[REPORT] Noyz Narcos: come restare se stessi, nel tempo che (ci) cambia

L’icona dell’hip-hop italiano fa tappa a Bologna, con il tour di “Virus”.

La prima volta che ho visto Noyz Narcos dal vivo era il 2006, ben sedici anni fa. Tante cose, ovviamente, sono cambiate da allora.

La nazionale italiana, di lì a poco, sarebbe salita sul tetto del mondo per la quarta volta nella sua storia – mentre oggi, invece, ci lasciamo andare alla nostalgia di quella squadra forte, tenace, dopo che per la seconda volta di fila non ci siamo nemmeno qualificati alla fase finale dei mondiali.

Se facciamo un confronto con il rap italiano, quest’ultimo ha invece subito il processo inverso. Nell’estate 2006 “Applausi per Fibra” era uscita da circa un paio di mesi, salendo in cima alle classifiche e lasciando tutti sorpresi. Ma la scena hip-hop stava ancora “raccogliendo i suoi cocci”, dopo che nel lustro precedente si era quasi autodistrutta, facendo sì che il rap restasse solo un genere di nicchia, ignorato dal grande pubblico.

Ecco perché, quando vidi dal vivo Noyz Narcos – assieme ai Club Dogo – in quel 2006, non si pagava nemmeno il biglietto. Il palco praticamente non esisteva. E in questo piccolo locale sulla costa veneziana, tra il pubblico ci contavamo in una ventina.

Uno scenario totalmente opposto rispetto a quello del 24 giugno 2022, a Bologna, dove Noyz si è esibito durante la rassegna “Oltre Festival”, portando in tour il suo ultimo album “Virus”.

Guardandosi attorno fra i presenti, accorsi con un’ottima affluenza, si notavano perlopiù facce giovani, sui venti, venticinque anni, ma non solo.

Una caratteristica dei fan di Noyz – il quale, bisogna ricordarlo, ha esordito ufficialmente da solista ormai nel 2005 – è che in realtà può unire adolescenti affascinati da un immaginario crudo, a magari trentenni/quarantenni invece legati a un’attitudine hardcore, di quando ancora il rap era un fenomeno underground e nemmeno poteva aspirare a dei compromessi per avvicinarsi al mainstream.

Ad ogni modo, per aprire le danze, sul palco è salito Brenno Itani, rapper noto nella scena bolognese e che vanta collaborazioni con nomi come Ketama, Franco126, Egreen, Frank Siciliano.

Con sulla testa un cappello che ricorda quello da pescatore di ScHoolboy Q, e accompagnato dal socio Roy Persico, Brenno esegue pezzi come “BANG BANG!”, “Niente da dirci”, “Proiettile di zucchero”, portando dal vivo il suo stile asciutto, diretto, anche “street”, che in effetti lo avvicina a Noyz. Scelta azzeccata iniziare il live con lui.

Più tardi è il turno di un rapper – anche se il termine risulta un po’ riduttivo, per una figura così sfaccettata – che non si vede spesso sui palchi: ovvero Gemello.

Membro fin dagli esordi del Truceklan – storica crew romana che comprendeva anche Noyz – non è per niente facile da catalogare. Nella vita è anche un pittore, e in effetti i suoi quadri e le sue canzoni si somigliano: contengono un’infinita di riferimenti, alti e bassi, che creano un pastiche poetico replicato in musica da praticamente nessun altro.

Gemello non è un rapper dalle mille barre e flow, né uno di quelli che getta immagini sul beat senza pensarci troppo. È più che altro un artista/cesellatore che mette in rima i suoi mondi, tra il romantico e il malinconico, come certi racconti di Raymond Carver.

Una sensibilità che, nonostante sia passata attraverso una certa evoluzione musicale fino al recente album “La Quiete”, si mantiene intatta dal suo “Non parlarmi d’altro” del 2006. Ed è sembrato simbolico che abbia cominciato cantando proprio un pezzo da quest’ultimo disco, piccola gemma di culto: “Nostalgia II”.

Dalle prime note cupe del sample, della band alternative rock The God Machine, subito è stato come tuffarsi in un’atmosfera onirica, ma anche sferzante, accompagnata dal rappato fitto di parole di Gemello che somiglia quasi a poesia sperimentale.

Appena dopo si arriva al 2019, quand’è uscita “Vienimi A Prendere”, dove la poetica è simile ma la musica è più dolce che malinconica. Stessa cosa per “Taciturnal”, contenuta nel celebre album di Coez: “Faccio un casino”.

La breve setlist si conclude con “Sirena”, canzone che segue la scia romantica e sognante dei pezzi suonati prima, e che alla fine lascia spazio agli applausi del pubblico.

