Sul palcoscenico essenziale delle Fonderie Limone, dodici corpi bianchi cantano, danzano, si immobilizzano in tableaux vivants che riecheggiano l’iconografia sacra. Ma sono le parole, quelle parole note, usate, a volte addirittura abusate, eppure eterne, a prendere corpo: le frasi del Vangelo di Giovanni, nel secondo atto del trittico di Gabriele Vacis con i POEM. A cura di Ekaterina Anisimova.
Vacis non mette in scena un testo, lo incarna. Il Logos diventa gesto, ritmo, corpo. I giovani attori non recitano: sono un unico organismo che riflette sul potere della narrazione: come plasma le coscienze, come costruisce comunità.
Quello che abbiamo visto nei precedenti spettacoli di Vacis con i POEM – nella trilogia delle tragedie greche – lo ritroviamo anche qui: la presenza costante, corale, di tutti gli artisti in scena. Nel Vangelo acquista un’ulteriore simbologia: il Gesù che è in ognuno, non parla, ma viene parlato. L’energia giovane, pulsante e l’attualità della narrazione scaturiscono dalla costruzione collettiva dello spettacolo.

Sappiamo che nell’approccio di Vacis c’è sempre il dialogo con gli interpreti: si discute il testo di base, ci si riflette, e alcuni di queste riflessioni, soprattutto a livello personale, si intrecciano nello spettacolo. Ad esempio, la citazione di San Francesco da parte di Pietro Maccabei con cui ha in comune la città natia Assisi o i padri spirituali come Pasolini per Lorenzo Tombesi …ecco diventano storie non meno importanti delle parabole, rendendo la narrazione viva e presente.
Il pubblico è introdotto nel dialogo in modo sia diretto, quando gli interpreti si rivolgono a loro, ma anche con la sempre coinvolgente scenografia di Roberto Tarasco, che sfuma i confini tra platea e scena, creando uno spazio comune, trasformabile. È quella magia unica del teatro, quando con materiali semplici si reinventa lo spazio ascetico, creando mari e cieli, dando quasi vita a metafore. Una di queste, quella delle coperte termiche del pronto soccorso e d’emergenza, per gli sfollati, i naufraghi e le vittime di guerre, fa pensare alla fragilità, e forse alla speranza.
Tra i momenti di ironia che punteggiano lo spettacolo, spicca il confronto con un recente fatto di cronaca: il presidente Trump, circondato dal suo entourage in preghiera, ritratto come un Cristo attorniato dagli apostoli. Qui, quella stessa iconografia viene smontata e restituita al suo significato originario: il pane spezzato e distribuito al pubblico alla fine della rappresentazione non è un simbolo di potere, ma un invito alla condivisione. Un gesto che trasforma la comunità degli spettatori in una comunità di uguali, dove l’accoglienza e l’accettazione diventano pratiche concrete.


