Il Cacciatore: le conseguenze della guerra

L’inizio del 2024 ha regalato a cinefili e non l’opportunità di vedere (o rivedere) su grande schermo in versione restaurata The Deer Hunter (Il Cacciatore), capolavoro di Michael Cimino realizzato nel 1978. Un film ancora oggi capace di emozionare e scioccare, per come analizza l’orrore della guerra ma soprattutto il prima e il dopo, l’attesa e il ritorno, la paura e l’amore, in un percorso le cui conseguenze fanno sì che superato il fronte nulla possa più essere come prima.

Danze di morte

Le tre sontuose ore di The Deer Hunter si aprono con un lungo capitolo dedicato a un matrimonio: balli sfrenati, alcool, sudore, baci, allegria. Un baccanale apparentemente illimitato, dentro cui però si nasconde come malefico germe il countdown di tre amici verso la loro partenza per il Vietnam. L’antitesi tra le copiose immagini di festa e i pensieri inquieti nella mente dei protagonisti costituisce il primo punto focale dell’opera e ne racchiude sin da subito il significato complessivo, nell’abbraccio inquieto a un’esistenza che a breve subirà shock inauditi e irreparabili.

Il Cacciatore, ancora oggi, non risulta dunque tanto un film sulla guerra in senso stretto, quanto piuttosto sul prima e sul dopo, sulle battaglie emotive e gli aneliti di speranza, la corsa verso la morte e le ferite non più rimarginabili. Si folleggia, si beve, ci si prende in giro, si perdono le staffe, si torna a sorridere. Ma poi arriva la mostruosa logica del conflitto armato, arrivano le scene di violenza davanti ai propri occhi. La mente vacilla, inciampa, impazzisce. A casa c’è chi aspetta, senza peraltro poter avere la minima idea di cosa voglia dire essere là.

Infine, il ritorno. O qualcosa di simile. Accoglienza da eroi, strette di mano, complimenti a profusione. Dentro, però, il sangue che scorre. Chi ce la fa ma mutilato nel corpo e nel cuore, chi dalla guerra potrebbe uscire ma preferisce starci dentro perché ormai è pelle su pelle. Fuori dalle trincee e dalle foreste sulla morte ci si gioca anche: la roulette russa, il beffardo ghigno della sorte, il numero giusto o sbagliato, la pallottola buona o cattiva. In fondo poco importa, poiché l’ineluttabile idiozia della vita ha già espresso il suo incubo.

Volti indimenticabili

Quando un film entra nel Mito, accade per diverse ragioni. La bellezza espressiva, la capacità di penetrare nell’immaginario collettivo, la miracolosa alchimia delle sue componenti. Nel mosaico gli attori hanno un’importanza fondamentale; la gloriosa opera di Cimino non fa certo eccezione. Robert De Niro, collezionista di prove recitative straordinarie, incarna alla perfezione i sentimenti contrastanti di Mike Vronsky.

Due anni prima lo avevamo visto parlarsi allo specchio in Taxi Driver, negli anni successivi lo avremmo visto “andare a letto presto” in C’era una volta in America, perseguitare il suo avvocato in Cape Fear e dirigere spietatamente i casinò di Las Vegas nell’omonima meraviglia scorsesiana. Qui è perfetto, come lo sono Christopher Walken (spalla ideale), Meryl Streep (radiosa) e tutti gli altri interpreti di un lavoro eccelso in grado di colpire l’anima ora come allora.