La regista Vania Cauzillo racconta l’atipico guitar hero Vittorio Camardese

Nella scorsa edizione del Seeyousound International Music Film Festival di Torino, abbiamo avuto la fortuna di vedere la prima de “Il Mondo è Troppo Per Me”, prezioso documentario sulla vita di Vittorio Camardese prodotto da Jump Cut.

Ma chi è Vittorio Camardese? Devono essersi posti la stessa domanda alcuni giganti della musica mondiale, quando nel 2015 un video, caricato quasi per caso da Roberto Angelini, divenne virale su YouTube. Mostrava uno sconosciuto radiologo, originario di Potenza ma trasferitosi a Roma. Era ospite in una puntata della trasmissione televisiva “Chitarra Amore Mio”, presentata nel 1965 da Arnoldo Foà, sulla Rai. E cosa c’era di così sconvolgente in quel video, che mandò in visibilio gente del calibro di Joe Satriani e Brian May? La testimonianza di un precursore. Quel medico di provincia, con naturalezza, suonava la chitarra in un modo sensazionale, perfezionando e rendendo unica la tecnica del tapping, nata primordialmente negli Anni Trenta, ma diventata poi celebre in tutto il mondo solo molti anni dopo quell’esibizione, grazie al contributo del compianto guitar hero Eddie Van Halen.

Questa riscoperta e quest’entusiasmo dilagante hanno raggiunto anche la regista potentina Vania Cauzillo, che ha deciso di farne un documentario. Il risultato, dopo anni di dura lavorazione, è un film profondo, coraggioso ed emozionante, che ha il vitale intento di salvare dall’oblio una delle storie più particolari e interessanti della nostro patrimonio culturale, ripercorrendo oltre quarant’anni di intrecci umani e artistici, nel segno del talento e della musica. Insieme a Vania, abbiamo voluto approfondire tutto questo, andando a recuperare anche qualche fotogramma mancante.

 

Ricordi il momento preciso in cui hai maturato l’idea di fare questo film?

Ero a Perugia a casa di mio fratello, chitarrista anche lui, lo chiamo e gli dico: «Guarda questo, Cla!», Guardiamo, riguardiamo, leggiamo della viralità del video e poi cerchiamo di capire come fosse possibile che noi non conoscessimo quel musicista. Era di Potenza, la nostra città! Googliamo, risaliamo al video di Roberto Angelini. Non ci potevo credere, una storia assurda! Così scrivo subito un messaggio alla mia amica Mariangela, che all’epoca lavorava assieme a Roberto (Angelini) nel programma Gazebo. Le scrivo un messaggio – che abbiamo rivisto il giorno della prima – che ci ha fatto troppo ridere: «Mariangela, DEVO parlare con Roberto! Subito! Chiamalo! Dobbiamo fare un doc su questa storia». Lei mi risponde: “Sì, ma stai calma! Sono le 9 del mattino!»

Sì percepisce l’entusiasmo che ha riempito tutta la lavorazione. Anche se tu e la tua troupe avete sicuramente dovuto affrontare tantissime sfide. Quale pensi sia stata la più grande a livello realizzativo?

La prima sfida l’ho affrontata insieme alla sceneggiatrice Laura Grimaldi: erano tutti convinti di doverci dire come dover fare questo film. La storia era forte, ma la realizzazione debolissima, perché si rischiava tanto. Non c’era abbastanza materiale su di lui: non c‘era musica, i protagonisti erano tutti anziani… Erano tutti convinti che ci dovessi entrare io nel documentario, una cosa che all’epoca forse andava di moda (come era successo al documentario su Vivan Mayer, per dare una reference), ma io e Laura ci credevamo, soprattutto perché è stato subito chiaro per noi che non avremmo fatto un film sulla musica, ma sul talento. Convincere gli altri è stata dura, per fortuna Jump Cut ci ha creduto, talmente tanto da farci inserire le animazioni per raccontare i pezzi di storia mancanti. E da qui la seconda sfida affrontata con la montatrice Chiara Dainese, ovvero conciliare tre linguaggi: animazioni, archivi e interviste. Lei è stata bravissima a tenermi sulla retta via e creare un equilibrio meraviglioso nel racconto. Last but not least, una cosa assolutamente personale che è stato il rapporto con questo personaggio che mi ha fatto sempre mettere in discussione: il mio racconto sarà alla sua altezza? Ho fatto del mio meglio, andando spesso in crisi però!

