[REPORT] La famiglia non tradizionale di TOdays Festival

Senza inseguire i trend del momento né rifugiandosi unicamente nella nostalgia, il festival torinese sembra aver trovato una formula personale e azzeccata per riunire sotto lo stesso palco più generi e più generazioni, in una atmosfera generale di curiosità e confronto. Un dialogo aperto e vivace, al netto del proprio gusto personale o di una esibizione meno riuscita: il ritrovo di una grande famiglia allargata, varia e decisamente non tradizionale sul prato dello sPAZIO211, all’insegna della scoperta e della condivisione. 


_a cura di Lorenzo Giannetti 

In mezzo a tanti cartelloni estivi con abbuffate all-you-can-eat alla fine un po’ tutte uguali, il festival torinese sembra suggerire un altro approccio, volendo più vicino alla merenda sinoira in una osteria tipica della zona: sfiziosa, conviviale, con modi e tempi diversi. In questo senso, non servono e anzi sono fuorvianti paragoni forzati con colossi europei: TOdays si mantiene un festival a misura d’uomo, riuscendo a bilanciare un approccio intimo ed un respiro internazionale.

Registra più di 10 mila presenze spalmate su tre giorni, facendo dimenticare lo spettro del Covid ma anche evitando il più possibile l’agonia di code chilometriche. Rispetto all’anno precedente in piena fase di transizione della pandemia, vedere il parterre open air di sPAZIO211 sgombrato dalle sedie è già una boccata d’ossigeno. E nella “riunione di famiglia” di TOdays Festival, ognuno si ritaglia un suo ruolo, ognuno contribuisce a modo suo.

Eli Smart è il nipote festaiolo e un po’ tra le nuvole, che sembra uscito da una commedia romantica inglese degli Anni Novanta.
Nonostante sia ancora acerbo e si ritrovi a battezzare il festival in sostituzione last minute dei più attesi Geese, il ragazzo sa il fatto suo e sta calcando palchi importanti: cresciuto a Liverpool ma di origini hawaiiane (pare anche con un po’ di sangue veneto in corpo!) unisce i puntini tra il britpop più sbarazzino e suggestioni esotiche di matrice funk-soul, con una verve sorniona e contagiosa che lo rende di fatto uno dei beniamini e delle sorprese di questa edizione.

Si cambia registro con il cantautorato più intenso e spigoloso di Alynda Segarra, protagonista del progetto Hurray For The Riff Raff. Come per “l’Aloha Sound” di Eli Smart, anche in questo caso si incontrano due mondi: il Bronx e Puerto Rico, il punk e la Motown. Sono canzoni folk dall’eco sudamericana: elettriche e militanti, intime e al contempo di protesta, spesso sofferte e sempre molto dirette. C’è qualità e c’è da approfondire.
Alynda è la cugina che becchi sempre in manifestazione.

I Black Country New Road sono stati annullati e rischedulati così tante volte nel corso degli ultimi due anni che ormai avremmo preso col sorriso anche una defezione dell’ultimo minuto. Tra chimera e barzelletta tuttavia non c’è molto da ridere: gli enfant prodige dell’indie globale arrivano finalmente in città, sì, ma orfani del cantante nonché principale autore dei brani del primo acclamato disco in studio, Isaac Wood, allontanatosi dal gruppo in seguito ad un burnout personale.
Brutta storia che può ragionevolmente giustificare un momento di smarrimento o per lo meno di transizione della band: pur tecnicamente on point (data anche l’età media appena post-liceale dell’ensemble, sembra di essere ad un saggio al conservatorio), la performance non risulta particolarmente incisiva né memorabile, va detto anche a fronte delle aspettative esagerate. Un pastiche non sempre a fuoco, a tratti intrigante ma privo di un vero zenit creativo e performativo. Da prendere come un nuovo corso, un esordio, una band ex novo: sacrosanto dar loro il beneficio del dubbio. Come si suol dire: i BCNR “non sono più quelli del primo disco”, ma letteralmente. Rimandati.
Loro sono i nipoti che hanno finito il liceo e non sanno bene a che facoltà iscriversi perché “sono bravi un po’ in tutte le materie”.

