Bring Me The Horizon, i mutaforma più rilevanti dell’alternative metal

Sono passati tre anni e mezzo dalla data all’Arena Parco Nord di Bologna, nell’estate del 2019. Non stupisce dunque il grande hype che precede il ritorno in Italia dei Bring Me The Horizon, uno degli act più importanti del mondo alternative. Report a cura di Umberto Scaramozzino. 

Da Milano mancano da ancora più tempo. Era il 2018 e i Bring Me si prendevano il primo palazzetto italiano. Sono passati cinque anni e la venue è sempre la stessa: il Mediolanum Forum di Assago. Ma c’è modo e modo di fare tappa al Forum. Un esempio? Cinque anni fa le tribune erano chiuse e nel parterre si stava larghi, talmente larghi da non distinguere i vuoti dai circle pit. Oggi non c’è un posto libero in tutta l’arena e nelle affannose ore che precedono lo show proliferano le richieste di biglietti last minute. Cosa è accaduto, in questo lustro? In realtà tante cose. La chiusura di una parentesi in parte incompresa, aperta con l’album “Amo”, del 2019. L’uscita di nuovo materiale, perfettamente centrato nella nuova dimensione mainstream dei BMTH. Alcuni featuring massicci, tra i quali Ed Sheeran, Yungblud e Machine Gun Kelly. L’effetto che nel marketing viene chiamato “oversubscribed“, ovvero quel desiderio involontario generato da qualcosa che appare altamente richiesto, come un concerto che cambia location per la smisurata domanda. La serata era infatti originariamente prevista al Lorenzini Distrinct, prima di un tutto esaurito molto prematuro. Aggiungiamoci che è un sabato, che è il primo grosso evento alternative dell’anno, che in lineup ci sono altre tre band di assoluta qualità, che tra queste ci sono gli A Day To Remember, ed ecco lo scenario perfetto per il sold out perfetto.

Partiamo dagli Static Dress, i primi dello schedule. Una band che se fosse uscita nel 2009 probabilmente sarebbe stata la preferita di tantissimi presenti e che oggi lotta per scrollarsi di dosso i paragoni con i propri numi tutelari, quali Underoath, Glassjaw, Deftones e Thrice. Riesce comunque a delinearsi come la grande promessa del post-hardcore contemporaneo, grazie a un album d’esordio eccezionale, il premiato “Rouge Carpet Disaster”, che dal vivo perde un briciolo di appeal – forse i suoni non proprio perfetti? – ma guadagna in potenza. Lo sentite anche voi, questo profumo di future soddisfazioni?

La freschezza citazionista del combo inglese lascia il posto alla tamarraggine di Poorstacy, il giovanissimo rapper di Palm Beach, Florida, che un giorno si è detto: “basta hip hop, voglio il metal”. E metal fu. Allontanandosi dall’emo rap di XXXTentacion e avvicinandosi all’heavy metal degli Slipknot e al punk hardcore degli AFI – una loro versione sgangherata, ad essere onesti – il concerto di Poorstacy risulta scomposto, arrogante, divertente. Il problema di fondo, però, è che se non hai il songwriting di colleghi ben più dotati – vedere nothing,nowhere., per esempio – e non scrivi pezzi all’altezza, dovresti almeno realizzare che non basta urlare ed erigere un muro di suono per dare valore alla tua svolta heavy. Peccato, ma c’è margine per fare meglio.

Tocca poi agli A Day To Remember, che per riscontro e coinvolgimento sfiorano il risultato di un co-headliner. Il loro show è una festa assoluta, tra momenti revival e la voglia di cavalcare la nuova linfa vitale che sgorga dalla performance energica di Jeremy McKinnon e soci, per poi confluire nelle torce dei telefoni del Forum, nelle giunture dei loro proprietari che saltano e cantano come se andasse bene esaurire tutte le energie prima dell’ultimo atto. “Quanto hanno influito gli A Day To Remember in un sold out del genere?”, è la domanda che sicuramente si saranno posti i promoter. Difficile rispondere con precisione, ma un feedback spannometrico arriva dal boato che saluta la band statunitense.

