L’incontro di Swanz The Lonely Cat e Cirkus Vogler al crocevia tra musica e immagini

Swanz The Lonely Cat – vero nome Luca Andriolo, già sul palco coi Dead Cat in a Bag – è un atipico cantautore folk.
Cirkus Vogler – all’anagrafe Romina Bracchi – è un eclettica artista visiva che mescola i linguaggi di fotografia e pittura.

Accomunati da un immaginario in bilico tra l’onirico e l’apocalittico, figlio tanto delle pellicole laceranti di Bergman quanto degli scatti allucinati di Roger Ballen, i due hanno fatto dialogare musica e immagini per la realizzazione del videoclip di My Soul’s Black Book, uno dei connubi audiovisivi più intensi ed ispirati visti ed ascoltati nel corso degli ultimi mesi.

Abbiamo commentato genesi e possibili sviluppi di questa collaborazione coi diretti interessanti, anche e soprattutto per capire più nel dettaglio la commistione di tecniche utilizzate per My Soul’s Black Book.
Intervista a cura di Lorenzo Giannetti. 

In primis, premete play e godetevi senza alcun tipo di spiegazione o premessa questo viaggio in bianco e nero:

Innanzitutto, come vi siete conosciuti e come si sono intrecciati i vostri percorsi professionali?

Cirkus Vogler: Ci siamo conosciuti ad un concerto, quello dei Dead Cat in a Bag, a Perugia.

Swanz: Ricordo che abbiamo subito parlato di cinema. 

Come è nata nello specifico l’idea e poi la collaborazione per questo video? 

Swanz: Per me la musica era atipica, con la preponderanza dell’elettronica. Sentivo che serviva qualcosa di diverso, rispetto ai video precedenti (sia quelli realizzati dai Dead Cat in a Bag, sia quelli di Plastikombat, il mio studio di riferimento per Swanz The Lonely Cat). Il testo parla di depressione, ansia, del primo mattino e in qualche modo dell’Ora del Lupo, quindi era inevitabile partire dalla comune passione per Igmar Bergman. L’idea che siamo tutti case infestate da fantasmi e rovi e venuta dopo, così anche la suggestione geometrica: ogni occhio è un buco, ogni buco è una luna. L’omaggio a Sarah Kane è arrivato per ultimo, quando ero ormai coinvolto nello scatto delle immagini finali… ma la tecnica usata ha imposto un linguaggio e quel linguaggio per me era nuovo. Per molti giorni non ho fatto altro che dare piccole indicazioni sul montaggio, mentre lo sviluppo onirico mi mostrava nuove interpretazioni per la canzone stessa. La musica è stata modificata in base alle immagini. E viceversa.

Cirkus Vogler: Avevo cominciato da poco a sperimentare col video in stop motion e Swanz era rimasto colpito dal risultato, per cui mi ha detto che aveva una canzone che si prestava ad essere rappresentata in quel modo. Da un certo punto in poi la collaborazione è divenuta molto stretta perché entrambi avevamo visioni simili sulle immagini da inserire nel video.

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C’è una sorta di «tecnica mista» all’interno del video: ci spiegate più nel dettaglio quante e quali tecniche e visioni dialogano nel vostro lavoro? Tra l’altro mi verrebbe da dire tecnica mist(ic)a… 

Cirkus Vogler: Con questo video credo di aver dichiarato eterno amore nei confronti della carta, soprattutto quella straccia. Sono una accumulatrice seriale di carta, ritagli di giornale, scatole da imballaggio che andrebbero buttate. Riciclo tutto e do forma ai miei incubi. Questo è un video molto artigianale, con pochi effetti digitali. La tecnica di base è lo stop motion ma io amo la definizione di collage in movimento. La realizzazione tecnica in sé è molto semplice, ciò che mi ha impegnata di più è stata la creazione delle singole immagini, tante, che possono essere considerate opere a sé.

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Viscerale e allo stesso tempo metafisica: mi pare che la vostra poetica possa essere accomunata da questa ambivalenza. Voi come «leggete» rispettivamente l’opera dell’altro?

Swanz: da ex (?) fotografo, io sono molto critico verso alcune forme ibride. Quando ho visto i lavori di Cirkus Vogler – e sono testimoni i miei colleghi Plastikwombat, così come i miei Dead Cat in a Bag – mi sono entusiasmato per l’assenza di pretestuosità concettuale e per la pregnanza estetica. Erano opere misteriose, ma senza bugiardino, non legate a una teoria. Erano criptiche ma totalmente fruibili, prima che comprensibili. Parti di volto, parti di sfondo, simboli, metafore, textures, croce e delizia dell’occhio e insieme mutilazione espressionista, azzardo, eleganza e… sì, anche un certo approccio low-fi, che di solito non amo, ma che in questo caso mi pareva congruo e inevitabile.

