[INTERVISTA] Il post-punk di Visconti tra campi rabbiosi e vino decadente

Ascoltare “DPCM”, l’esordio di Visconti è al tempo stesso fare un tuffo indietro nel tempo e un salto, un po’ incosciente, nel vuoto del futuro. Il cantautore piemontese infatti mette in scena una sorta di teatro dell’assurdo nel quale, utilizzando stilemi riconducibili a tutta una serie di grandi nomi appartenenti a un’epoca passata (dai CCCP ai Sonic Youth) dona all’ascoltatrice o ascoltatore un paesaggio sonoro assolutamente personale, proprio e ricco di spunti interessanti. Li approfondiamo in una recensione che sfocia in una intervista. 

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_di Mattia Nesto

Prendiamo “Ammorbidente”, uno dei singoli con cui Visconti si è fatto conoscere. Già in questa prima traccia, che poi tracimerà nel disco, c’è già tutto quello che abbiamo detto e molto altro: c’è la rabbia, certo, ma mai il rancore quindi sentimenti sì distruttivi ma per creare qualcosa di nuovo piuttosto che per annichilire ogni barlume di vita. E proprio in tal senso, ripercorrendo anche un brano come “Le idi di marzo”, che mi sono convinto di come ci sia tutta una poetica, nascosta e segreta come un fiume carsico (quindi che ogni tanto “mette la testa in superficie”) di Visconti quasi agricola: non sempre il campo può fiorire, non sempre il biondo frumento può essere la gioia degli occhi, e delle tasche del contadino. Ogni tanto, magari d’inverno, magari ogni tot anni, occorre optare per la tecnica della “maggese”. Cioè bisogna lasciare il terreno a riposo.

Ecco, nella placida (e apparente) calma del Piemonte sconfinato, Visconti ha messo a maggese la sua rabbia: non l’ha strozzata, ma l’ha semplicemente messa in decantazione. Gli ovvi riferimenti al vino, vero e proprio “oro viola” piemontese sono voluti. Ed ecco allora che, tra echi metropoli e velati riferimenti alle campagne, ho voluto andare direttamente alla fonte, chiedendo a Visconti i perché e i per come di questo suo disco d’esordio, uno dei pochi album odierni che, quando è uscito, tutti quanti noi ci ricordavamo (e ricorderemo) dov’eravamo e cosa stavamo facendo. Perché il rancore non porta da nessuna parte, mentre la rabbia, i campi coltivati bene e il buon vino portano dappertutto. 

Qual è il primo ricordo legato al mondo della musica che hai?

Andavo all’asilo e ricordo che di sera, se i miei non trovavano nessun film che valesse la pena vedere sulla televisione, cambiavano canale su MTV e io, provando un certo fascino verso la batteria, mi alzavo e mi posizionavo al centro della stanza: iniziavo compulsivamente a colpirmi la parte superiore delle cosce cercando di emulare ciò che sentivo. Lo facevo per parecchio tempo tanto che a volte mi facevo venire dei veri e propri lividi. Ricordo che mia madre era terrorizzata dal fatto che chi mi vedesse potesse pensare che venissi picchiato a casa, in realtà ero io a percuotermi da solo, ahah.

 

“Desidero una vita decadente, un panorama fatiscente, un po’ di ammorbidente”, questa una tua strofa di “Ammorbidente”, per parlare del tuo disco. Mi ha molto colpito perché ho trovato un modo molto particolare di “giocare” con le parole: come nasce una tua canzone?

Quando scrivo musica cerco di utilizzare più approcci diversi, cerco di non seguire mai gli stessi procedimenti. Una costante nel mio tentativo di scrivere musica è la ricerca di una casualità che possa diventare causalità: sono abbastanza pigro, un pezzo che per me funziona non deve richiedere troppi sforzi ed essere spontaneo, non deve impegnarmi per più di un giorno. Per quel che riguarda i testi spesso attingo dalle numerose note che mi segno sul cellulare: mi servono come input per ricollegarmi a ragionamenti che mi segno ma poi dimentico, ho spesso paura che il fatto che possa essere ispirato sia un qualcosa di così evanescente ed eccezionale.

Possiamo definirti un cantautore bohémien e decadente? 

Sicuramente mi piacerebbe esserlo, ma non viviamo in un tempo storico in cui questi due attributi possono essere giustificati. 

 

Si può essere piemontesi e arrabbiati? Mi spiego meglio: nel tuo disco c’è tanta rabbia, ma non distruttiva o meglio non fine a se stessa ma pro-attiva. C’era anche questo sentimento nel tuo lavoro? 

Credo proprio di sì, non sono rancoroso e mi piace ricostruirmi attraverso i miei sentimenti negativi. Trovo sia un disco che mi è servito a metabolizzare tante cose che sono successe, che non riguardano solo la pandemia, e a mostrarmi così come sono a tutti gli altri.

 

E con Giulio Ragno Favero com’è andato il lavoro?

Penso sia stata un’esperienza che porterò sempre con me. Il fatto di trovarmi da solo in studio con lui mi  ha permesso di creare un dialogo che potesse andare anche oltre le questioni tecniche che avremmo dovuto affrontare in ogni caso; abbiamo parlato molto di musica e molte conversazioni rimarranno per me delle risposte e ottimi spunti per lavorare su me stesso come musicista e artista.

 

Abbiamo intercettato una tua foto con una tuta dell’Esercito Italiano: questa cosa ce la devi spiegare (Lol).

L’ho trovata in svendita in un negozio di roba usata a 5 euro e il primo pensiero che ho avuto è stato “perché non prenderla” haha. Credo di essere esistenzialmente agli antipodi della mentalità militare, ma la mia tendenza a memare e a dissacrare alcune estetiche mi ha fatto pensare che non potessi perdere l’occasione di averla nel guardaroba. Spero a sto punto di non doverla mai indossare imbracciando anche un fucile.

 

Qual è l’artista che hai più ascoltato nell’ultimo anno? 

Inevitabilmente mi trovo ancora ad interpretare gli anni come semestri scolastici e credo risponderò con questa scansione temporale, perciò da questo settembre ho due entità che ascolto spessissimo: Alessandro Fiori e i canadesi Crack Cloud.

 

Dove ti piacerebbe suonare quest’estate, anzi, dove suonerai?

Oltre alla preview didascalica del MI AMI 2022 all’Arci Bellezza il 10 aprile, devono ancora essere confermate altre date che verranno annunciate in futuro. Se dovessi decidere non mi interessa dove, ma il più possibile.

 

Come domanda finale una domanda un po’ marzulliana: ultimo libro letto?

Limonov di Emmanuel Carrère.