Il buio, poi la luce: intervista a Jolanda Moletta

Originaria di Mondovì, in Piemonte, e influenzata sin da piccola dal folklore tipico dei paesini del cuneese, Jolanda Moletta in questi anni ha messo la voce al centro della sua ricerca musicale, creando un ponte tra l’invisibile e il visibile, tra il buio e la luce. L’abbiamo intervistata partendo dalla sua partecipazione al Festival “La notte del Re di Biss” della scorsa estate, dove si è esibita nel bosco di Civiasco prima di giorno e poi di notte. Ne è uscita fuori una chiacchierata più ampia su musica, arte, natura e creatività.  Di Edoardo D’Amato.

*

Come nasce “Circle of Shadows, Circle of Light”? Abbiamo visto la tua performance della scorsa estate al Festival “La notte del Re di Biss” e siamo rimasti affascinati dall’utilizzo della voce e dei suoni drone-based.

Circle of Shadows, Circle of Light nasce proprio dall’invito di Carlotta Sillano al Festival “La notte del Re di Biss”. Ho deciso di creare un progetto su misura per l’evento, site-specific e in linea col tema dell’anno: l’ombra. Carlotta mi ha proposto di suonare due set nel bosco, uno al tramonto e uno di notte sotto la luna piena. Ho lavorato a due long-form: Circle of Shadows e Circle of Light. Ho pensato al simbolo del cerchio come elemento guida: geometrico, magico e lunare, lo stesso che avrebbero formato gli spettatori assistendo alla performance. Come negli altri miei lavori finora, ho usato loop vocali e drones creati con la voce: sempre cantata, a volte processata…a volte ultra-processata.

La voce umana, al centro della mia ricerca, può evocare emozioni, connessioni primordiali e ancestrali, mondi interi. Suoni ripetuti come drones o ostinati ritmici e melodici possono favorire la sincronizzazione delle onde cerebrali, e dunque stati di rilassamento, trance o introspezione. Considero i miei concerti come un piccolo rituale, una cerimonia consapevole. Ogni giorno compiamo piccoli rituali personali, o partecipiamo, spesso inconsapevolmente, a rituali collettivi. Il mio intento è di creare momenti di consapevolezza collettivi, per ritrovare equilibrio, attenzione ed energie. 

Praticamente un anno fa pubblicavi “Night Caves”, disco che ha proseguito questo viaggio di esplorazione interiore partito da “Nine Spells” nel 2022. Cosa ti ispira? E come si sviluppa il processo di creazione dei tuoi incantesimi sonori?

Sono nata e cresciuta circondata da boschi e montagne, immersa in un folklore antico. Ho ascoltato i racconti dei nonni sulle Masche, termine dialettale (tradotto riduttivamente come ‘streghe’) che accomuna guaritrici, levatrici, donne esperte di erbe e cerimonie stagionali. Ricordo i miei nonni parlare in dialetto, una lingua che per me aveva qualcosa di magico, piena di storie, detti e parole che portavano con sé secoli di significato. Ho capito che questo senso di meraviglia aveva radici che affondano in un passato lontanissimo, traboccante di archetipi, magia e folklore.

Studiando greco antico e latino ho letto di Medea che cantava sotto la luna piena mentre raccoglieva erbe, della Pizia che profetizzava nella sua grotta, delle Baccanti che usavano musica, voce e ritmo per entrare in stati alterati di coscienza. Natura, spiritualità e musica sono da sempre intrecciate e, spesso, incarnate dalle donne. Queste figure femminili hanno da sempre ispirato la mia ricerca.

Considero la voce uno strumento sacro, liminale, un ponte tra il visibile e l’invisibile. I miei progetti partono sempre da un’improvvisazione vocale che segue o precede, quasi istantaneamente, una visione: in viaggio di ritorno da un tour, mentre attraversavamo le Alpi e osservavo rocce, neve e cielo ho immaginato una grotta. Mi sono vista mentre suonavo in quella grotta, e da quell’immagine si è sviluppato il progetto Night Caves: il disco, il film che accompagna il lavoro, i colori di base da usare e la loro simbologia, e così via. Per Nine Spells, invece, ho voluto lavorare sul mio albero genealogico al femminile: mi hanno ispirato le foto, le storie delle mie antenate e tutti i ricordi che avevo ancora a disposizione. 

