

È una dichiarazione. Inclusiva, diretta, impossibile da ignorare. Come la grande bandiera della Palestina che a tratti viene sventolata sul palco: non come provocazione, ma come netta presa di posizione. Intorno, altri simboli si accendono. Il batterista indossa la maglia della nazionale di Gigi Buffon del 2006, memoria collettiva, identità, un momento in cui un intero Paese si è riconosciuto in qualcosa di comune. Joe Carroll, invece, porta una maglia dell’Inter con la scritta dello sponsor “Palestine”. Locale e globale. Appartenenza e lotta. Storia e presente che si sovrappongono nello stesso spazio, nello stesso momento.

Poi c’è la follia. Strutture che si spezzano, ripartenze improvvise, tensione continua. Non ti permettono mai di sentirti stabile. “Look Down On Us” arriva come un manifesto dentro il manifesto. Il pezzo che li riassume: se vuoi capire chi sono i Maruja, è da lì che devi passare. Ma sarebbe riduttivo fermarsi alla musica.

Perché sotto il palco succede la stessa cosa. Crowdsurfing continuo. Mosh pit costante. Non è chiaro chi stia suonando e chi stia vivendo tutto questo. Non c’è distanza. Non c’è separazione. È una catarsi collettiva. Tutto si collega davvero a Pain to Power, uno dei lavori più acclamati del 2025. Non solo come disco, ma come processo. Trasformare il dolore in qualcosa che non resta più dentro.

È questo che rende i Maruja diversi. Non sono una band costruita per piacere. Non cercano equilibrio. Cercano verità. E la loro musica riflette esattamente questo: jazz, punk, noise e spoken word che si intrecciano senza mai cercare una forma definitiva.

Tutto è movimento. Tutto è instabile. Tutto è reale. Alla fine del live resta una sensazione. Fisica, mentale, quasi spirituale. Difficile da spiegare, ma impossibile da ignorare. Come se per un’ora e mezza qualcuno avesse dato forma a tutto ciò che normalmente resta sotto la superficie.

Turn pain to power put faith in love

Be firm and loyal in yourself put trust

Be twice the ocean be twice the land

Be twice the water for your sons and daughters.

And love

Love

Love

Show love

Show love

Show love

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