[REPORT] OWEN, un’imprevedibile serata con Mike Kinsella

OWEN, il progetto solista di Mike Kinsella approda il 19 maggio 2022 al cap10100 di Torino, all’interno di un ricco mini-tour italiano. Noto per essere membro di diverse band cult di Chicago – tra cui i Joan of Arc e gli American Football – il buon Mike custodisce in OWEN la parte più solida e stabile della sua carriera da musicista. Si contano ben dieci dischi pubblicati in oltre vent’anni di carriera, l’ultimo dei quali è ancora in piena promozione. essendo stato pubblicato nel 2020.

_di Umberto Scaramozzino

Promozione, parola strana da associare a questo live di OWEN. Mike sul palco non ha altro che la sua chitarra e la sua trasparenza. Non pare gli interessi ottenere consenso o vendere qualche disco o stream in più. “Avete qualche domanda?”, dice con un sorriso dopo un paio di pezzi. Vi è mai capitato di sentirvelo dire da chi ha appena cominciato a suonare per voi? No, a me no. Sembra che Mike sia alla ricerca di un modo per rendere il proprio lavoro qualcosa che sia più umano di una semplice esibizione.

Non siamo in tantissimi, ma la disposizione dei posti a sedere trasmette l’idea che il pubblico occupi tutto lo spazio a disposizione nel locale. Dalle prime file un fan non si fa ripetere la domanda due volte e inizia un divertente siparietto con l’artista. “Hai seguito l’Eurovision?”. Soprattutto quest’anno, soprattutto per chi vive a Torino, viene quasi naturale pensare che sì, certo che l’ha visto. E invece no. “Cos’è? Un evento sportivo”. La spiegazione di cosa sia l’Eurovision e del perché gli venga chiesto coinvolge buona parte della platea e assume caratteri vagamente comici. L’atmosfera è talmente rilassata che di fronte ad alcune imprecisioni e qualche lapsus, Mike si concede una serie di imprecazioni e interrompe i brani che non gli riescono come vorrebbe. “Questa tanto sapete come finisce, dai”.

Nell’ilarità generale, c’è chi ne approfitta per avanzare richieste per la scaletta. “Ci fai Never Meant?” – “Oh no, non ho bevuto abbastanza per Never Meant!”. Non sembra il concerto di un artista influente, quale Mike Kinsella indubbiamente è. Sembra una serata tra amici in cui a tenere banco c’è il più bravo della compagnia. E il cantautore dell’Illinois è bravo davvero. Certo, ogni tanto non si ricorda come va accordata la chitarra per il brano che deve eseguire, altre volte salta un paio di versi, ma fa parte del pacchetto “genio e sregolatezza” che si porta dietro. E le canzoni non mentono: solo un vero artista può scriverne così tante, con così tanti guizzi melodici.

“Home Is Where the Haunt Is” è l’unico pezzo degli American Football che concede e, pur facendo vibrare i cuori dei fan della band, sembra sparire di fronte all’intensità di “Bags of Bones”. Viene da pensare che se a suonare questo repertorio ci fosse qualcuno interessato a confezionare uno show, non solo qualche sfumatura di meraviglia si perderebbe, ma i brani non risponderebbero alla chiamata. Come Excalibur che può essere estratta solo da Artù o Mjolnir che può essere brandito solo da Thor (e qualche altro essere degno), anche le canzoni di OWEN trovano la loro armonia solo nelle dita e nell’ugola di Mike Kinsella, che in quel modo di suonare esprime ogni sua sfaccettatura.

Ad un pezzo dalla fine, qualcuno dalla prima fila prende coraggio: “Possiamo alzarci e venire sotto palco?”. Quel qualcuno, lo confesso, sono io, che dopo aver percepito un paio di timidi tentativi di inviti impliciti, penso di voler spronare il pubblico a concludere nel modo più naturale possibile la serata. Mike sembra apprezzare la celerità con cui le persone si compattano davanti a lui e si sente in dovere di rendere il brano finale l’opener di un encore fuori programma. “Devo suonare ancora a questo punto”, afferma ridendo di gusto per il grande entusiasmo che lo circonda. Si va quindi avanti ancora una mezz’oretta, almeno finché non finiscono i pezzi di cui si conosce la giusta accordatura, o di cui ci si ricorda il testo. Poi ci si saluta, come si farebbe dopo una memorabile rimpatriata che si chiude con la promessa di rivedersi presto. Magari la prossima volta rideremo di quando scoprimmo che Mike non conosceva l’Eurovision, berremo un bicchiere di più e suoneremo Never Meant.