Ciao Discoteca Italiana racconta il Bel Paese attraverso i suoi simboli pop

Un immaginario ben preciso, uno stile riconoscibilissimo e una comunicazione studiata nei minimi dettagli: il successo di Ciao Discoteca Italiana fa rivivere un’Italia che non esiste più.

Nato nei Docks Dora di Torino (il vecchio complesso di magazzini generali in Barriera di Milano, oggi polo commerciale e culturale), Ciao Discoteca Italiana è un collettivo partito nel 2017 dal vertice occidentale del triangolo industriale. In poco più di cinque anni ha conquistato un seguito notevole, da Nord a Sud dello Stivale. Merito in primo luogo dei suoi stupendi manifesti, con cui rielabora in chiave moderna il paesaggio sonoro e visivo della produzione culturale italiana che va dagli anni ’60 ai primi ’90. Testi delle canzoni, estratti di poesie e slogan politici di stagioni passate rivivono in stampe realizzate sfruttando un mix di varie tecniche produttive, su carte pregiate e in edizioni limitate.

Ma C.D.I non è solo questo. Parallelamente alla realizzazione di manifesti e altri accessori (t-shirt, cappellini, teli mare e quant’altro), il progetto porta avanti anche l’attività musicale in club e festival con serate dove protagonisti sono i set dei dj del collettivo. Ne abbiamo parlato con Andrea Nissim, uno dei fondatori.

Teoria Applicata alla Sala da Ballo, giusto? Come nasce C.D.I.?

C.D.I. è nata come una serata. Era un progetto a cui io e Federico Baldi pensavamo già da un po’: proporre musica italiana del passato, quella dei nostri genitori e nonni diciamo. Ma l’idea era di farlo in salsa contemporanea: non un karaoke, ma una serata di clubbing. Era un progetto, un’ipotesi, che abbiamo poi sviluppato intorno al 2017. E devo dire che, combinando cantautorato con musica pop e italo-disco più elettronica, ha funzionato subito molto bene. Veniva soprattutto gente tra i 25 e i 35 anni: un pubblico che quella musica non l’ha ascoltata quando è uscita, ma è rimasta nel DNA, diciamo, di tutti. È la musica delle cassette nella macchina dei genitori, che ascoltavamo tutti quando viaggiavamo con loro.

Per prepararmi all’intervista ho letto diverse cose online su Ciao Discoteca Italiana. Se ho capito bene i poster venivano affissi ai muri di Torino per promuovere le serate. Vi sareste mai aspettati che i manifesti si sarebbero evoluti da elemento di arredo urbano a casalingo?

Per promuovere la serata c’erano un paio di ipotesi, tra cui quella dei manifesti. L’idea era di mettere queste frasi di canzoni, iconiche o meno, e decontestualizzarle, senza specificare l’autore e neanche promuovendo la serata in sè. Non c’era mai il riferimento al locale, all’evento. Era proprio una cosa quasi di arte urbana: l’effetto che volevamo ottenere era colpire le persone con frasi d’amore messe su un muro, completamente decontestualizzate e con le grafiche politiche degli anni ’70. All’inizio dunque non c’era una vera e propria strategia, tantomeno di passare dal muro al salotto così, subito. Noi volevamo lasciarli sui muri, come fossero degli interventi artistici a corredo delle nostre serate.

Poi però è arrivato il Covid…

E gli eventi si sono fermati, per cui avevamo più tempo a disposizione per lavorare sui manifesti. A giugno 2020, io, Federico e Giulio La Ferrara abbiamo deciso di aprire lo shop online e proporre i poster in vendita. Il successo è stato immediato: già avevamo ottenuto un po’ di seguito nei tre anni precedenti grazie ai social, alla comunicazione e agli eventi, e quando abbiamo lanciato lo shop c’è stato fin da subito un grande riscontro.

Tra l’altro proprio in questi giorni sono aperti i negozi pop-up a Milano, Bologna e Roma. Come stanno andando? Dalle storie su Instagram ho visto che c’era tanta gente alle varie inaugurazioni!

Sta andando molto bene! A Bologna c’è stata anche una mostra con i nostri manifesti. È il terzo anno che proponiamo i Temporary Store durante il periodo natalizio. Al di là dei negozi pop-up, ogni tanto è possibile incrociarci al Balon di Torino con il nostro banchetto.

Tornando alla genesi di Ciao. Da chi è formato il team che ha dato il là al progetto? E chi collabora con voi quotidianamente e saltuariamente?

