[INTERVISTA] Gli “Attimi di sole” della Liguria e dell’anima nel cantautorato di Apice

Apice è un cantautore riarso dal sole, come la sua Liguria che, solo apparentemente, è una terra schiva. In realtà è semplicemente selvatica, un po’ come cantava Paolo Conte (che non era ligure ma che di Liguria ne ha sempre parlato e suonato alla grande). 

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_di Mattia Nesto

Ed ecco Apice, con le sue canzoni semplici ma non banali, riesce a respirare con il ritmo del Mediteranneo: un andamento lento ma mai fermo, “che anche di notte non sta fermo mai”. Ascoltare pezzi così fa bene al cuore e all’anima, come andare al mare in Liguria: magari la torta di riso è finito ma la goduria è assicurata.

QUI tutte le info sulla data di Torino al Cine Teatro Maffei 
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Il 18 marzo è uscito “Attimi di sole” e già a partire dalla copertina ci pare evidente come tu voglia dare delle coordinate chiare, ribadite anche da una frase che sulla tua pagina su Instagram hai utilizzato per accompagnare la notizia: “Ho provato a scrivere canzoni sincere, spero che arrivino come devono”. Perciò ti chiediamo: come si fa a scrivere canzoni sincere?
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Ah, io non lo so! O meglio, non lo so spiegare ma ho provato a farlo. Credo comunque che innanzitutto sia necessario raccontare qualcosa che di vero, che non è cosa scontata. A volte crediamo di essere in un modo, quando in realtà siamo solo di passaggio attraverso uno stato che poi non ci identifica. E questo non vuol dire certo che non si possano scrivere canzoni su fasi di transizione, ma magari poi non le inserisci in un disco che vuole raccontare qualcosa di te che vada oltre l’immanenza del momento.
Anche se, pensandoci, credo che la vita in generale sia un costante inanellarsi di fasi di “transizione”, una delle tracce dell’album si chiama “Traslocare” e credo provi a fotografare proprio questa condizione “non-fotografabile” di perpetua trasformazione. Non lo so, in sostanza non so rispondere alla tua domanda e mi rendo conto di essere ancora più confuso di prima. Poi, alla fine, la sincerità la trova l’ascoltatore.
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Rispetto all’Apice di Beltempo, quanto (e se) sei cambiato?
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Sai, ti potrei dire che mi sento parecchio cambiato ma anche identico a prima per certe cose, il cambiamento è un fatto complicato, più ti convinci di star cambiando meno cambi realmente. Credo che, quando il cambiamento è reale e concreto, certe cose accadano ad un livello di profondità tale da non permetterne la consapevolezza. Voglio dire che ci arrivi dopo anni a capire quanto e come sei cambiato, e magari lo fai mentre stai cambiando di nuovo.
Insomma, il cambiamento è quella cosa che più ne parli meno sta davvero accadendo. Quindi, in definitiva, ti dico che se sono cambiato io non lo so, ma sento di sì. Anche per quella famosa legge che dice che in natura tutto si trasforma, nulla si crea e nulla si distrugge; in effetti non mi sento di aver distrutto qualcosa che mi precedeva né di aver creato, in me, nulla di nuovo.
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Qual è stata la prima canzone che hai finito di scrivere e comporre per questo nuovo disco? Ci potresti dire come è nata?
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La prima canzone che ho scritto di questo nuovo disco credo sia “Radici”. Avevo appena chiuso la tracklist di “Beltempo”, stavo letteralmente facendo nulla con qualche amico in sala e ad un certo punto devo aver suonato sul pianoforte qualche accordo che mi piaceva. E’ una storia piuttosto banale, ma dopotutto accomuna i tre quarti delle mie genesi musicali.
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Leggendo la tracklist di “Attimi di sole” abbiamo notato un curioso duetto vegetale, diciamo così, ovvero “Radici” e “Ortiche”: questi due titoli, e canzoni, possono essere lette come una sorta di omaggio e/o riferimento alla tua terra?
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Siete degli attentissimi osservatori! Sì, beh, ognuno poi dentro le canzoni ci legge quello che vuole. Sicuramente la Liguria possiede una propria essenza poetica tale da alleggerire il lavoro di chi ne scrive, perché certi paesaggi, certi spazi, certe facce sono già poesia per come “esistono”. Quindi non so se si tratta di un omaggio alla mia terra, proprio perché la mia terra è piuttosto lo sfondo necessario a qualsiasi cosa io abbia scritto. “Ortiche” sicuramente permette di creare un buon parallelismo tra l’asperità ligure e quel life-style tipico di chi abita queste zone, finendo alla fine con l’assomigliarvi; “Radici” invece è una storia un po’ diversa, è nata come una leopardiana conversazione tra un albero e un uomo, con tutta la questione ambientale ed ecologica che si porta dietro. Indubbiamente però i colori di entrambi i brani sono molto “liguri”. Cosa significa? Non lo so. Ma lo sento!
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A proposito che musica hai ascoltato nel periodo di preparazione e lavoro per il nuovo disco? Valgono anche ascolti “vecchi” che magari hai o rispolverato o scoperto lungo la via…
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Considera che il travaglio è stato lungo, e di musica ne è passata attraverso le mie orecchie in questi due anni e mezzo di preparazione. Guarda, mentirei se ti dicessi che sono stato un solerte ascoltatore, in questi due anni; anzi, per lunghi periodi (compreso quello attuale) mi capita di non riuscire a trovare l’attenzione necessaria per dedicarmi all’ascolto di qualcosa: prendo molto sul serio l’azione del “ascoltare”, se non sono in forma e non ho tempo sufficiente per dedicarmi solo all’ascolto non mi metto nemmeno a cercare musica.
Non concepisco insomma l’ascolto passivo, e questo mi rendo conto che diventa spesso un limite, soprattutto nella liquidità ossessiva e velocissima di oggi. Ma credo anche che sia un tentativo di resistenza a tutto questo scorrerci addosso, che ci sta consumando eccome. Ad ogni modo, se dovessi darti qualche coordinata per dovere di cronaca, ti dico che ho ascoltato molta scena post-rock italiana di fine/inizio millennio, un buon numero di cantautori morti, un buon numero di cantautori vivi sconosciuti e meno, una discreta quantità di musica brasiliana e francese, tanto Beatles; in particolare, sui Beatles dovevo rimediare ad un buco formativo che non riuscivo più a perdonarmi, quindi ci ho dato parecchio dentro. Credo che un po’ si senta in “Attimi di sole”.
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Sappiamo che hai in programma un concerto a Torino, al Cinema Teatro Maffei (insieme ad un po’ di amici, vedi locandina sotto), il prossimo 6 aprile: hai già suonato a Torino? Così ti aspetti e cosa ci possiamo aspettare noi?
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No, non ho mai suonato a Torino e ho un sacco di fifa! Come per tutte le esperienze nuove. Il posto però è bellissimo, un gioiellino dal retrogusto “seventies” che sarà l’ideale per la nostra formazione live. Torino è una città che mi attrae e mi spaventa, da sempre. Io mi aspetto ci siate, e  voi mi aspetto che mi stiate aspettando. E’ una risposta sufficientemente labirintica?!

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