A suon di visualizzazioni maturate su palchi di tutto il mondo, Tash Sultana trascina al festival una fetta di pubblico se vogliamo più radio-friendly, un po’ come avvenne qualche anno fa con l’annuncio di Hozier. Ci si sente quasi obbligati a dire che la polistrumentista australiana abbia un talento smisurato. Eppure in un certo senso è proprio questo il (mio) problema con la sua musica. Complice l’utilizzo massiccio della loop station e l’attitudine da busker-globetrotter, Tash Sultana ricorda una versione rock’n’roll di Dub FX – altro talento australiano – purtroppo meno coinvolgente e più pretenziosa. Un tecnicismo straripante ma anche privo di misura, quasi sempre bozzettistico e inconcludente, pirotecnico ma senz’anima o per lo meno senza una scrittura all’altezza della tracotanza strumentale e vocale. La band subentra in punta di piedi nella seconda metà del live ma sostanzialmente la situazione non cambia. Tra un assolo e qualche gorgheggio di troppo, scemato abbastanza in fretta “l’effetto wow” in pieno stile “Got talent”, subentra fondamentalmente una moderata noia. Non me ne voglia la fanbase della certamente talentuosa Tash Sultana ma… anche meno.
Tash è l’amica di famiglia precisina fissata col planning. 

In notturna, negli spazi post-industriali dell’ex fabbrica Incet, l’after-party targati TUM ci regalano due gioie che entrano tra gli highlights del festival: la techno sciamanica e conturbante dei Tamburi Neri, scandita da uno spoken-word di grande impatto che non può lasciare indifferenti; ed il set dinamitardo di Adiel, ispiratissima e letale in versione terrorista techno.

Gli Squid sono senza dubbio una delle migliori cose viste sul palco in questi tre giorni. Altra classe di giovanissimi dall’indubbio talento strumentale, i kids di Brighton pinzati dalla solita lungimirante Warp, trascinano e travolgono come treni in corsa un pubblico già caldo in orario di aperitivo – innescando anche la miccia del pogo e dello stage diving. Ricordano una versione più pulita e matematica dei King Gizzard & The Lizard Wizard (visti qualche anno fa sullo stesso palco: ai punti vincerebbero loro, ma è una bella lotta). Penso di aver visto una ragazzina minorenne – o comunque davvero molto piccola – indossare orgogliosamente la loro t-shirt e cantare invasata ogni singola canzone dalla prima fila: bravi e brava.
Gli Squid sono quelli che portano le birrette e il fumo per dopo. 

Le Los Bitchos sono una perfetta party-band da spiaggia, capace di alternare poliritmie scatenate e momenti più chill. Un cocktail di cumbia e chitarre dal gusto amabile e rinfrescante, col plus dei testi militanti in ottica femminista. Peccato solo che l’effetto di ebbrezza cali dopo mezz’oretta, complice una formula solo strumentale che sulla media distanza risulta godibile sì anche prevedibile e ripetitiva. Nel complesso l’hype mi pare un attimo da ridimensionare: non si pretende il ritornello facile ma si aspetta un guizzo in più. Sulla scia di altri sciamani del groove come Le Femme o i nostrani Nu Genea, le Los Bitchos sono per ora più una promessa che una certezza: speriamo di sbronzarci presto insieme.
Le Los Bitchos sono chiaramente quelle appena tornate dall’Erasmus in Spagna. 

