Abbiamo intervistato AKA5HA, alias Matteo Castaldini, autore di “Rifiorirai” (Tanca Records), tra i dischi più belli usciti negli ultimi mesi. Con lui abbiamo parlato del significato della sua opera, dell’importanza dei processi di cambiamento (che a volte possono implicare dolore) e dell'”uomo che ha indicato la via”, cioè IOSONOUNCANE, che insieme a lui ha prodotto l’album. Di Edoardo D’Amato.
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Come stai? Immagino in questo periodo tu sia molto preso dai live. Dopo l’uscita di “Rifiorirai”, come ti stai approcciando alla dimensione “da palco”? Le tue canzoni si stanno in qualche modo evolvendo portandole in giro?
La dimensione live per me è ancora una cosa nuova. Sto cercando di “esplorarmi” da questo punto di vista, imparando tantissime cose diverse. Sul palco io suono i vari elementi elettronici, tra cui synth e drum machine e canto, mentre Giovanni Tamburini sta alla chitarra acustica e alla tromba. Entrambi ci posizioniamo di profilo rispetto al pubblico: l’obiettivo è di stabilire una certa intimità. E questo si rispecchia anche nelle canzoni: è un connubio molto organico, che oscilla tra dimensione acustica ed elettronica. Che poi è anche l’impostazione dei brani.
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Ecco, parliamo di “Rifiorirai”. Tra i vari passaggi dei testi, mi ha colpito ad esempio la frase “Che te ne fai del sole/E della fortuna/Se quando fuori piove/Solo allora ti senti sicura“. Di che cosa parla il disco? E che cosa ti ha ispirato nella scrittura?
Non c’è stata una volontà di parlare precisamente di una cosa. Non sono partito dicendo “Questo disco parlerà di…”. É venuto fuori tutto in modo spontaneo: piano piano, andando avanti nel lavoro, mi sono reso conto dei temi che in automatico uscivano. Perché l’approccio è stato proprio quello di cercare di destrutturare completamente quello che ero. La parola chiave è: cambiamento. C’è proprio una componente di cambiamento, del “rifiorire”, sia a livello personale che artistico, muovendosi nel mondo e andando avanti. Il dolore fa parte di questo processo e bisogna accettarlo: il messaggio è quasi un’esaltazione dell’accettazione del dolore. Bisogna per forza passare da lì. I testi sono il frutto di veri e propri tentativi, se vogliamo, anche “bambineschi”: il mio rapporto con la scrittura è molto legato alla musica. Lasciandomi andare completamente all’emotività di ogni brano, le parole sono uscite fuori spontaneamente.
Anche l’artwork sembra suggerire quello che hai trasmesso nei testi.
Esatto, indica proprio questo movimento verso l’alto che tende a fiorire. E passa da secco a sempre più rigoglioso.

Rispetto a quello che hai detto, immagino che allora tutto sia partito dalla produzione: le parole devono essere musicali rispetto al tappeto sonoro.
Esatto, anche perché essendo produttore, era ed è il mio terreno facile. Abbiamo costruito montagne di produzione; mischiato qualunque cosa con qualunque altra cosa; e capito poi di tutto questo grande casino quali erano veramente le colonne portanti di ogni brano e cosa invece andava tolto. È stato molto faticoso.
E in questo lavoro faticoso penso che ti abbia aiutato molto IOSONOUNCANE.
Totalmente! L’uomo che ha indicato la via (ride, NdR).
Com’è nato il rapporto con lui e come vi siete divisi i compiti in studio?
Ma guarda, in realtà il rapporto è nato semplicemente come nelle più classiche storie: gli ho mandato una mail e mi ha risposto, dicendomi che c’erano delle cose molto interessanti, ma che nei brani sentiva soprattutto il produttore e ancora poco l’autore. Quindi il lavoro è stato da parte sua, soprattutto, quasi filosofico, nel senso che non abbiamo fatto grandi sessioni in studio, le abbiamo fatte verso la fine, in cui ci siamo proprio detti: “Ok, rifacciamo questo synth, abbelliamo questo e quest’altro”, ma il grosso del lavoro è stato proprio di parole scambiate, di ascolti, nel senso proprio di: “Ehm, perché questo? Cosa succede qua? Perché questo non basta a se stesso? Questo reverbero vuole nascondere qualcosa o ha un significato?” Cioè, proprio cercare di andare a capire la struttura stessa di ogni cosa. C’è voluto un lungo dialogo e lunghi feedback. Ed è stato per me davvero illuminante sotto tantissimi punti di vista.
Riprendendo quello che stavi dicendo poco fa, sul fatto che IOSONOUNCANE ti avesse fatto notare che stava sentendo molto il produttore e poco l’autore, pensi che questo aspetto avesse anche contraddistinto il tuo precedente lavoro “Incanto e disperazione” (2022)?
È sicuramente così: per me prima l’utilizzo della voce era veramente quasi del tutto sonoro. Non era parola detta, ma era proprio parola che si fa gioco solo della propria forma. Si vede che lui l’ha sentito molto prima di me, che c’era anche altro. Mi ha indicato lui come far sì che questa cosa venisse fuori nel modo più naturale. Infatti, secondo me, la cosa più bella è che Jacopo non ha imposto alcuna idea, cioè lui non mi ha mai detto cosa fare, ha sempre lasciato fare totalmente tutto a me. Mi ha solo posto delle domande, continue domande su tutte le cose che accadevano e basta, e il resto è venuto da solo. Quindi, in realtà, i brani sono stati effettivamente tutti fatti da me, se parliamo proprio solo del pratico. Ma in realtà senza di lui questo disco, con questo processo, non ci sarebbe mai stato.
