La “Nowhere Emilia” di Ibisco: essere dark senza cedere alla disillusione

Intervistare, ascoltare e partecipare a un live di Ibisco è, esattamente, come attraversare un confine, più mistico che politico, tra ciò che appare e ciò che è. Infatti, nella poetica sonica di Filippo Giglio si inseguono, senza soluzione di continuità, gli aspetti più estremi de estremisti del reale. Infatti “Nowhere Emilia”, il suo rabbioso disco d’esordio (uscito su v4v Records), è esattamente questo: una deflagrazione new-wave con venature dark e gotiche di una rabbia mai fine a sé stessa ma sempre volta a smascherare ciò che del reale non va.

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_di Mattia Nesto

“Pianure” e “Meduse”, ad esempio, vanno proprio in questa direzione: sono fuochi fatui che nell’Emilia eterna della bassa e delle nebbie che l’avvolgono, illuminano il cammino e il paesaggio, sempre e comunque invernale, per forza di cose in bianco e nero e con ombre che superano, quasi sempre, i brevi e violenti sprazzi di luce. Già perché proprio di violenza bisogna parlare per un lavoro come questo, non in termini negativi, ci mancherebbe, ma proprio come stile caratteristico o, se si vuole, dichiarazione d’intenti.

La violenza sonica è l’unica risposta/contromossa possibile nei confronti di una società che censura ogni atto creativo, che tarpa le ali a ogni parabola che, anche di poco, vada fuori dai confini e, che, soprattutto, strozza nella culla ogni possibile cedimento/anelito alla poesia.

Ecco, a tutto questo Ibisco, con la forza dei suoi riverberi e la possanza delle sue parole, dice no. Per tale motivo nelle foto, anche in quelle pubblicitarie, figuratevi quelle scattate al volo col telefono durante un live, lo si vede sempre sfuggente. Perché gridare di rabbia in un mondo marcio non è roba da accademia, da disegno rigoroso e da colore entro i margini: no, qui bisogna sbavare, essere sfuggenti ed elettrici, come un lampo che illumina, ma solo per un momento, il buio languido e intimo di una piana di provincia, come qualcuno che è dark solo per non cedere alla disillusione che poi è un modo come un altro per dirsi vivo su un pianeta fondamentalmente morto.

Mi piace iniziare quest’intervista come se fossimo negli anni Settanta, quindi dal titolo del disco, inteso come un concept-album: perché hai deciso di intitolarlo “Nowhere Emilia”?

Volevo riassumere in un una sorta di dittico testuale quel concetto di desolazione che nella mia mente avrebbe dovuto essere il filo conduttore del lavoro. NOWHERE EMILIA significa “da nessuna parte, Emilia”, ma anche “Emilia, qui e ora”. Ho capito di trovarmi sulla direzione giusta, nell’ambito di questa scelta, quando il significato di ciò che avevo tra le mani non si esauriva mai, piuttosto assumeva nuove forme, sempre pertinenti ad accompagnare la musica e i testi a cui stavo lavorando.

Il tuo esordio si è subito segnalato, perdona per il gioco di parole, per la chiarezza della sua proposta oscura e umbratile: tanta rabbia, tanta new-wave oscura e testi taglienti. Anche la copertina è nera. Insomma una dichiarazione d’intenti anche cromatica?

Assolutamente sì, al netto del citazionismo riferito a new-wave e goth-wave, ho trovato nel bianco e nero un alleato fedele e coerente con una poetica che non volesse in nessun modo essere ammiccante o patinata. È stato questo il vero intento del lavoro, essere sinceri nel modo più brutale possibile e questo avrebbe dovuto riflettersi anche sull’aspetto visivo. Essere dark è un po’ affrontare in modo avulso la disillusione, non partecipare nemmeno al suo gioco subdolo, inventare scenari che non vi siano mai incidenti, lontano dai suoi canoni perbenisti e autoindulgenti.

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Quali sono stati i tuoi ascolti cardine durante la realizzazione del tuo album d'esordio? 

Sicuramente gli MGMT hanno indicato una direzione iniziale interessante, poi sono sopraggiunti Joy Division, Cure, The Horrors, Depeche Mode e tanti altri..

In una delle prime foto che ho visto di te appari quasi sfuggente e, ovviamente, sei colto in bianco e nero: quanto conta ‘immagine’ per il tuo essere cantautore?

Conta moltissimo, l’immagine fornisce un primo ancoraggio tematico al lavoro, la musica è sempre più difficile da cogliere in purezza, le canzoni sono sempre più spesso accompagnate da foto e grafiche che influenzano l’ascolto. È quindi importante che ci sia massima coerenza tra le varie componenti sensibili, la sincerità passa anche attraverso questo.

E invece le parole, che peso specifico hanno?

Le parole sono la componente figurativa della musica, danno maggiore spessore ai ricordi di chi le ascolta, mettono a fuoco le palpitazioni del suono, senza di esse la canzone non sarebbe la forma d’arte più capace di aggregare le solitudini.

Hai per caso nostalgia del mondo pre-Bolognina oppure i tuoi sono solo riferimenti, per così dire, aleatori e artistici?

I miei sono riferimenti di passaggio, di mood, sono suggestioni che i luoghi che attraverso mi comunicano e rispetto ai quali avverto necessità di narrazione.