Jolanda Moletta, Photo Giorgio Violino

A proposito di “Night Caves”. Recentemente è uscito un cortometraggio dedicato, girato in una serie di grotte in Italia, dove emerge pienamente il tuo approccio olistico: la musica che si mischia alle immagini e ai simboli. Che esperienza è stata?

Mi piace definire i miei lavori, in cui musica, field recording, immagini e simboli si fondono e si compensano, Sonic and Visual Spells. Cerco una forma di comunicazione che possa essere allo stesso tempo personale e universale, prendendo spunto da archetipi comuni a tutte le culture e che possono connetterci attraverso emozioni, valori, esperienze condivise. La mia ricerca su queste relazioni rende il mio lavoro più familiare e accessibile, anche quando è più sperimentale.

Night Caves è un album per sola voce, accompagnato da una serie di collage fotografici che rappresentano portali verso il mondo interiore, e da un film ricco di simboli e immagini sotterranee.

Il film Night Caves, di cui curo la regia e l’editing, nasce grazie alla collaborazione con una serie di artisti con cui lavoro da anni: il mio compagno di vita e musica Demian Endian, che compare nel capitolo finale ‘Green’, Giorgio Violino, fotografo capace di seguire le mie visioni al di là delle parole, Elena Gaia Bedino, forte di un’esperienza decennale nel cinema e nel teatro, cha ha recitato e curato tutti i costumi, la pittrice Stefania Lubatti che ha creato le maschere che indossiamo nel film, Elisa Spagone della compagnia Orderly Dance che ha curato la coreografia del capitolo ‘Black’. Il tema centrale del film è il viaggio negli inferi, un mito antico e comune a tantissime tradizioni – Inanna per i Sumeri, Persefone, Orfeo e Euridice per i Greci, ma anche Iside e Osiride per gli Egizi: discendere nell’Aldilà, affrontare l’ombra, ritrovare il fuoco creativo e tornare in questo mondo rinnovati sono tutti passi della trasformazione alchemica interiore. 

Sempre spulciando sul tuo canale YouTube, ci si può imbattere nella “Sonic Spells Series”. Ce ne puoi parlare?

Mi piace indagare sul confronto tra la spontaneità e la naturalezza della voce con la tecnologia e il live processing. In questa serie di video appena iniziata, condivido i miei esperimenti con wearable controllers/sensori e voce. Mi interesso alla tecnologia solo se si può adattare alla mia visione artistica: i controllers sono funzionali alla mia idea di unire voce e gestualità rituale. Ogni movimento è pensato per evocare l’invisibile, per dar corpo alla voce e alle emozioni in modo preciso. La tecnologia diventa così uno strumento concettuale, che può dare chiarezza alla visione senza sovrapporsi ad essa. Per ora si tratta di esperimenti, una sorta di diario di improvvisazioni e ricerche sonore da sviluppare

Le grotte in “Night Caves”, il mare nel disco “Sea Swallowed Wands” realizzato insieme a Karen Vogt, le performance al Re di Biss nel bosco di Civiasco… C’è sempre un collegamento con l’elemento naturale nella tua musica.

A livello di studi e interessi personali, negli ultimi anni sto approfondendo l’ecomusicologia, un campo interdisciplinare che analizza il rapporto tra musica, suono, ambiente ed ecologia. Non si occupa della “natura” in senso romantico o idealizzato, ma affronta anche temi come la crisi ecologica, l’urbanizzazione, il colonialismo, il genere e le relazioni di potere, osservando come questi si manifestino attraverso l’ascolto degli ambienti sonori che ci circondano.