Il lavoro creativo è fatto da noi tre, di quello prettamente grafico se ne occupa in particolare Giulio. È lui che firma la grafica definitiva. Poi in un paio di occasioni abbiamo lavorato anche con illustratori esterni: ad esempio per il poster di Raffaella Carrà ci siamo affidati a Sarah Mazzetti (che ha curato anche il libro su Lucio Dalla), mentre per quello di Pino Daniele ad Alberto Casagrande. Abbiamo anche collaborato con altri illustratori: il nostro è un approccio quasi minimale per molti aspetti, e a volte ci servono stili diversi per realizzare l’idea che abbiamo in mente.

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Prima hai citato il lavoro che avete fatto su Lucio Dalla. Come si è sviluppata l’idea di illustrare “Il Parco della luna”?

Lucio Dalla è uno dei nostri riferimenti. Avevamo questa canzone in testa da un po’, una non-hit del suo disco Dalla del 1980. Per quanto stupenda, è una traccia un po’ più tracurata del suo repertorio. E ascoltandola ci è venuta in mente l’idea che sarebbe funzionata molto bene come una storia raccontata per immagini. Quindi non volevamo solo fermare una frase in un manifesto come un’istantanea, ma produrre qualcosa di più articolato. Per l’occasione abbiamo perciò provato a trasformarci in una casa editrice. E anche in questo caso ci siamo afffidati a Sarah Mazzetti, che è una delle nostre illustratrici italiane preferite, con cui abbiamo lavorato passo passo, ma lasciando la sua creatività completamente libera. Ne è venuto fuori un libro di cui siamo fieri, per bambini ma in realtà per tutti, realizzato in collaborazione con la Fondazione Lucio Dalla. Ci tengo a sottolineare che parte del ricavato della vendita del libro andrà alla Fondazione Sant’Orsola e servirà alla costruzione di un vero “Il Parco della luna”, un hub educativo per accogliere i bambini e le bambine ricoverati nel Policlinico Sant’Orsola di Bologna.

Volevo ricollegarmi a una cosa che hai detto prima sulla nostalgia, perché mi interessa molto. Parlavi appunto di come molte persone, che sono anche il target a cui vi rivolgete, abbiano assorbito certa musica e arte indirettamente tramite genitori e nonni. Però ho notato che il concetto della nostalgia si applica anche ad altre cose. In alcuni vostri copy che mi sono piaciuti tantissimo fate riferimento ad esempio a Sigonella. Andando alle vostre serate, ho notato che spesso ci sono dei visual che rimandano alla Prima Repubblica, ai discorsi di Craxi. Quel periodo storico e politico non l’ho vissuto, in quanto classe ’90, ma quando vedo certi video e respiro quell’odore di Prima Repubblica mi viene una nostalgia indotta. Non so come dirlo diversamente.

C.D.I. nasce nel 2017, ovvero già dieci anni di crisi economica in un Paese che fatica a trovare un senso di sè sotto vari punti di vista. Il periodo storico a cui facciamo riferimento nel nostro immaginario è quello che va dal 1960 al 1994, idealmente dalla vittoria di Modugno al Festival di Sanremo fino al rigore sbagliato da Baggio. Più di 30 anni in cui l’industria culturale italiana, con la sua cultura, il design, la musica, la letteratura, la televisione e perfino la politica, era diventata un laboratorio unico nel mondo, di altissimo livello. E anche l’industria della musica pop produceva prodotti di grande qualità. Questo momento magico noi 30enni l’abbiamo solo sfiorato, crescendo nell’opulenza degli anni 80 e 90. Poi c’è stata Mani Pulite nel ’92, che ha raso al suolo le certezze idelogiche di un Paese che aveva creduto tanto nella piazza, nei partiti, nella politica in generale. Con l’avvento del Berlusconismo si è poi impoverito anche il linguaggio e di conseguenza il dibattito politico e pubblico. Non so se si tratta di nostalgia, ma sicuramente c’è stato e tuttora c’è un senso di vuoto. Secondo noi la musica, la canzone popolare, rappresenta uno dei pochi filoni rimasti di appartenenza, di unione collettiva del Paese. Per questo motivo ci chiamiamo Ciao Discoteca Italiana, perchè è proprio in quel luogo fisico, la discoteca, che si condividono contemporaneamente le stesse esperienze, le stesse emozioni. Quando la musica viene suonata.