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Un ruolo fondamentale è ricoperto proprio dalle splendide illustrazioni di Elisa Lipizzi. Il suo contributo, parallelamente a questa difficoltà nel reperire materiale audiovisivo, ha tracciato una direzione che non avevi previsto? O eri già consapevole del peso che la parte animata avrebbe avuto?

Lo sapevamo. Elisa è entrata nel film quando avevamo già le idee chiare e le scene scritte con Gianluca Maruotti, suo maestro, con cui avevo lavorato in precedenza. Il lavoro di sceneggiatura e la competenza di Laura Grimaldi sono stati fondamentali perché un documentario così complesso ha bisogno di struttura, di una buona base di scrittura, anche perché ogni secondo di animazione costa tantissimo in termini di lavoro e soldi, con l’animazione non puoi girare, tagliare, sbagliare, rifare. Devi sapere bene dove vuoi arrivare.

Che differenza c’è tra intervistare le persone e “intervistare i ricordi”? Qual è il ricordo legato a Vittorio che ti ha colpito o emozionato di più?

Il problema è che i ricordi delle persone che ho intervistato erano legati spesso a episodi circostanziati, mentre quello che ho cercato di fare è stato guidare chi ha conosciuto Vittorio sia su questioni più biografiche sia – soprattutto – su questioni tematiche, sui temi che il documentario avrebbe voluto indagare; sapevamo di andare alla cieca, cioè sapevamo che le nostre domande avrebbero generato delle risposte, ma piano piano anche queste risposte hanno ispirato nuove domande.
In particolare, però, sono legata a un episodio, sia perché lo trovo buffo sia perché mi lega ad una mia personalissima ossessione sugli archivi: Vittorio, quando è stato invitato da Arbore ad andare in America, si è vestito d’azzurro perché era molto spaventato dal viaggio in aereo e così, diceva, in caso di morte in volo, sarebbe stato in tinta con il cielo. Di questo viaggio a New York ovviamente non c’è traccia, se non che…Durante il nostro incontro Arbore mi disse che lui era stato immortalato su un giornale durante il Columbus Day e dietro si vedeva Vittorio. Facendo un lavoro incredibile sono riuscita a ritrovare alla New York Library la foto di cui parlava Arbore, ma non era una foto molto bella e quindi poi non è finita nel documentario. Sono ben felice di condividerla con voi: se almeno qualcuno vedrà il risultato del mio grande lavoro, non sarà stato vano.

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Grazie! Quando c’è poco materiale, si apprezzano ancora di più delle chicche come questa. C’è invece qualche evento o dettaglio che avresti voluto inserire nel film ma che per logiche produttive è rimasto escluso?

Sì, la questione della viralità del video: sia perché mettere il video di YouTube e Twitter sarebbe stato impossibile, per via dei diritti dei loghi, ma soprattutto perché in realtà sarebbe rientrato nella parte conclusiva del film e il nostro epilogo non aveva più bisogno dei fuochi d’artificio, ma di un finale in un paradiso degli artisti, calmo, senza la velocità e la vitalità del web. Ma questo particolare è diventato poi parte delle presentazioni dal vivo e il racconto di Roberto Angelini è esilarante, soprattutto quando ricorda di non aver più capito cosa stesse succedendo, mentre il suo video veniva condiviso da i mostri sacri della musica… E non dimentichiamoci che dopo Paganini, su Wikipedia, esce il nome del suo Vitto!

La tagline del film è “la storia di un genio che ha scelto di non essere un genio”. Credi che lui abbia davvero potuto scegliere consapevolmente?

Assolutamente sì, poiché era una persona estremamente intelligente e colta, con una capacità innata di capire le persone, “scrutarle da dentro” – usando la metafora del suo lavoro – e quindi a conoscere profondamente sé stesso e gli altri.