L’unica pecca, forse, è stata dovuta alla necessaria rapidità di questo live d’apertura. Nel senso che canzoni dallo stile così particolare, anche diverso fra loro malgrado un’affinità poetica, avevano bisogno magari di uno spazio più ampio, dove amalgamarne altre e con calma creare un dipinto musicale più armonico.

Ma se vogliamo, questo modo “scompigliato” di fare è anche ciò che rende speciale Gemello: il tuffarsi nel caos, pescare tante suggestioni differenti fra loro, e creare poi scenari che forse un po’ confondono nell’apparente disordine.

Questa, però, è proprio la bellezza intima della poesia.

Giunge quindi il momento dell’headliner della serata: Noyz Narcos.

L’atmosfera cambia. Dj Gengis comincia a far risuonare il beat trionfale di “Victory Lap”, ed il rapper di Roma si presenta sul palco, accompagnato dalle urla del pubblico.

L’outfit è quello d’ordinanza: cappello con visiera, occhiali da sole, pantaloni corti, sneakers alte e maglietta nera.

Sul grande schermo alle sue spalle pulsano visual lisergici, che saranno inframmezzati da immagini come quella della testa senza pupille di Noyz, in computer grafica, ricordando gli amati horror di Fulci e la fantascienza di Cronenberg.

Con questo pezzo iniziale, tratto dal suo ultimo album, mette in chiaro qual è lo status che ha ormai raggiunto nella scena rap italiana, e l’entusiasmo dei fan gli dà ragione.

In quasi un ventennio di carriera ce ne sarebbe di repertorio da portare dal vivo, quindi non è sbagliato fare una selezione. In veloce sequenza vengono suonati subito classici del passato, come “M3”, “Alfa Alfa”, “Mosche Nere”, di cui però Noyz rappa solo le prime strofe.

Colpisce il fatto che, poco dopo, venga suonata anche “Non Dormire”, tratta dal suo primo album omonimo del 2005. Colpisce perché, ci tiene Noyz a ricordare, cantare ancora questo pezzo dopo tanti anni è segno della sua longevità nella musica.

Segue un’altra hit dark e aggressiva come “Drag You to Hell”, ma anche canzoni più recenti come quelle tratte “Enemy” del 2018 – disco che probabilmente ha certificato la sua aura di icona hip-hop.

Sul palco Noyz si muove dunque fra ieri ed oggi, mostrando l’evoluzione delle sue sonorità, che però hanno sempre mantenuto una coerenza hardcore – la stessa coerenza per cui, dalla maggior parte dei suoi ascoltatori, è riconosciuto degno di grande rispetto. Questo si nota ad esempio in pezzi come “Casa Mia” o “Cry Later”, che magari hanno fatto storcere il naso ai puristi per i featuring di Capo Plaza e Sfera, lontani dall’immaginario tradizionale di Noyz, e che però riescono poi a trovare un punto di coerenza col suo stile.

Ad un certo punto si torna nel backstage per una pausa. Noyz cambia cappello e sneakers, che diventano bianche, mantenendo però la maglia nera. E sulle inconfondibili note di “Attica”, la sua canzone più celebre, torna sul palco per eseguirla nella sua interezza, facendo impazzire i ragazzi che da sotto lo venerano quasi.

Con questi Noyz interagisce, anche scherzando fra un pezzo e l’altro, può darsi pure per mostrare che, nonostante tanta sua musica oscura e “pulp”, oggi sa allo stesso tempo ironizzare di più – come quando, in chiusura del live, se ne andrà sorridendo mentre Dj Gengis fa suonare “Vado al massimo” di Vasco.

Nel finale c’è tempo per richiamare sul palco Gemello, sodale degli albori, per rappare insieme come due amici “Verano Zombie”, una delle canzoni che all’epoca si diffuse piano piano nelle cuffiette di tanti ragazzi.

Ma non solo: c’è tempo anche per cantare in coppia “Deadly Combination”. E chiudere con questo pezzo – che, negli anni, è diventato quasi per caso un cult del rap – significa pure chiudere un po’ un cerchio con il passato.

Già perché, basta cercarne il video su YouTube, risalente anche questo a circa vent’anni fa, per vedere non tanto il rapper che oggi riempie i concerti lungo l’Italia. Bensì soltanto un ragazzo, come quelli che a Bologna si accalcavano sotto il palco, il quale magari suonava un po’ naif, ma allo stesso tempo puro.

Nel caso di Noyz, forse, quella purezza si è trasformata in coerenza. Coerenza che non gli ha impedito di cambiare – come capita a tutti, prima o poi – ma che è riuscita anche a farlo restare lo stesso di una volta.