Il mio punto di partenza è stato il lavoro di Bernie Krause, scoperto anni fa quando vivevo a San Francisco. I suoi studi in ambito ecomusicologico sono per me fondamentali: l’analisi del paesaggio sonoro naturale e la sua distinzione tra geofonia, biofonia e antropofonia mostrano come gli ecosistemi siano organizzati acusticamente e come l’intervento umano ne alteri profondamente l’equilibrio. Il lavoro di Bernie Krause rende evidente che la crisi ecologica è anche una crisi dell’ascolto: la perdita della biodiversità è sempre accompagnata da una perdita sonora.

Per me è importante vivere nella natura e non pensare all’ecologia in modo astratto e distaccato. Mi chiedo spesso: che cos’è davvero la natura? 

Ad un livello più filosofico, rituale e artistico sono molto legata ai cicli naturali, alla luna in particolare. Per quasi due anni ho condiviso un brano nuovo ad ogni luna piena con i miei subscribers di Bandcamp. Ho cominciato a lavorarci in luna nuova, piantando un seme nel buio. Mentre la luna cresceva, vedevo crescere anche il mio lavoro, e lo lasciavo andare al massimo della luce. Passare del tempo circondata dalla natura, ascoltando il paesaggio sonoro che mi circonda è fondamentale, mi ispira ogni giorno ed è il motivo per cui sono tornata a vivere vicino ai boschi e alle montagne. Noi siamo natura, partecipiamo ai suoi cicli di vita/morte/vita, e il contatto con la terra mi aiuta a ricordarlo. 

Spezzone dal film “Night Caves”

Dal 2013, anno d’esordio del progetto She Owl, è cambiato il mondo. Artisticamente parlando, cos’è cambiato invece in te durante questi anni? Quali sono i tuoi artisti/e, non per forza musicali, di riferimento oggi?

L’autrice Clarissa Pinkola Estés ha coniato la parola overculture molti anni fa, per parlare della griglia con cui la società dominante tenta di standardizzare gli esseri umani con modelli e convenzioni allo scopo di “…sminuirli, rinchiuderli in scatole come fiammiferi, esortarli a comportarsi ‘come si deve’” (C.P.Estés), ad essere “conformi e performanti”. Non credo che la overculture sia cambiata, credo stia mostrando il suo vero volto e che i suoi effetti catastrofici siano sempre più evidenti. Quello che è cambiato in me artisticamente, nel tempo, è l’aver compreso che creare musica e arte non è un qualcosa di superfluo come la overculture vuole far credere, e soprattutto non necessita dell’autorizzazione di nessuno.

Mantenere l’immaginazione attiva, mente e cuore aperti, approfondire al di là del proprio campo in cui si opera, collaborare: questo crea bellezza, relazioni sane, crea nuovi mondi possibili. Anni fa ero molto più pessimista, ora vedo possibilità e alternative agli standard della overculture. L’obiettivo è vivere una vita creativa, essere creativa in qualunque ambito io possa toccare. In questo mi ha sicuramente ispirato David Lynch, con i suoi film, la sua musica, i dipinti, le comic strips, la sua filosofia: amo quando parla di creatività, meditazione, di come parla di ombra e luce nelle sue opere. “Keep your eye on the doughnut, not the hole”.

Più recentemente mi sono immersa nella poesia di Chandra Livia Candiani e Mariangela Gualtieri, e nei libri di Ursula K. Le Guin, di cui amo l’abilità nel creare mondi fantastici e nel sollevare questioni ancora oggi importanti e presenti. Un’artista che mi ha sempre affascinato e che ultimamente sto esplorando in modo approfondito è Leonora Carrington, i cui lavori sono vere e proprie mappe per orientarsi in un viaggio iniziatico. Amo anche Remedios Varo, pittrice surrealista profondamente interessata a magia, alchimia e all’occulto che fu amica intima di Leonora Carrington in Messico.