Difficile immaginare una sceneggiatura migliore per il concerto dei Molchat Doma. È come se la band post-punk bielorussa si fosse portata dietro le nuvole e l’uggia di casa, tant’è che proprio con l’inizio della loro performance l’aria si fa elettrica e l’atmosfera sinistra: il cielo inizia a riempirsi di lampi in lontananza e arriva infine una pioggia incessante che ci accompagnerà per il resto della serata, andando inaspettatamente a creare una cornice naturale d’eccezione per le litanie dark della band sovietica. A ben vedere, persino i blocchi di cemento lungo via Cigna e l’adiacente fabbrica abbandonata aggiungono dettagli d’autore a questa “tempesta perfetta“, richiamando l’iconografia brutalista cara al trio. Ok ma la musica? Dai, l’amarcord post-punk non è mai particolarmente ispirato, ma è di certo ben orchestrato e manda letteralmente in visibilio una nutrita schiera di fan opportunamente agghindati che cantano a memoria ogni canzone (esaltazione al culmime con l’omaggio-accenno ad A Forest dei Cure) insieme al dinoccolato cantante Egor Škutko (una specie di fusione emaciata di Burzum e Bianconi dei Baustelle). Non so se fa parte di una sorta di allucinazione da febbre sovietica ma ad una certa tra il pubblico mi è parso di scorgere anche Max Collini degli Offlaga. Insomma: compagni Molchat Doma promossi a furor di popolo!
I Molchat Doma sono quelli che a tavola commentano le serie true crime. 

Nel frattempo le due gocce si sono fatte acquazzone e FKJ sale sul palco davanti ad un parterre dimezzato e funestato dal maltempo. Personalmente mi inzuppo felice fino all’ultima nota un po’ perché amo le intemperie e un po’ come gesto “politico” dal momento che non è normale che (quasi solo) in Italia la gente non sappia viversi appieno un concerto o un festival bagnato (nella norma, ovviamente) senza farne una tragedia. Modello anglosassone: portiamoci dietro stivali e k-way e don’t give a fuck! Dal canto suo FKJ mette su una bella situazione, ricreando una sorta di salottino open air dove armeggia tra loop e strumenti vari accompagnato da una band di pregio, tra luci soffuse ed una atmosfera da classy jazz club. Non è Prince ma val la pena: alla fine si tratta solo di strizzare per bene la maglietta prima di entrare all’after della Periodica Records con Whodamanny e Mystic Jungle.
FKJ è lo zio con la macchina figa che però è rimasto umile. 

Per i DIIV non servono molte parole: sono una certezza granitica per quanto mi riguarda. Fanno ormai da anni (quasi sempre) la stessa cosa ma la fanno dannatamente bene. Shoegaze – ora tendente al dream pop, ora più kraut oriented – con un gusto compositivo (quasi sempre) superiore alla media. Non sono dei campioni di comunicazione ma quando ingranano e il pezzo decolla si vola sempre alto.
I DIIV sono quelli che stanno zitti per tutta la cena. 

Se per i DIIV non servono molte parole con gli Arab Strap le chiacchiere stanno proprio a zero. Fuoriclasse assoluti, di un’altra categoria e forse di un altro pianeta (ma è la Scozia degli Anni 90 col suo spleen irripetibile). Non hanno mai sbagliato un disco, dubito possano esserci intoppi in una loro performance dal vivo. È musica che gronda sangue ma ha anche groove. Pulsione erotica di un’anima perduta. Aidan Moffat può presentarsi sul palco anche vestito come un cazzo di agente immobiliare in vacanza a Loano ma avrà sempre più carisma di molti colleghi illustri, di te, di me, di tutti. Mentre recita qualcosa leggendo goffamente da un foglietto mantiene comunque il piglio monumentale di un gigante ferito. Per quanto mi riguarda, finiscono direttamente nell’iperuranio di tutte le edizioni del festival, tra le performance “fuori gara” di gente del calibro di Low, Bob Mould o The Brian Jonestown Massacre.
Gli Arab Strap sono i miei genitori 1, 2, 3, 4 etc. 