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Il dibattito politico e pubblico è tanto peggiorato…

Senza scomodare i vari Pasolini o Enzo Biagi, prendi le interviste che venivano fatte nelle borgate, nei rioni, nei negozi. I ragionamenti delle persone comuni, magari non acculturate, laureate ecc. e in alcuni casi veramente con scarsa educazione, erano sorretti da un linguaggio più ricco. Ciò portava di conseguenza ad un approccio diverso rispetto all’interpretazione dei concetti. E anche gli intervistatori facevano domande molto più complesse e ragionate rispetto a ciò che si vede adesso. Quindi anche a livelli bassi c’era un linguaggio, un’interpretazione del contesto molto più raffinata.

C’erano anche dei toni più costruttivi e comunque civili, ma non per questo meno espliciti e diretti. Mi viene in mente un video presente su YouTube in cui Lucio Battisti dibatte con un critico musicale che lo accusava di non avere una bella voce.

Che si chiama Nissim, tra l’altro!

Caspita, è vero, non ci avevo pensato! Certo, l’accusa lì era molto forte e fuori fuoco per quanto mi riguarda, ma era espressa in modo molto educato e sobrio.

L’altro giorno ho visto un’intervista di Paolo Villaggio da Minoli. Argomento droga, perché il figlio di Paolo Villaggio era tossicodipendente e stava a San Patrignano. Mezzora in cui, comunque, si parla di tossicodipendenza, un tema scottante in cui nell’intervistato c’era anche il dramma di un padre. Non c’è stato un secondo di sensazionalismo e spettacolarizzazione, tutto molto sobrio, misurato e analitico. Un livello di discussione su questi temi, anche pruriginosi, molto diverso rispetto a quello della tv di oggi.

Tornando a C.D.I., quanto è stata importante l’esperienza dell’Astoria? Almeno a livello comunicativo mi sembra ci sia un fil rouge tra le due esperienze, ma penso anche che l’attività del locale sia stata importante per intercettare i mood e gli interessi di quello che sarebbe diventato il target di riferimento di Ciao.

Si, sono un po’ le nostre indoli personali che ci fanno lavorare – anche a livello comunicativo – sul rimpianto, sul rimorso legato all’amore. Che poi sono i temi tipici della musica leggera italiana. La comunicazione dell’Astoria la facevamo io e Federico e questo aspetto si è trasferito anche in alcune cose di C.D.I. L’Astoria comunque è stato molte cose. Sicuramente, è stato un laboratorio per capire cosa funzionava e cosa no. Ad esempio, l’espolosione dell’it pop ci ha fatto intuire che stava ritornando l’amore per un certo tipo di lirismo della canzone leggera italiana e cantautorale. Questo ci ha ispirato poi per quella che sarebbe diventata la proposta di Ciao.

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Infatti ricordo di aver visto all’Astoria dei gruppi che sarebbero esplosi di lì a breve. I Coma Cose ad esempio…

Si, i Coma Cose suonarono al primo anno di Ciao. Non sono stati gli unici: ricordo Andrea Poggio e Colombre, per citarne due.

Facciamo un gioco: C.D.I. nasce nel 2063 e deve scegliere un artista contemporaneo per il suo primo poster a tema musicale. Su quale cantautore o band ricade la scelta? E quale potrebbe essere la frase iconica? Provo a lanciarmi io: Calcutta, “Mangio la pizza e sono il solo sveglio, in tutta la città”.

Si, anche secondo me è Calcutta! Quando è uscito Mainstream ho notato subito un impatto nei modi di dire presenti nel disco che non vedevo da tempo. Passare dal disco al parlare comune è una cosa che fanno solo i grandissimi. Per cui si, anche io fra 40 anni sceglierei una canzone di Calcutta. Forse non quella, preferirei Le Barche con la frase “Ti prego, andiamo a Peschiera del Garda per fare un bagno”.

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A proposito di serate: un tris di canzoni che non possono mai mancare nella selecta di C.D.I. Io ad esempio mi gaso sempre quando mettete “Il vecchiaccio” di Bruno Lauzi.

Quel pezzo è una bomba! Personalmente non possono mai mancare “Ti voglio” di Ornella Vanoni, “Sotto il segno dei pesci” di Antonello Venditti e “Do” di Eva Eva Eva, che è un pezzo meno conosciuto. Siamo diversi DJ ad alternarci alla console, tra cui io, Giulio e Francesco Nigro di Stump Valley, e cerchiamo di bilanciare i set con un 20% di canzoni lente (più sul finale), un 40% di pezzi più conosciuti e un 40% di chicche e riscoperte. Per dire, Lucio Battisti ha un repertorio da ballare infinito, pensa a “Il Veliero”, oppure rimanendo su artisti molto famosi a “Questa insostenibile leggerezza dell’essere” di Venditti.