Finalmente arrivano i Bring Me The Horizon e basta il primo video riprodotto dai led wall che dominano il palco per capire che abbiamo appena cambiato campionato. Siamo nella lega dei campioni assoluti, quelli che possono permettersi di mettere in piedi un mastodontico storytelling, sviluppare visivamente ogni loro concept e avere in base tutto il necessario per far suonare un’ottima band come una delle migliori formazioni in circolazione.

La verità è che l’arma segreta dei Bring Me The Horizon ha una long sleeve bianca con una stella sul petto, i capelli lunghi e sta al centro del palco. Anche se non è più un paladino del grindcore e del death metal, Oliver Sykes fa ancora sembrare alcuni colleghi del suo vecchio giro dei chierichetti. Si concede qualche scappatella pop, canta ritornelli che trovano posto in radio e nelle playlist globali dei vari servizi di streaming, ma è sempre l’antieroe dal carisma irresistibile. Il Vegeta, il Mark Lenders della scena Alternative Metal odierna. Uno che anche se si mettesse a cantare le canzoni dello Zecchino d’Oro farebbe comunque stringere i pugni, corrucciare la fronte e accennare all’headbanging. Dell’antieroe può vantare anche il perfetto physique du rôle. Ma, soprattutto, pare che abbia capito come gestirsi sul palco, ricorrendo al suo formidabile growl senza troppa parsimonia e continuando a giocare con i vecchi trucchi del mestiere per preservare la voce per tutta la durata del concerto. Eh già, purtroppo il ragazzo non ha perso il vizietto. Consapevole dei propri limiti e intenzionato a protrarre la propria carriera fin dove possibile, il buon Oli ricorre a ogni possibile espediente per far cantare quasi tutte le strofe al suo pubblico. Un pubblico eterogeneo, ma compatto ed estremamente partecipativo. Forse anche un po’ devoto.

Proprio come nel “First Love Tour” del 2018-2019, la scaletta comprende solo brani degli ultimi tre full-length: “Sempiternal” (2013), “That’s The Spirit” (2015) e “Amo” (2019). Viene totalmente escluso il trittico che ha preceduto “Sempiternal” e questa volta sparisce anche “It Never Ends”, che restava la parentesi amarcord per i fan duri e puri. Oggi a scaldare i nostalgici ci sono “Can You Feel My Heart”, “Shadow Moses” e “Sleepwalking”, che nel 2013 sembravano la svolta definitiva per il successo, mentre non erano altro che una delle tante sembianze di una band mutaforma, ancora in evoluzione. Si aggiunge con prepotenza l’ottimo EP “Post-Survival Horror”, che soprattutto con “Obey” e “Parasite Eve” cannibalizza buona parte del set e permette ai Bring Me di mostrare i muscoli della propria produzione. Ma è “That’s The Spirit” che regge sulle proprie spalle il peso emotivo che i BMTH portano ancora in dote. Lo fanno “Follow You” e “Drown”, i pezzi sui quali è lecito cedere all’emozione. Quelli dell’inchiostro su pelle, delle dediche disperate, dei ricordi spezzati.

In setlist, ovviamente, ci sono anche le nuove “DiE4u” e “sTraNgeRs”, che sembrano quasi aver formalizzato un nuovo marchio di fabbrica, meno sofisticato ma più efficace. I due singoli se la cavano egregiamente e fanno cantare tutto il Forum. A questo punto, non ci sono grossi dubbi: i Bring Me The Horizon sono una delle realtà più solide, rilevanti e credibili dell’alternative metal e dell’alternative rock, pronta a conquistare sempre più slot da headliner nei principali festival. Ma soprattutto pronta a ignorare i trend esistenti, per crearne ancora di nuovi.

 

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