Alla vigilia del festival gli Yard Act erano la mia scomessa a mani basse ed il mio consiglio di default a tutti. Non hanno affatto deluso le aspettative. Già su disco la fotta era palpabile: “Album of the Year” grida qualcuno del pubblico riferendosi al loro esordio “The Overload”. Con sornione disincanto il frontman James Smith risponde “Beh sì in effetti è il miglior disco che ho fatto quest’anno!”. Nel filone di inglesi incazzati come gli Sleaford Mods e Shame, ovviamente debitori dei The Fall, questi ragazzi di Leeds hanno personalità da vendere e – per ora – una manciata di pezzi bombaroli dall’appeal irresistibile, coadiuvati da testi che lanciano dardi infuocati contro la società dei ricchi. Snocciolano anche uno degli aneddoti migliori di questa edizione quando raccontano sinceramente stupefatti di essere stati riconosciuti e fermati per degli autografi durante la loro visita al MAO – Museo d’Arte Orientale di Torino! Come si fa a non voler loro bene come fossero davvero dei parenti?
Loro sono quelli con cui guardi gli spezzoni di stand up comedy quando tutti si abbioccano. 

I Primal Scream sono stati la punta di diamante della promozione di questa edizione e alla fine ne diventano anche il pomo della discordia. Perché non hanno eseguito per intero la pietra miliare Screamadelica come ampiamente annunciato per mesi? La risposta a band ed organizzatori (non vale dire che c’era solo un’ora a disposizione, Bob). Al di là della polemica, la leggendaria band scozzese non arriva al top al concerto di TOdays e chi li ha visti più volte live lo sostiene con forza. Per me invece è una prima volta che – ammetto – porta con sé anche una certa emozione. Mettiamola così: se quello di Torino non è stato un gran concerto di Bobby Gillespie e soci, mi sento di poter dire che un concerto un po’ fiacco dei Primal Scream sia comunque un ottimo concerto rock’n’roll. Sarò anche abbagliato dal completo rosso fuoco con grafica di Screamadelica di Bob (il danno e la beffa, eh?) ma al netto di una iniziale Swastika Eyes fuori fuoco e di un’amalgama non all’altezza dei tempi migliori, parlare di “performance boomer da pub” mi pare ingeneroso. Ci sono pur sempre carisma in dosi massicce e dei pezzi da novanta in repertorio, un omaggio a Mark Lanegan e dei riff che squarciano cielo e cervello. Stavolta però il gospel acido ed erotico dei Primal Scream è un coito interrotto e non un orgasmo psichedelico. Amen.
Loro sono come il nonno che ha fatto la guerra o il Sessantotto, ogni tanto un po’ brontolone e sbrodolone: ma gli si perdona tutto. 

Ai delusi per la mancata promessa di Screamadelica – e quindi anche a me per primo – provo a strappare un sorriso rievocando altre due “cartoline” del weekend. La prima è la talk di Maurizio Blatto sul rock scozzese degli Anni 90 – uno dei momenti più interessanti, divertenti e ben riusciti del festival – tra filologia musicale e anedottica dall’almanacco di sex, drugs and rock’n’roll. Tra le varie immagini distorte affiorate, una mi rimarrà nel cuore: quella di un Bob Gillespie in versione Wolf of Wall Street che si droga prima di partire per un volo in aereo, durante il suddetto volo si droga nuovamente fino a stare così male da dover essere aspettato direttamente all’atterraggio da un’ambulanza e non contento si droga anche in ospedale prima di provarci con l’infermiera.
E poi, una deliziosa signora che sfoggiava un abbagliante look total red un po’ freak, avvolta da un gonnellone con una grande effige di David Bowie: l’unico outfit in grado di competere con il completo screamadelico che tutti sognavamo di vedere al merch!

A fine festival si ha ancora voglia di chiacchierare e confrontarsi, di un ultimo giro al bancone, di un altro abbraccio sotto palco, di provare a “capire settembre” tutti insieme. Di celebrare le devianze di questa famiglia non troppo tradizionale.