Riguardo l’aspetto più tecnico del mio lavoro, negli ultimi anni mi sono concentrata sulla produzione musicale, per poter lavorare in autonomia e coi miei tempi. Questo ha arricchito notevolmente il mio modo di comporre. Alcuni miei progetti solisti sono nati proprio mentre cominciavo a impratichirmi e sperimentare sulle DAW. Lavorando molto in studio con mixing e recording engineers in passato mi sentivo spesso come una pittrice con le mani legate, costretta a spiegare ogni pennellata a qualcuno che dipinga per lei. Ora ho ripreso possesso della tela e del pennello. 

“Nine Spells” live

Tornando a “Circle of Shadows, Circle of Light”, le cassettine in limited edition sono davvero stupende, super curate anche nell’artwork! Ci puoi raccontare perché hai scelto questo supporto e cosa rappresentano per te l’ombra e la luce?

Grazie davvero! Curo personalmente il design di ogni uscita, mi interessa creare un’esperienza curata nei minimi dettagli, magica e… in copie limitate. Insieme alla cassetta ho deciso di includere due mini candele naturali, una bianca e una nera, e dei suggerimenti per creare un piccolo rituale di ascolto. Ho avuto il piacere di includere nel booklet due bellissime cianotipie di Martina Saule, create da due foto della mia performance a La Notte del Re di Biss. Proprio sul vostro IG ho scoperto Martina (che non conoscevo) e l’ho subito contattata chiedendole di includerne almeno una nel booklet come ricordo di quel momento: erano perfette e in linea con i colori che avevo scelto per l’album e la foto di copertina. 

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Outsiders webzine (@outsiders_webzine)

Le uscite in formato fisico sono un modo per favorire un ascolto profondo e consapevole della musica, in un periodo in cui l’ascolto distratto di brani di pochi secondi sui social sembra essere la regola. Fortunatamente incontro sempre più persone che ricercano un ascolto della musica più legato alla fisicità, come è stato per la mia generazione nata negli anni ’80: le cassette riavvolte con una penna, i mixtape, i booklet dei cd che custodivano testi e immagini… Ho già fatto una serie di uscite in cassetta, per esempio col mio progetto Birdscapes (piano e field recordings di canti di uccelli registrati da amici in diverse parti del mondo, dal Messico al Giappone all’Australia nel 2020) ho lasciato due minuti vuoti sul lato B della cassetta invitando a sovraincidere i propri ambienti sonori naturali preferiti. 

L’ombra e la luce per me sono entrambe necessarie, tanto opposte quanto inseparabili. Simboleggiano l’essenza dei cicli della natura: niente di più semplice, ma a volte così difficile da vivere e accettare. Per questo lavoro ho pensato al processo alchemico, trasformativo descritto da Jung come “Notte oscura dell’anima”: quella dimensione in cui si perde ogni certezza, l’ego si confonde e sembra svanire, in cui si affronta la propria ombra prima di tornare alla luce. Solo attraversando l’ombra siamo in grado di apprezzare e vivere veramente la luce. Nell’ombra, nel lunare, nelle memorie, nell’essere ritirati, nell’introspezione inquieta c’è un valore, un’Importanza pari a quella della luce, del sole, del fuoco, dell’essere nel mondo per condividere ed esprimersi. Ogni brano di questo lavoro è pensato per essere ascoltato in ciascuna di queste due fasi, in qualsiasi delle due ci si trovi.

Domande di rito finali: a cosa stai lavorando adesso? Ti rivedremo live nei prossimi mesi?

Ho un nuovo disco in uscita quest’anno che, mentre rispondo a questa domanda, non è ancora stato annunciato: il disco comprende undici collaborazioni con vocalist da diverse parti del mondo, e sarà accompagnato da un breve film molto speciale girato tra la Liguria e la Sardegna. Il lavoro è stato enorme e complesso, mi ha richiesto tre anni e per raccontarlo sarebbe necessaria un’altra intervista. Sarò al Festival Seeyousound a Torino mercoledì 4 marzo con il mio progetto Sacred Space + insieme a Irene Fortunato, e poi ad altri concerti, soprattutto in festival Europei. E continuerò la mia collaborazione con Karen Vogt.

Di seguito alcuni link utili per approfondire i lavori di Jolanda Moletta:

Sito ufficialewww.jolandamoletta.com