Infatti, rispetto al tuo lavoro precedente, la voce viene fuori proprio alla grande. Che cosa hai ascoltato in questi tre anni?
C’è stato un cambiamento anche negli ascolti. Si sentono ancora le mie radici urban, penso soprattutto nella cadenza delle parole, ma in questi anni ho recuperato tantissime cose che non avevo mai approfondito bene. Tipo i Radiohead. Quando ero piccolo mi piacevano tantissimo i Muse: solo dopo ho capito che loro li avevano ripresi. Molti mi dicono che nell’utilizzo della voce c’è una somiglianza con Thom Yorke. Ovviamente non c’è mai stata la volontà da parte mia di copiare, ma alla fine siamo sempre fatti di ciò che ci piace. Se qualcosa ci piace, ci risuona: in qualche modo, fa parte di noi.
Si, ora che faccio mente locale, forse in “Aia” si sente un po’ Thom Yorke.
Quel brano è stato abbastanza chiave. Dopo che è venuta fuori “Aia”, tutto è iniziato ad essere più chiaro: ho capito la direzione verso cui stavo andando. In realtà, è stata ispirata da “La pecora”, il primo disco di De Gregori. Avevo proprio iniziato ad abituare il mio orecchio a immaginare qualcosa che dovesse stare in piedi con solo chitarra e voce. E dopodiché ho cercato di capire effettivamente quale potesse essere il modo giusto per me. Perché una cosa di cui mi sono reso conto molto è che non avevo più abituato il mio orecchio alla semplicità, banalmente. Perché come produttore, avendo infinite possibilità di tutto, ero sempre abituato a dover stratificare.

Cosa significa AKA5HA? Perchè l’utilizzo del numero?
Ho scelto questo nome quando ero molto, molto più piccolo, e mi ci sono affezionato con il tempo. In sanscrito significa “etere”, quindi è proprio il vuoto, l’aria, in cui teoricamente poi si propaga il suono. Ho utilizzato il numero 5 perché sarebbe il quinto elemento. Erano tempi in cui i numeri si usavano, mi piaceva. Ah, e poi c’era anche una cosa proprio tecnica: c’era già un altro che si chiamava Akasha con la S, quindi…
L’utilizzo del numero mi ha riportato indietro al 2019, quando era uscito “23 6451” (“Le basi”) di Thasup.
Deriva sicuro da quel periodo: producevo proprio in quel periodo lì. Anche se sono sempre stato abbastanza fuori dal coro nella scena urban hip hop: ero quello strano (ride, NdR).
Insieme a “La Maccaia”di Gaia Banfi, “Rifiorirai” è un’altra delle bombette uscite dal laboratorio di Trovarobato e Tanca. Com’è nato il rapporto con Tanca e come si sta sviluppando?
“La Maccaia” l’ho mixato io, quindi lo conosco bene. Quando lei stava lavorando al suo album, io stavo lavorando al mio. Tra influenze e conoscenze varie, siamo entrati in contatto con la famiglia di Trovarobato e Tanca, di cui IOSONOUNCANE è direttore artistico. Così ho mandato il disco a Jacopo, ed eccoci qua.
“Rifiorirai” è anche un progetto multidisciplinare: è uscito un corto dedicato all’opera. Che esperienza è stata? E com’è stato vedere il proprio progetto musicale trasposto in immagini?
L’abbiamo proiettato il giorno della release al Baumhaus di Bologna lo scorso 8 novembre. Si intitola “Talea” e il regista è Simone Peluso, che è un mio carissimo amico, con cui avevo già lavorato per il videoclip del disco precedente. Lui aveva l’esigenza di spostarsi in un qualcosa di più narrativo, che non fosse solo il videoclip, dove molto spesso sei obbligato semplicemente a dare dei colori o comunque una microstoria a delle canzoni. Quindi, invece di fare il videoclip di una canzone, abbiamo pensato di mettere delle parti di canzone e fare da colonna sonora ad una storia. È stata un’esperienza molto, molto, molto bella. Davvero interessante vedere tutto ciò che c’è dietro una cosa del genere. Comunque stiamo lavorando per renderlo fruibile sulle piattaforme.
Concludo chiedendoti: ora che il tuo nuovo progetto è uscito, continuerai a produrre ancora per altri oppure l’intenzione è per il momento di dedicarti 100% al ruolo di autore?
Non ho nessuna intenzione precisa, nel senso che nel momento in cui dovesse capitarmi un progetto che mi anima tantissimo, non vedo perché non seguirlo. Allo stesso tempo, diciamo che sicuramente il processo di attenzione che mi ha portato a fare questo disco mi ha aperto la mente su ciò amo fare. Ovvero, stare in studio e scrivere canzoni. Sono in una fase di “restringimento” dei progetti a cui lavorare. Per realizzarli meglio.
Di seguito alcuni link utili per approfondire AKA5HA:
Bandcamp: https://trovarobato.bandcamp.com/album/rifiorirai
Sito ufficiale: https://aka5ha.com/
Instagram: https://www.instagram.com/aka5ha__/?hl=it