All’anteprima del Seeyousound Festival di Torino, mi ha colpito un’affermazione di Roberto Angelini, condivisa un po’ da tutti voi: Vittorio non avrebbe apprezzato tutto questo. Si tratta di un pensiero a posteriori o ti sei posta la questione?

Me lo sono chiesta sin dall’inizio e l’ho chiesto a tutte le persone che abbiamo intervistato: una parte mi ha risposto che lui non avrebbe assolutamente voluto ma se qualcun altro si fosse preso la cura di questa storia con intelligenza e cultura, con garbo, sicuramente Vittorio avrebbe avuto una idea differente. Ma soprattutto – al di là delle delle mie riflessioni e di quelle di tutti gli altri protagonisti – è stata sua moglie a darmi il permesso di girare questo documentario, rassicurandomi che, in fondo in fondo, se questo film fosse stato fatto bene, Vittorio lo avrebbe voluto. Spero di esserci riuscita.

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Roberto Angelini immerso nei ricordi tra le foto di famiglia

Personalmente credo tu non debba avere alcun dubbio a riguardo. Questo film da un lato racconta la storia di Vittorio Camardese a chi non la conosceva, dall’altro ha permesso alle persone che l’hanno conosciuto e hanno fatto esperienza della sua arte, di riempire dei buchi narrativi e connettere i ricordi. Durante la creazione, quale dei due intenti ti ha guidato maggiormente? Raccontare o connettere?

Raccontare, sicuramente. Connettere è stato un passaggio necessario anche per me, per ricostruire i vuoti, ma senza la spinta, la vocazione raccontare e “salvare” questa storia, non sarei mai riuscita a finirlo.

“Il Mondo è Troppo Per Me”, è un titolo molto intenso, che in qualche modo prescinde anche dall’ambito musicale. Pensi sarebbe possibile raccontare l’essenza di Vittorio Camardese e della sua straordinaria sensibilità senza neanche parlare di musica?

No, probabilmente senza la componente musicale questa storia non sarei riuscita a raccontarla. Però è anche vero che nonostante uno dei titoli di lavorazione fosse “Suonare sempre”, che era una delle dediche su una foto di Chet Baker a Vittorio, ci siamo poi resi conto che suonare, la musica, per lui non era tutto. Anzi, era solo una parte di una meravigliosa complessità e fragilità umana.

Qual è l’aspetto di questa storia che speri venga veicolato con maggiore efficacia dal tuo film?

La fatica. Di fare un film così, di vivere la responsabilità di un talento così, dell’importanza di sostenere le storie e chi le vuole raccontare. Spero che il film parli a chi ha bisogno di trovare la forza per fare, dire, scegliere qualcosa.

Quali sono i piani attuali per la distribuzione? Per chiudere un cerchio, sarebbe anche bello vederlo in onda sulla RAI un giorno, non credi?

Sì, un giorno che spero arrivi presto. Quando riusciremo a chiudere la questione diritti Rai Teche anche per la tv. Ci stiamo lavorando, ma se ci fosse qualcuno che legge e ci vuole aiutare… Si faccia vivo!

Proprio come in questo film, anche nella tua carriera il cinema e la musica si sono sempre intrecciati. Cosa significano per te? Ci sono altre storie in ambito musicale che vorresti raccontare al cinema?

Sono sempre stata attratta dalla musica, in ogni sua forma, ho sempre cercato forme che avvicinassero agli altri: le comunità fragili, il pubblico, i bambini. Nel mio lavoro, con il teatro e l’opera, faccio soprattutto questo: creo spazi affinché tutti possano avere accesso alla musica in maniera creativa e che ne possano sentire la necessità, come parte fondamentale dell’esperienza della vita.

Per chiudere: c’è una domanda che avresti voluto rivolgere a Vittorio, se ne avessi avuto la possibilità?

Mi sarebbe piaciuto incontrarlo da giovane, in un locale: il Music Inn (che non siamo riusciti a raccontare). Avrei voluto parlare con lui di poesia classica, anelando però a ottenere la sua fiducia, nella speranza che alla fine prendesse la chitarra, per farmi ascoltare qualcosa.