Cirkus Vogler: Trovo che nella poetica di Swanz ci sia una componente mortifera molto forte e allo stesso tempo vitale. Mi ha sempre colpita il fatto che, pur avendo tematiche non proprio allegre e un immaginario a tinte macabre, tutto quello che fa ha una potenza sanguigna che ha poco a che fare con l’immobilità dei cipressi. Lo trovo visionario ed espressionista ma soprattutto, come me, nell’arte non ama rassicurare e prenderti dolcemente la mano, quanto girare il dito nella piaga.

Mi piacerebbe che Swanz consigliasse un disco a Cirkus Vogler e a sua volta lei consigliasse un’opera d’arte a Swanz: qualcosa che pensate possa stuzzicare la curiosità dell’altro. 

Swanz: ci passiamo opere continuamente. A volte litighiamo persino. Di base sappiamo di poter partire dall’amore comune per Andreij Tarkovskij, Roger Ballen e Scott Walker, che non mi pare poco. Musicalmente è difficile trovare qualcosa che lei non conosca, però con gli oRSo ci sono riuscito. L’album Long Time By è un piccolo capolavoro di folk alternativo, a tratti zappiano, ma intermedio tra Tom Waits e i Califone. C’è banjo, elettronica vintage, melodica, sogno e incubo, ninnananne, stridori, sospensioni.  

Cirkus Vogler: La casa lobo, di Joaquin Cocina e Cristobal Léon, film di animazione in stop motion del 2018, un vero e proprio capolavoro.

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Una domanda che sono spesso curioso di fare in questo periodo: la pandemia ha cambiato in qualche modo il vostro approccio alla creazione-composizione? O comunque il modo in cui vi state rapportando ai vostri rispettivi progetti? 

Swanz: Il disco con la band è stato rallentato da problemi pratici; i concerti sospesi sono stati una catastrofe sul piano economico e professionale. In compenso, la composizione per il mio materiale solista, tolto un breve periodo in cui mi pareva che le mie tematiche consuete fossero, per certi versi, inadeguate al sopraggiunto contesto universale, ha preso una certa spinta, quasi disperata, quasi eroica: non si sapeva se, come e quando sarebbero uscite le canzoni, ma proprio per questo scriverle era importante. Un testo è finito, cantato da me, su un disco degli Interiors. E poi ho fatto uscire quattro singoli in forma di video.

Cirkus Vogler: Durante il primo lockdown la mia produzione artistica si era drasticamente fermata, non riuscivo a concentrarmi e tutto quel tempo a disposizione, ciò unito al fatto di non poter decidere liberamente se autoisolarsi o no, mi avevano bloccato l’ispirazione. Poi piano piano ho metabolizzato quello che stava succedendo e il flusso creativo è tornato a scorrere e ora funziona più o meno uguale a prima della pandemia. Creare per me è una necessità, ma ho bisogno di un’adeguata distanza emotiva.

 

In ultimo, ci raccontate i vostri progetti futuri? Per quanto sia possibile farlo di questi tempi… e poi, pensate ci possano essere margini per qualche ulteriore nuova collaborazione?

Cirkus Vogler: Ho appena finito di lavorare ad alcune mostre. Al momento, oltre ai nuovi video, ho un paio di progetti fotografici da portare avanti, uno dei quali riguarderà un tema a me molto caro. Poi una nuova photozine autoprodotta che uscirà a febbraio.

Swanz: ho dei progetti ambiziosi, come fare un nuovo tatuaggio, pagare la rata del riscaldamento, rileggere Proust, finire il disco solista The River At Night (mancano un paio di sessioni), pubblicare il mio primo lavoro strumentale, Macbeth (cosa che dovrebbe avvenire entro l’anno), pubblicare We’ve Been Through dei Dead Cat in a Bag e magari promuoverlo un po’ live, in qualche modo, riprendere il mio spettacolo di teatro canzone dedicato agli alberghi. I video insieme sono già nell’agenda. Magari questa volta non partiranno dalla canzone, ma dalle immagini. La distanza geografica un po’ ci ispira, un po’ ci rallenta. Dovremmo proprio convivere.