[REPORT] I Turin Brakes al Cap10100: un concerto nella loro “casa spirituale”

Si chiamano Turin Brakes, anche se non hanno nulla a che fare con Torino. Riprendendo la tecnica del cut-up di William S. Burroughs, tra i massimi esponenti della Beat Generation, l’ex batterista Phil Marten compose il nome della band accostando parole in modo totalmente casuale. “Turin” e “Brakes” furono le prescelte per il sodalizio verbale vincente, che ci porta oggi a sorridere, quando la formazione londinese saluta il pubblico del Cap 10100 di Torino: «siamo nella nostra casa spirituale, lo sapete, no?»

Salgono sul palco con la freschezza e la grinta di una band che ha ancora uno scantinato o un garage come sala prove, con l’imprevedibile bassista Eddie Myer da subito intento a fomentare la platea del club torinese. Quando cominciano a suonare, però, il quarto di secolo di attività si manifesta al loro fianco e si percepisce chiaro e cristallino il punto di forza di questo progetto musicale: la concretezza.

Dal 1999 – anno in cui Olly Knights and Gale Paridjanian mossero i primi passi verso la fondazione – a oggi, il repertorio dei Turin Brakes si è arricchito di nove full-length e diversi EP e live album. Ma mai, neanche una volta, ha deviato da questo percorso solidissimo, fatto di un folk rock che è sempre stato fin troppo facilmente accostato a nomi altisonanti – come Travis, Elbow, Kings of Convenience e Snow Patrol – per il semplice fatto di avere chitarre acustiche e ottime melodie, ma che di fatto ha creato un’identità molto forte e indipendente.

I Turin Brakes fanno i Turin Brakes, da sempre. Possiamo vedere altre band, vecchie e nuove, sgomitare per affermarsi, snaturarsi nel tentativo di sopravvivere ad un mercato che corre più veloce di loro, perdere la strada, ritrovarla, rivendicarla. E poi possiamo vedere i Turin Brakes procedere su un sentiero tutto loro, tracciato dal puro e semplice talento nel fare buone canzoni, con qualcosa di interessante da raccontare. Ve li immaginate tra cinque, dieci o vent’anni? Sì, certo che sì, e li immaginate esattamente come ora. Questo non è un male, perché vuol dire che sarebbero intatti anche il loro entusiasmo e la loro professionalità, ma avrebbero anche tanti nuovi brani di ottima fattura da proporre dal vivo.

I dischi maggiormente rappresentati in scaletta sono “The Optimist LP” e “Wide-Eyed Nowhere”, rispettivamente il primo (2001) e l’ultimo (2022). E non si capisce se è il debutto a essere invecchiato così bene, o la release più recente a essere così saldamente legata alla loro tradizione, ma sta di fatto che l’intero set dei Turin Brakes sembra un unico, appassionato lavoro organico. Anche altri grandi classici come “Painkiller” o “Fishing for a Dream” si inseriscono alla perfezione, con qualche guizzo verso l’encore, in cui “Underdog (Save Me)” e ”Feeling Oblivion” hanno il compito di alzare un po’ l’intensità del live e lasciare alla platea qualche brivido in più.
Ed è qui la sorpresa, che è poi un eterno ritorno: quella che sembrava una serata tra i soliti cari amici di sempre, ci lascia ancora una volta la sensazione che qualcosa si sia mosso sotto traccia. Forse è il potere delle cose semplici, consistenti. Tanto basta infatti a far venire a galla la poetica dei Turin Brakes, che è leggera, raffinata, ma attecchisce così bene da restarci addosso e fare il salto di specie: dalle loro canzoni, alle nostre emozioni.