Gli Spiriti dell’Isola: una birra molto amara con Martin Mcdonagh

Le isole irlandesi nascoste dalle nuvole grigie e costantemente attraversate dal vento gelido racchiudono moltissime storie che raramente vengono raccontate al mondo, ma Martin Mcdonagh ritorna alle sue origini scrivendo e dirigendo Gli spiriti dell’isola (The Banshees of Insherin) ambientato nell’immaginaria Isola di Insherin.

Ambientato alla fine della guerra civile irlandese, nel 1923, Gli Spiriti dell’Isola racconta la storia di due amici di lunga data, Pádraic Súilleabháin e Colm Doherty. I due si trovano in una situazione di stallo, dopo che il musicista Colm ha deciso bruscamente di porre fine alla loro amicizia. Pádraic, benvoluto da tutti sull’isola, non riesce a capire come Colm possa arrivare a tanto, evitando ogni suo tentativo di confronto. A nulla è servito l’intervento di Siobhan, sorella di Pádraic, e di Dominic, un problematico figlio del poliziotto locale, che speravano di appianare la critica situazione tra i due. Colm decide di lanciare uno scioccante ultimatum a Pádraic per concretizzare le proprie intenzioni, da qui in poi la situazione inizia a prendere una brutta piega…

La sceneggiatura scritta originariamente per essere la parte finale della trilogia Aran, è stata ripresa per essere adatta al linguaggio cinematografico, ed è qui che si nota la genialità da drammaturgo di Mcdonagh. Il film parte come una commedia con tratti oscuri ma con l’evolversi degli eventi e delle relazioni tra i personaggi diventa sempre più drammatica toccando punti di tragicità molto teatrali quasi epici.

L’impronta del teatro si sente tanto soprattutto perché tutta la narrazione si svolge in pochi luoghi chiusi a partire dal pub passando per le case degli abitanti del villaggio, anche quando si svolgono degli eventi all’esterno sono sempre delimitati dai sentieri o dai bordi dell’isola come se i personaggi del film fossero incastrati e nascosti al resto del mondo. Ogni volta che si parla di questo regista il suo talento nello scrivere mette un po’ in ombra le sue brillanti capacità cinematografiche, tramite dei campi lunghissimi riesce a far penetrare lo spettatore nell’anima glaciale e rigida delle isole irlandesi e allo stesso tempo nelle scene degli interni sottolinea la povertà contadina di un villaggio rurale. Questi sfondi vengono messi in risalto e prendono vita grazie alla fotografia di un Ben Davis che continua con eleganza a far notare la sua visione artistica in ogni film a cui lavora.

La scelta Colin Farrell e Brendan Gleeson come protagonisti segna ulteriormente il ritorno alle origini del regista che richiama i due attori che hanno reso importante il film “In bruges” del 2008. La coppia è impeccabile: i due riescono a portare all’estremo i lati negativi dei propri personaggi e in lingua originale si nota l’importanza del lavoro sull’accento irlandese, ma l’attore che sorprende di più è Barry Keoghan che interpreta Dominici Kearne, un giovane considerato da tutto come “lo scemo del villaggio”, figlio di un poliziotto violento che abusa del suo potere, ma in realtà è solo un giovane sbadato tormentato dalla ricerca di una donna.

Gli spiriti dell’isola è un film intimo che non prende a schiaffi lo spettatore lasciandolo sconvolto dopo la visione perchè è un film che analizza l’umanità in ogni suo aspetto tramite una comunità chiusa in se stessa il regista ci accompagna a riflettere sulla depressione, la guerra, il legame con gli animali, la fragilità delle amicizie, le difficoltà delle donne nei piccoli villaggi e soprattutto la ricerca della felicità: tutti i personaggi del villaggio vorrebbero qualcosa di più di quello che hanno ma molto spesso non sanno come raggiungerlo e questo li porta ad avere pulsioni negative che non sanno come gestire. Per molti la felicità è rimanere nella storia grazie alla propria arte o grazie alla cultura e per altri è solo bere una birra scura con il proprio amico. Ma se tutti questi elementi iniziano a mancare all’interno di un sistema già di per sé non equilibrato si finisce ad autodistruggersi pur di non mostrare (e affrontare) le proprie debolezze. 

– ‘Sai chi viene ricordato del XVII secolo per la sua gentilezza?
– Chi?

– Assolutamente nessuno. Eppure ricordiamo tutti la musica dell’epoca,chiunque senza dubbio conosce Mozart.
– Beh, io no.La tua teoria è nulla.

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